Racconto

LA MEGAFABBRICA

La Megafabbrica si chiama così perché lo è davvero, gigantesca, totemica, colossale. Fisicamente, col suo parallelepipedo che occupa buona parte della valle stretta, ma soprattutto industrialmente e finanziariamente: ora come ora è il leader mondiale dello specifico prodotto che produce.

testo di Camilo C.

30/03/2024
6 min
La Megafabbrica è un monolite colorato di azzurro acceso.
Sembra, o vorrebbe sembrare, un pezzo di cielo piantato nel fondovalle stretto.

Chissà se hanno pagato qualche psicoarchitetto per scegliere il pigmento migliore, che quando un operaio arriva la mattina alle sei meno un quarto, dopo aver parcheggiato, e si sta fumando la prima sigaretta della giornata, guarda il monolite, le montagne, il cielo, poi di nuovo il monolite in cui sta per seppellirsi otto ore anche oggi, e grazie a quel bell’azzurro acceso gli viene un po’ meno voglia di suicidarsi.
Chissà poi se esistono gli psicoarchitetti.

Alla Megafabbrica c’avevo lavorato anch’io. Anche se, probabilmente, a loro insaputa. Per tre anni ho fatto il cameriere alla loro Grande Cena di Natale, che – assieme alla storica gara di corsa in montagna a coppie, e alla sagra della mela prussiana (stranamente tipicità locale) – è uno degli eventi più importanti della valle.

La Megafabbrica si chiama così perché lo è davvero, gigantesca, totemica, colossale. Fisicamente, col suo parallelepipedo che occupa buona parte della valle stretta, ma soprattutto industrialmente e finanziariamente: ora come ora è il leader mondiale dello specifico prodotto che produce, e cioè lenti per microscopi. Da quelle per il Piccolo Chimico a quelle usate nei laboratori di Harvard e Princeton, le lenti migliori, o quelle più di moda, in ogni caso le più vendute, le produce la Megafabbrica.

Tornando alla Grande Cena di Natale, è un evento per il fatto – in altri luoghi forse trascurabile, ma qui no – che ogni anno, a fronte delle sue sterminate possibilità economiche, la Megafabbrica chiama a suonare Qualcuno di Famoso. Una volta Baglioni, un’altra Giorgia, Ligabue, la Mannoia, cose così. Niente cover band, nessun gruppo locale in rampa di lancio, nessun Famosetto. Nemmeno i Modena City Ramblers.
Solo Famosi Veri®. Solo, cioè, Gente della Televisione®.

Ogni tardo autunno s’inizia a percepire nella valle un chiacchiericcio, che parte dalla mensa aziendale e si addensa nei bar, si alza come una nebbiolina di voci che cresce su chi pare verrà sta volta. E ognuno commenta, qualcuno è felice, qualche altro minaccia un’assordante assenza, ma in ogni caso nelle prime settimane di Dicembre ogni volta la valle si riempie di attesa e speranza.
Si riempie di senso, in qualche modo.
Dopo l’acclarata morte di Gesù Bambino e la sempre più precoce scomparsa di Babbo Natale, da queste parti l’arrivo del Famoso Vero® è diventato l’unico sicuro Avvento.

Ma tutti gli anni c’era anche un altro sommovimento, più sotterraneo, generato da chi ad altro titolo cercava comunque un posto nel banchetto della grande balena che ogni Natale andava a spiaggiarsi nella valle stretta: i camerieri. Io ero entrato a far parte di questa particolare setta perché qualcuno, non so più chi, per motivi di salute all’ultimo aveva rinunciato.

Mia zia in qualche modo era in contatto con certi capibastone, e sono stato convocato. La prospettiva, anche per uno scioperato professionista come me, era abbastanza allettante: tre ore di lavoro, massimo quattro; la possibilità di sbocconcellare avanzi di nascosto e con una certa fortuna anche un po’ di vino; ma soprattutto il meschino privilegio di commentare – noi camerieri, in camicia bianca – le mise dei partecipanti all’evento, che per l’occasione sfoggiavano i loro migliori accostamenti di paillettes-pitoni-viscosa-maculato-retato-pezzato-strizzato e in generale tutto l’armamentario estetico che si può registrare in ogni sagra di ogni paese di ogni profondissima provincia del Mondo.
E oltre a tutto ciò, ti mettevano in tasca cento euro lisci lisci, special Christmas Black Edition.

Lunga vita alla balena, lunga vita alla Megafabbrica.
Il concertone invece, quello di solito cercavo di scansarmelo.

Poi il Primo arrondissement, quello dei Quadri, seguito dal Secondo dei Quadretti e Ingegneri vari, e lì finiva la ZTL.

Una cena di quattromila persone vuol dire centinaia di metri di tavoli, e il doppio di panche, una ogni lato.
Dieci persone a tavolo, quattrocento tavole e ottocento panche.
Essendo la Megafabbrica una città, anzi una città-stato medievale, è composta da tutte le possibili sedimentazioni sociali, e le tavole erano organizzate di conseguenza: più o meno in periferia, più o meno lontane dal centro che era, per forza di cose, la tavola dirigenziale.

Come gli arrondissement di Parigi, e/o come i gironi danteschi.
La tavola dirigenziale, Versailles, era dunque al centro della sala, di fronte al palco, anche se non immediatamente sotto il palco.
Ottima vista ma anche la possibilità di chiacchierare, d’intessere le relazioni necessarie al funzionamento della corte.

Poi il Primo arrondissement, quello dei Quadri, seguito dal Secondo dei Quadretti e Ingegneri vari, e lì finiva la ZTL.
Poi il Terzo dei capireparto, e così andare, fino alla grande distesa della periferia abitata dai barbari, dalla maggioranza, dagli operai, quelli vestiti di paiettes e viscosa, che ti fermavano a ogni passaggio a chiedere altro vino, e che finiva davanti al pass della cucina, dalla parte opposta della sala.
Da lì partivamo noi coi piatti in mano, chi due, chi tre alla volta.
Alcuni virtuosisti, che avevano fatto la stagione a Cortina e non facevano nulla per nasconderlo, anche cinque.

Eravamo un centinaio, divisi in squadre di quattro.
Le squadre che servivano la periferia, vicina al pass da cui uscivano i piatti, avevano in carico più tavoli; almeno in teoria. Quelle che arrivano fin sotto al palco, centocinquanta metri più in là, ne avevano meno. Sempre in teoria. Poi nella pratica c’era sempre qualche vecchia che dopo mezz’ora si sedeva vicino al ripostiglio delle stoviglie sporche a far riposare la sciatica che d’inverno, come sempre, bussava a farsi sentire.

Nessuno di noi, in ogni caso, era autorizzato a servire il tavolo dirigenziale. Potevamo vedere Versailles da vicino, ma mai entrarci.
Anche volendo non avremmo potuto, perché era recintata da un cordone rosso intrecciato sostenuto da paletti d’ottone, come quelli dei musei.  Non un fossato vero e proprio, ma rendeva l’idea.
A quello scopo erano stati assunti sei camerieri professionisti, papillon nero e guanti bianchi.

Portavano solo due piatti alla volta, arrivavano al tavolo tutti assieme e, tutti assieme, contemporaneamente, adagiavano la portata alla destra dei commensali. Facevano un cenno con la testa e molto garbatamente, com’erano comparsi, scomparivano.

Se proprio uno deve andare in prigione, è normale che preferisca scegliersela confortevole.

Poi c’era sempre un momento, di solito tra l’antipasto e il primo, in cui il brusio della sala calava di colpo, come il mare prima degli tsunami, si caricava di tensione e poi esplodeva in un applauso, anzi in una standing ovation. Dalla periferia alla ZTL tutti si alzavano in piedi guardando un punto preciso.
Quel punto si muoveva dal lato destro della sala verso il centro del palco, seguito da un codazzo di persone a vario titolo qualificate ad accompagnarlo, e era lui.
Il centro del centro della ZTL, il re sole della città-stato.
Di più, il suo fondatore.
Prima di lui, cinquant’anni fa, qui c’era erba.
Adesso c’è Versailles.

Si diceva arrivasse in elicottero da Milano e poi, sempre in elicottero, prima della fine della cena se ne andasse.
Arrivava dopo e andava via prima perché il suo tempo non era il nostro.
Impossibile calcolarne il valore.
Le quattromila persone qui dentro, più le altre trentacinquemila sparse negli stabilimenti di Romania, Cecoslovacchia, Cina, Vietnam e Laos, più la moltitudine, incalcolabile, dell’indotto, devono il proprio sostentamento solo e soltanto al genio visionario di quest’alchimista, che da solo ha messo su un impero, che dall’erba ha tirato fuori l’oro.

Era sì diventato uno degli uomini più ricchi della Nazione (qualche classifica diceva il più ricco) ma tutti sapevano che la Megafabbrica aveva il welfare migliore di ogni altra, passava i libri scolastici fino all’Università, pagava colonie estive, dentista, palestra e corsi dopolavoro ad ogni dipendente.
Se proprio uno deve andare in prigione, è normale che preferisca scegliersela confortevole.

Era tutto questo che la sala applaudiva, in quel momento.
Era tutto questo che il fondatore voleva applaudisse, mentre scortato dalla corte passeggiava tra la periferia dei suoi sudditi per raggiungere la tavola dirigenziale.
Io vi ho dato tutto questo, ma non sarete mai come me.
Io vi ho dato tutto questo, perciò lo dovete solo a me.

Appoggiato al tavolone di zinco aspettavo che i cuochi distribuissero i piatti coi primi, e intanto guardavo questo spettacolo come si guarda un iceberg o un’aurora boreale, come si guarda un vulcano in eruzione.
Guardavo l’orizzonte di persone festanti, ma quello che cercavo, in mezzo a tutte quelle facce esultanti, era un singolo sguardo d’odio.

Qualcuno che lasciasse intravedere la voglia di assaltare la Bastiglia e incendiare Versailles.
Qualcuno che non si fosse rassegnato a baciare la mano che lo nutriva e cercasse ancora di morderla, che riuscisse ancora a sputare nel piatto in cui stava mangiando.
Qualcuno che avesse resistito alla tentazione di mettere i fiori alla finestra della propria gabbia.
Qualcuno che fosse ancora disposto alla lotta.
Qualcuno che si ricordasse che una prigione, anche la più confortevole, resta una prigione.
Qualcuno che fosse ancora capace di credere a un’alternativa.

Ma in quel momento la voce del capocuoco ha tuonato di muovere il culo che i primi erano pronti, via andare, via andare.
Il re era finalmente seduto, e la corte doveva essere sfamata.

Camilo C.

Camilo C.

Camilo C. è un nome di fantasia ispirato ad una figura realmente esistita. Come realmente esistito è tutto quello che questo nome di fantasia scrive, tranne qualche dettaglio di colore, per altro abbastanza trascurabile. Quello che leggerete sotto questo nome è dunque tutto assolutamente vero; al contempo, come scriveva Vitaliano Trevisan: “Tutto quello che può incriminarmi è da considerare frutto d'invenzione".


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6 commenti:

  1. Luca Luca ha detto:

    “Nemmeno i Modena City Ramblers. Solo Famosi Veri®” ahah
    Racconto ironico di vera realtà aziendale mascherata con paillettes

  2. Katia Katia ha detto:

    Perché nascondersi dietro un nome falso? Perché aver paura quando si dice il vero? Io lo sostengo da anni la megafabbrica è un mostro sociale. E il peggio deve ancora venire ( parafrasando un famoso ®️)

  3. Marina Marina ha detto:

    Ma Camilo o Camillo?!?
    Mah …

  4. Riccardo ha detto:

    Camilo, Camilo C. G.
    Volendo recuperare la doppia elle, lo potremmo rendere con un autarchico Camillo Centofuochi, magari da noi non più héroe sonriente ma cuoco stellato.
    Chissà come sarà il mondo senza la fabbrica, quando il capitale potrà fare a meno, più o meno definitivamente e totalmente, dell’altro classico fattore produttivo, il lavoro. Quando nella megafabbrica verranno introdotti quattromila robot umanoidi, che ne usciranno solo per essere smontati, riciclati e ricondizionati, e la Grande Cena di Natale sarà servita a cento persone in modalità smart e mirrorworld.
    Piangeremo, tra vent’anni, che la setta sia quella di coloro che avranno ancora la possibilità di seppellirsi 8 ore da qualche parte per lavorare?
    Sarà la contrapposizione irrisolta tra capitale e lavoro che determinerà la fine dell’esistenza umana sulla terra?

  5. mario ferrazza ha detto:

    Se uno non vuole lavorare in Luxottica può sempre licenziarsi

  6. andrea gobetti ha detto:

    Bravo! M’è piaciuto per le idee ma soprattutto perchè ben scritto, tanto da poter filar tranquillamente contro vento.

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