Racconto

VOLTARE PAGINA

"Le nostre valli è ora che voltino pagina e che si aprano a questo stile. È ora che i retaggi mentali di un alpinismo di fine ottocento vengano vinti per lasciare spazio al nuovo"

testo e foto di Elio Bonfanti

In vetta alla Uia di Mondrone, da sx: Aldo Morittu, Elio Bonfanti, Gian Carlo Grassi e Giuseppe Berardino
15/09/2021
5 min
La via la chiamammo ``Alla pagina seguente`` proprio per sottolineare che era giunto, come sosteneva Giancarlo, il momento di voltare pagina.

«Ora basta! Credo che adesso anche per noi sia arrivato il momento di spingerci più in alto e portare questa nuova filosofia dello spit in quota anche da noi. D’altronde guarda Cambon: in Francia ha fatto vie mozzafiato su pareti alte anche più di 500 metri… Oppure Piola e Vogler: con le loro vie nel gruppo del Bianco stanno lasciando un segno importante. E noi? Noi cosa facciamo oltre a stare a guardare quello che fanno gli altri? Le nostre valli è ora che voltino pagina e che si aprano a questo stile. È ora che i retaggi mentali di un alpinismo di fine ottocento vengano vinti per lasciare spazio al nuovo».

Questo fu l’incipit a metà strada tra il serio e il faceto con il quale Giancarlo (1) cercò di convincermi a partire per una nuova ed ennesima avventura alla ricerca del “moderno”.

«Perfetto, io ci sono. Ma tu dove pensavi di andare?»

La risposta era ovviamente pronta, lui aveva già pianificato tutto e aveva pure individuato una linea autonoma e difficile che salisse in cima al Cervino delle Valli di Lanzo. Il suo non era un invito a vedere la mia reazione, la sua era una decisione: Uia di Mondrone. Non solo, per il fine settimana successivo aveva già anche stabilito tutta la logistica:
«Allora, io e Aldo Morittu saliamo il venerdì mattina, passiamo dal bivacco a posare le cose superflue ed andiamo in cima passando dalla normale. Calandoci attrezziamo la via sino a che reggono le pile del trapano. Tu, che al venerdì lavori, stacchi magari un pò prima e porti su la cena ed il resto del materiale per finire la via il sabato».

Inutile dire che davanti a tanta determinazione qualsiasi mia osservazione sul metodo e sul merito sarebbe risultata inutile e inopportuna. Poi diciamola tutta: forse il tracciare una via nuova sulla parete nord-est di una delle mie montagne preferite mi stimolava al punto che nessuna osservazione mi sembrò sufficientemente degna per poter ostacolare il piano che Giancarlo aveva già cosi minuziosamente architettato.
Il fatto di piantare spit ci era ormai diventato familiare e quello poi di piantarli dall’alto, all’epoca, non ci faceva interrogare in nessun modo su quanto fosse eticamente giusto o sbagliato. Lo si faceva e basta, senza se e senza ma. Solo ogni tanto, e a costo di mille peripezie, chiodavamo dei tiri dal basso ma a questo compito era in genere deputato il sottoscritto, che dal basso doveva ricongiungere la propria linea con quella tracciata da Giancarlo mentre si calava.

Bivacco Bruno Molino (2280 m), in val d'Ala, ai piedi dell'Uia di Mondrone.

Era l’imbrunire ormai e conoscendolo l’immaginavo ancora lassù in un qualche imprecisato punto della parete. Salendo da Margone in cuor mio speravo di trovarli già ad aspettarmi nel sicuro ventre del bivacco. Invece giunse la notte ed ormai il buio si era preso la montagna, trasformandola in una sagoma simile a quella di un plastico, con solo le creste e le cime ancora ben delineate. E con lei il buio si era preso anche i miei amici di cui non avevo nessuna notizia.

Mi interrogavo sul da farsi: se andargli incontro, se cercarli… Si! Forse cercarli, ma da dove partire? Possibile che non abbiano una pila frontale o che non diano una voce affinché io possa individuarli?
“Giancarloooo, Aldoooo!” gridavo a squarciagola ma la montagna non mi ritornava che qualche sordo rumore di sassi caduti da chissà dove.
Finalmente una lucina a centro parete, per un istante, fece baluginare i suoi raggi ed io mi sentii rinascere. Cominciai a correre a perdifiato fin sotto la sua verticale. Ma comunicare era impossibile ed i telefoni cellulari erano ancora là da venire. Valutando la situazione e visto che erano vivi me ne tornai rincuorato nel bivacco addormentandomi subito.

Giancarlo e Aldo dopo essere arrivati sul bordo di un grande strapiombo avevano giuntato le corde e si erano calati per quasi 100 metri nel vuoto per poi continuare a scendere slegati e con una sola pila frontale completamente scarica, su un terreno estremamente difficile ed insidioso ma soprattutto sconosciuto ai due.
Giunsero alla base incredibilmente indenni. Risvegliandomi di colpo, senza accorgermene, feci la parte di quei cani barboncini che festeggiano il loro padrone senza pensare che l’adrenalina dei due prima o poi si sarebbe incanalata verso l’uscita. La calma serafica di Aldo da una volta all’altra mi lasciava sempre più stupefatto. Giancarlo invece esplose dandomi quasi tutte le colpe dell’accaduto, sostenendo che io, dal basso, non li avessi illuminati ed assistiti a dovere e di averli abbandonati al loro destino.
Un piatto caldo ed il riposo della notte furono provvidenziali per placare gli animi.

L'Uia di Mondrone (2964 m )

Quando il giorno seguente fece capolino, non so se più esterrefatto o più spaventato, toccò anche a me percorrere in salita ciò che loro avevano sceso al buio e slegati la notte precedente. La corda penzolava nel vuoto ancorata ad un solo spit “da otto” quasi cento metri più in alto. Era decisamente il mio turno. Infatti fu a me, che non ne avevo mai provata una, che Giancarlo assegnò la risalita per primo.
«Fai due nodi prusik: uno lo attacchi in vita e nell’altro ci metti la fettuccia per il piede. Quando arrivi al nodo di giunzione delle corde, smonti il prusik, lo rifai sopra il nodo di giunzione e riparti».

Dopo questa rapida e sommaria lezione tecnica aprii gli occhi solo due volte: la prima al nodo e la seconda quando con il casco raschiai contro il bordo del tetto. Finalmente avevo finito di girare come una trottola, la sosta era ormai vicina e con due bracciate la raggiunsi attendendo trepidante che gli amici, uno alla volta, sbuffando, risalissero il sottile filo che precipitava nel vuoto più assoluto. Era il mio giorno di lavoro e dalla sosta Giancarlo mi assicurava mentre attrezzavo il lungo traverso che, andando verso destra, ci avrebbe permesso di raggiungere una porzione di parete che evitava lo strapiombo che avevamo sotto al sedere. Da là poi, con una serie di muri articolati, saremmo agevolmente giunti alla cengia da cui la sera prima si erano avventurosamente calati i due.

Il lavoro era lungo e le ore passavano veloci. Giancarlo ad un certo punto esordì con una proposta ad Aldo:
«Senti Aldo! Qui in due non combiniamo niente. Se tu traversi su questa cornice e poi vai su per quelle placche sulla sinistra arrivi a prendere la via normale, scendi a Margone, fai la spesa e così per quando noi saremo al bivacco avremo del buon pasto caldo. Cosa ne dici?»
Tra tutte le risposte in cui speravo Aldo gli dette l’unica che non avrei mai voluto sentire: un convinto «Va bene!» gli sgorgò infatti spontaneo. Ma non solo, ci aggiunse pure: «Sai a stare fermo mi è venuto pochino di freddo!» e partì. Scalava slegato su passaggi anche di V grado ed io stetti immobile a guardarlo sino a quando scomparve dietro ad uno spigolo pensando che non l’avrei mai più’ rivisto… altro che cibo caldo!

Terminammo il lavoro il bivacco ci vide di ritorno ben prima dell’imbrunire con al suo interno un trionfante Aldo che era riuscito a portare a termine il suo compito: sopravvivere e prepararci la cena!
Quella sera ci raggiunsero la moglie e le figlie di Giancarlo e insieme a loro un’orda di giovinastri che avevano il chiaro intento di dissetarsi a Genepy. Mi rassicurò un pochino il fatto che uno di questi fosse il figlio di un noto alpinista torinese degli anni sessanta il quale, riconosciuto Giancarlo e capito l’obiettivo della giornata successiva, ci garantì che non avrebbero fatto troppo baccano e che ci avrebbero lasciato dormire.

Mille volte dicemmo loro: «Per favore smettetela di fare rumore, dobbiamo dormire». Mille volte i nostri richiami caddero nel nulla. Purtroppo la sveglia puntata alle cinque ci dava inesorabile il tempo che ci rimaneva per riposare e dato che la mezzanotte si avvicinava la soluzione venne da sé. Una volta sollevato di peso e scaraventato fuori dal bivacco uno di questi ragazzi che era chiuso nel suo sacco a pelo gli altri capirono. Così in pochi minuti giunse la quiete e con essa un breve sonno ristoratore.

La via la chiamammo “Alla pagina seguente”, proprio per sottolineare che era giunto, come sosteneva Giancarlo, il momento di voltare pagina. Forse il fatto che fossimo nelle nostre Valli di Lanzo fu assolutamente casuale anche se decisamente simbolico. Un microcosmo forse ancora troppo ancorato ad una concezione diversa dell’andare in montagna. Una concezione che ancora oggi non è fortunatamente scomparsa. Giancarlo era l’uomo delle pagine nuove. Lui amava scrivere storie ogni volta diverse, la sua ricerca costante lo portava a misurarsi con tutto ciò che era nuovo o diverso senza preclusioni e preconcetti, armato solo del suo entusiasmo e dei suoi amici.

_____ 
(1) Gian Carlo Grassi, http://www.altitudini.it/unattesa-non-paga

In parete
Elio Bonfanti

Elio Bonfanti

Nato a Torino nel 1961 è Istruttore Nazionale di Alpinismo ed Istruttore
di Arrampicata libera. Libero professionista e quindi alpinista soltanto nel tempo libero, arrampica dal 1978 e ha all’attivo vie nuove sia su roccia che su ghiaccio, alcune delle quali aperte con l’indimenticabile Gian Carlo Grassi. Ha scalato anche in Norvegia, Giordania, Madagascar, Canada e nelle Ande peruviane.


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