Racconto

#14
UNO ZAINO AZZURRO FRA LE STELLE

Pochi sono i sogni che si avverano se non si sa cogliere il profumo che un piccolo fiore calpestato emana prima di morire…

testo e foto di Sandra Scrimali  / San Possidonio (MO)

Cima del Monte Sagro, febbraio 1970
27/12/2021
6 min
Marco_Rossignoli_014

Uno zaino azzurro fra le stelle

di Sandra Scrimali

Lo zaino, in robusta tela azzurra e cuoio grigio, pendeva sconsolato e floscio dall’attaccapanni del corridoio di una casetta di campagna.

Irma aveva impegnato tutto il mese di lavoro in libreria per procurarsi un’attrezzatura adeguata, ma la sfoggiava solo nelle grandi occasioni. Era stato suo compagno sulle Torri del Vajolet e sul Sella, era maturo il tempo per osare qualcosa di più. La sessione estiva di esami era terminata per lei, non ancora per Flavio, per cui fantasticava da sola sui possibili obiettivi. Non erano i tempi di Internet, in cui asciutte relazioni, immagini in sequenza, filmati musicati coltivano sogni e fantasie. Allora bisognava fare tesoro dei racconti di altri alpinisti, fioriti di aneddoti, innaffiati di vino rosso e riscaldati dal fuoco dei bivacchi. Così prese forma il progetto di risalire il lungo fianco di granito adagiato sotto il cielo di cobalto della Val Bondasca e discendere, raggiunta la cima, dall’altro versante della grande montagna evocata come un sogno da tanti alpinisti.

Raccolse i materiali, martello, chiodi, moschettoni, una corda gialla da 8 mm poteva bastare. Lo zaino era già pesantissimo e ancora mancavano la tenda per dormire nei prati, il piumino, l’acqua e i viveri, la macchina fotografica. Sul tavolo si materializzavano i suoi pensieri per affrontare ogni imprevisto, ma decidere l’indispensabile, in un’afosa giornata di pianura, era arduo: in 40 tiri di corda può succedere di tutto ma anche un carico eccessivo può divenire fatale. Speravano di realizzare una lunga storia d’amore, un abbraccio al granito come non avevano mai provato, un trillo argentino sulle pareti ferite dai chiodi che Irma, da seconda di cordata, avrebbe recuperato con molte scuse e qualche carezza, e questo canto non doveva trasformarsi in gemiti di dolore o di morte.

Il fascino misterioso dello Spigolo Nord, per due ragazzi con pochi soldi e poco tempo per prepararsi era un esame da 110 e lode, il loro entusiasmo non contemplava spazi oscuri per l’incidente, per il fallimento, per la morte. È tuttora un impegno notevole che mette a nudo la personalità, non consente errori, prova la resistenza alla fatica, al clima, alla solitudine, al timore di incrodarsi e non farcela. In quegli anni bisognava in ogni caso venirne fuori con le proprie forze perché non c’erano i telefonini e nemmeno un Soccorso Alpino capillare come si sarebbe sviluppato in seguito, ma Irma non considerava nemmeno la possibilità di un incidente, aveva totale fiducia in Flavio e la fresca baldanza dei suoi vent’anni di ragazza libera e fuori dal coro.

“Allora bisognava fare tesoro dei racconti di altri alpinisti, fioriti di aneddoti, innaffiati di vino rosso e riscaldati dal fuoco dei bivacchi.“

Dopo l’incidente sul Porcellizzo, luglio 1970

Finalmente riuscirono a partire, un padre collaborativo aveva prestato l’auto per facilitare l’avvicinamento, il cielo era sereno e così i loro pensieri. Attraversati ruscelli da fiaba, boschi odorosi di muschi e resine, rigogliosi prati d’alta quota, ecco comparire quasi dal nulla la Capanna emergente dalla scenografia più spettacolare che avessero mai ammirato: di fronte a loro le grandi cattedrali di granito sulle quali Cassin, Molteni, Valsecchi, Bramani, Fiorelli avevano vergato, anche col sangue, pagine di storia dell’alpinismo. Un lungo braccio dal Pizzo si stendeva fino a lambire con un dito i prati alle spalle della Capanna, un malizioso invito a lasciarsi trasportare in alto, passo dopo passo, tiro dopo tiro, sosta dopo sosta, fino a toccare il Cielo, ora addolcito dall’imminente tramonto.

Montata la tenda poco lontano, entrarono nell’accogliente rifugio, dove profumi di cucina e racconti di avventure si incrociavano con le ultime novità sui percorsi e sulle previsioni del tempo, ma la cruda novità per Irma fu che Flavio sarebbe salito con un ragazzotto di belle promesse, un tal Lodovico che era in cerca di compagni di cordata. Insieme avrebbero valutato la Via, per poi tornarci con lei. «E’ per il tuo bene, Tesoro, non voglio metterti nei pericoli». Forse la proteggeva da infausti presentimenti, forse un Destino era già in atto. Fu irremovibile. Lodovico gongolante. Irma dovette ingoiare il rospo, Flavio sceglieva sempre l’opzione più saggia.

«Non resterò qui a piangere fra gli Eriofori, aggiro la cima e vi aspetto dall’altra parte» reagì lei. Così ben prima dell’alba i loro sentieri si divisero. Irma partì con passo nervoso, carica di risentimento e di stizza verso Lodovico che la privava di quel sogno di granito che occupava i suoi pensieri da mesi. Lacrime di amara frustrazione le annebbiarono la vista, ma presto fu ammaliata dal silenzio che la circondava sotto quel cielo di fiordaliso, con le candide seraccate alla sua sinistra: azzurro e bianco come una porcellana di Della Robbia! Porcellane sì, ma troppo incombenti.

Assorta nei suoi pensieri aveva perso i segnavia. Sentì la paura gelarle le gambe, era proprio sotto tiro, bisognava sbrigarsi, sloggiare, recuperare il sentiero, mettersi in sicurezza. Voci lontane risuonavano: «Irma, Irma, Irma». Aveva allucinazioni, forse la quota, forse il digiuno, forse lo sforzo. «Irmaaa, Irmaaa, Irmaaa» rimbalzava l’eco inquietante. In un lampo ripassò le lezioni del corso d’alpinismo, tornò sui suoi passi fino a ritrovare l’ultimo segnavia noto mantenendo un occhio alla neve instabile, fino a che intercettò lontano, su uno sperone di roccia, un provvidenziale segnale tondo e rosso, raggiunto il quale si trovò con sollievo in prossimità del Passo. Lì appollaiato fra due grandi massi stava seduto un angelo biondo e riccioluto che la osservava sorridendo con un filo d’erba fra le labbra. Uno scambio di frutta secca e proseguirono insieme ramponando il canale gelato ormai in ombra, fino a che si affacciarono al luminoso sole dell’Italia.

“Avrebbe finito volentieri i suoi giorni lassù, sulla cattedrale di granito, ma era destinata a continuarli giù nella pianura nebbiosa.“

Cresta Marimonti, giugno 2017

La valle del Porcellizzo e il Rifugio Gianetti, giugno 2018

Il canale di discesa era ingombro di neve fusa, troppo scorrevole sulla sottostante base ghiacciata e il giovane austriaco precipitò a valle. Irma si arrestò di colpo per valutare la situazione ma in pochi istanti già scivolava a precipizio giù per il ripido pendio. Vide le rocce correrle incontro e poi fu tutto buio. Si risvegliò fra le braccia del suo angelo che le sussurrava parole incomprensibili con voce rassicurante mentre le fasciava la testa come poteva e le faceva sorseggiare una bevanda dolciastra. Si avviarono insieme verso il rifugio sottostante.

«Irma, Irma, Irma», ancora quelle voci in lontananza. Doveva essere il trauma cranico, l’altitudine, il digiuno. Raggiunto il rifugio fu medicata e fasciata a regola. Ma poi… Elicottero sì, Elicottero no, Elicottero viene da lontano, Elicottero non c’è. Il trauma cranico iniziava a produrre euforia. Irma chiese due uova al tegamino e sarebbe scesa da sola. E mentre si organizzava la partenza apparve Flavio. «Sono ore che ti rincorro e ti chiamo». Lodovico si era dimostrato incapace ed avevano rinunciato a proseguire.

Scese come in delirio, si risvegliò in ospedale il giorno dopo, di colpo ripiombata sulla Terra, con tutti i piccoli e grandi problemi della vita quotidiana che lassù, sotto un cielo di zaffiro, sembravano lievi ed inconsistenti.

Una dopo l’altra le vicende di una vita complessa rinviavano l’appuntamento tanto vagheggiato. I capelli bianchi avevano camuffato i segni delle suture. Lo zaino azzurro, sbiadito e rattoppato delle ferite inferte dalla caduta, era sempre là, appeso alla sua gruccia. Era venuto il tempo di rispolverarlo e restaurarlo. Ora Irma aveva un Maestro, le tecniche di arrampicata erano cambiate, erano trascorsi quarantacinque anni di una vita intensa e mai banale, si poteva ripartire. Ma proprio quando il sogno era uscito dal cassetto e, rivestito di una nuova luce di fattibilità, lo Spigolo brillava nuovamente nei suoi occhi, una spaventosa frana oscurò la valle rendendo impraticabili i sentieri e gli accessi alle Vie. Imponderabile destino.

Lo Spigolo si negava forse per proteggerla da infausti drammi. Il curriculum di Irma si sarebbe arricchito della Marimonti, della Molteni, del Barbacane, ma all’abbraccio affettuoso dei suoi sogni dovette rinunciare definitivamente: troppo bianchi i suoi capelli, troppo corto il suo respiro, troppo lente le sue gambe. Avrebbe finito volentieri i suoi giorni lassù, sulla cattedrale di granito, ma era destinata a continuarli giù nella pianura nebbiosa.

Mentre il suo Spigolo le restava nel cuore, il pensiero di averlo immaginato, accarezzato, assaporato da vicino, le dava lo slancio per proseguire sui sentieri della vita, dove pochi sono i sogni che si avverano se non si sa cogliere il profumo che un piccolo fiore calpestato emana prima di morire.

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Sandra Scrimali

Sandra Scrimali

Sono una mediocre, appassionata alpinista dal 1969. Sono medico di base e passo le ore libere sul Web a leggere relazioni e progettare escursioni e salite che per lo più restano negli appunti.


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