Racconto

#25
L’ANTIPODE OMOLOGO

RACCONTO DI AVVENTURE IPOGEE NON CONSISTENTI E ONIRICAMENTE NECESSARIE

testo di Irene Borgna, illustrazioni di Paola Pappacena  / Entracque (CN)

“Dietro di loro, un po’ a casaccio, venivano tutti gli altri.”
07/01/2022
9 min
Marco_Rossignoli_014

L’antipode omologo

testo di Irene Borgna, illustrazioni di Paola Pappacena

Per quanto sotto certi aspetti non potessero essere più diversi, la sera decisiva i componenti della spedizione, riuniti nel retrobottega male illuminato della panetteria “Il pane quotidiano”, erano tutti d’accordo su un punto: che più in basso di così non si sarebbe potuti cadere.

Era evidente che il tessuto sociale fosse lacerato e consunto, slabbrato in una moltitudine di brandelli umani rapaci e bellicosi. Ogni monade, chiusa nel suo carapace d’indifferenza, sembrava tenacemente impegnata a schivare o a respingere qualsiasi elemento del mondo esterno che promettesse un deragliamento fuori dai binari del quotidiano – come se non si trattasse, peraltro, di binari ampiamente morti. Il clima si stava surriscaldando, ma qualcuno continuava a pensare che la conseguenza più seria sarebbe stata fare a meno di piumone e galosce. Nel frattempo le specie si estinguevano, le piante soffrivano, gli orsi polari deperivano e gli insetti schiattavano, giustappunto, come mosche. Quanto ai governi, tutti assentirono convinti quando Paolo il fornaio, riconosciuto unanimemente come il teorico e capo carismatico del gruppo, riconobbe più credito ai propri borborigmi gastrointestinali che ai discorsi dei capi di Stato: «Questi parlano di libertà e costruiscono muri, preparano il deserto e lo chiamano futuro: almeno lo stomaco ammette con onestà che il punto di arrivo sarà una merda». Qualche timido applauso accolse quest’ultima lapidaria affermazione. Ma era finito il tempo di battere le mani: era giunto il momento di sporcarsele.

«Siccome è chiaro a tutti che abbiamo toccato il fondo, non resta dunque che scavare. Fino ad arrivare agli antipodi. In base ai miei calcoli, secondo l’applicazione locale della Legge della Compensazione Universale della Sfiga, a un luogo e a un tempo infami concentrati in un punto, nello stesso momento corrisponde agli antipodi un luogo inverso e speculare. Partendo dunque da un luogo in cui non rimane alcunché di salvabile, percorrendo nel modo più retto possibile la maggior distanza immaginabile, si può e si deve raggiungere un luogo contrario, un Opposto Altrove che trabocca di senso. Un bel posto, insomma».

Paolo picchiettò con un’estremità del mattarello infarinato la superficie di un planisfero disegnato a mano malferma e appiccicato di sbieco sul muro. Poi trascinò lo scettro ligneo in diagonale, attraversando due o tre continenti bisunti di focaccia, per concludere la traiettoria in corrispondenza di una macchia di stracchino al capo opposto del disegno, quindi proseguì: «La conclusione cui sono giunto dopo settimane di calcoli è che dalla Legge della Compensazione si deduce al di là di ogni dubbio – e comunque per la disperazione – che debba esistere un altrove speculare, un antipode a segni e sogni invertiti dove ritrovare quel che abbiamo perso quassù. E noi lo raggiungeremo. Insidie senza nome e pericoli sconosciuti ci attendono, ma sempre meglio che stare qui a rischiare l’assuefazione alla paura o la morte per tedio. In marcia». Un’ovazione in miniatura accolse l’esortazione. Fu così che Paolo, il fornaio che cuoceva ancora pane calmierato, Cecilia la maestra dei casi disperati, una pianta in vaso dimenticata su un pianerottolo (un tronchetto della felicità, per la precisione) e una coniglia scampata al salmì si avviarono insieme verso l’imbocco di una grande grotta. Erano affardellati da zaini, picconi, ferraglia e cordami – ma col cuore leggero.

«Voi dunque non disperate?» esclamai irritato.
«No» replicò fermamente il professore.
«Come, voi credete ancora alla salvezza?».
«Sì, certo; fintanto che il suo cuore batte e la sua carne palpita, io non ammetto che una creatura dotata di volontà si abbandoni alla disperazione».
(Jules Verne, Viaggio al centro della Terra)

“Paolo picchiettò con un’estremità del mattarello infarinato la superficie di un planisfero disegnato a mano malferma e appiccicato di sbieco sul muro.”

Non sarebbe stato sufficiente andare lontano per raggiungere gli antipodi, bisognava che la spedizione si muovesse in modo diverso perché la meta potesse concretizzarsi: Paolo aveva intuito che l’unico modo di avvicinarsi agli antipodi era ovviamente fare l’esatto contrario di quanto accadeva al punto di partenza. Siccome il luogo che stavano lasciando era infestato dalla solitudine e dall’esclusione, in primo luogo decisero che tutti sarebbero stati invitati alla spedizione. Ma proprio tutti. Così, quando si trattò per davvero di iniziare a calare sotto la superficie della Terra, quel lucente mattino di maggio, al nucleo iniziale della spedizione si era unita una piccola folla. La rappresentanza era eterogenea: c’erano esploratrici, salamandre, blogger e vecchi randagi del canile, oltre ai più disparati rappresentanti dei regni animale e vegetale (più una manciatina di funghi, che non si capisce mai bene come classificarli).

Secondo la stessa logica cogente, la direzione da prendere l’avrebbe stabilita chi, nell’epicentro della sfiga che stavano per lasciarsi alle spalle, non aveva il potere di decidere una beneamata mazza. Anzi, non aveva proprio voce in capitolo. Anche perché spesso nemmeno possedeva le corde vocali: le apripista della carovana sarebbero state le piante. Questi esseri verdi e pazienti che, con il loro vizio di trasformare l’anidride carbonica in ossigeno, avevano permesso alla vita animale di invadere gioiosamente la superficie terrestre e in cambio si ritrovavano arsi nel caminetto, grigliati come contorno o con il sottovaso vuoto a Ferragosto (al solo pensiero il tronchetto fremeva d’ira, altro che di felicità).

La guida della spedizione venne quindi affidata alla yucca (che è un altro nome, peraltro più esotico e meno scemo, del tronchetto di cui sopra), a una betulla e a un ginepro: il primo per l’indiscussa tenacia da sopravvissuto a un condominio di periferia, la seconda perché è una coraggiosa pianta pioniera e il terzo perché gli fa così schifo l’idea di stare al buio che si sarebbe spremuto le bacche pur di uscire di nuovo alla luce del sole il prima possibile. D’altronde è risaputo: nessuno più delle radici ha l’istinto per le biforcazioni sotterranee. Appena dietro le piante seguivano gli animali colpevoli di avere troppe zampe (ragni e insetti) e quelli malvisti per il fatto di non averne nessuna, i serpenti – tutta brava gente che aveva un gran voglia di trovare un altrove dove non venir più spiaccicati e presi a bastonate. Le falene svolazzavano entusiaste di quel buio senza lampioni né fanali, e le lucciole, mai così splendenti, illuminavano la via in un turbinio di brillanti ammiccamenti chimici. A loro agio fra quelle che comunemente vengono chiamate bestiacce, scorrazzavano anche i bambini, alcuni dei quali pervenuti senza nemmeno passare da casa – tanto nemmeno ce l’avevano una vera casa – direttamente dai banchi in ultima fila dei casi disperati della maestra Cecilia. Dietro di loro, un po’ a casaccio, venivano tutti gli altri.

Il piano era semplice. Una volta raggiunto senza lasciare indietro nessuno il fondo più profondo possibile attraverso pozzi e cunicoli, avrebbero proseguito scavando a colpi di piccone e di gentilezza, un affondo di pala e di solidarietà dopo l’altro. Sarebbero diventati una catena umana, animale e vegetale in marcia attraverso il buio. Un passamano, passazampe, passarami lungo centinaia di metri sarebbe servito a portare via secchi colmi di terra e sassi e far spazio all’incedere dell’eterogenea spedizione.

Per quanto lo riguardava, Paolo aveva stabilito di chiudere la fila per mano con Cecilia la maestra: un po’ d’amore avrebbe protetto la carovana migratrice durante il viaggio. La coniglia scampata al salmì li precedeva soddisfatta, alzandosi ogni tanto sulle zampe posteriori con fierezza lagomorfa – il naso fremente e le orecchie dritte.

“Ogni notte, chi aveva incrociato di giorno si aggiungeva in sogno alla schiera in partenza per l’Opposto Altrove.“

“Il chiarore pulsante della radiosveglia indicava un’ora tremendamente piccola della notte, l’ora del fornaio.” 

“Rifece a piedi tre piani di scale e controllò sul pianerottolo il sottovaso del tronchetto della felicità: bene, ancora pieno.”

Innumerevoli furono le cose meravigliose e terribili che si pararono lungo il cammino ipogeo. Grandi gli ostacoli che si frapposero tra il coraggioso serpentone animale e vegetale, ma ancora maggiori l’astuzia e il coraggio che valsero a superarli uno dopo l’altro. Purtroppo il diario della spedizione, vergato da Paolo il fornaio ogni volta che qualcosa di mirabile accadeva, fu spazzolato da una mucca in crisi di fame a poche ore dall’arrivo. In grotta non crescono i prati e in certi frangenti ogni scampolo di cellulosa è foraggio.

Dopo lunghi giorni di cammino nell’oscurità, qualcosa cambiò all’improvviso. A un tratto le foglie ebbero un fremito, come scosse da un vento di gioiosa impazienza. I pipistrelli sciamarono in massa, scomparendo ben oltre la testa della spedizione. Un odore grasso e denso, di humus e di vita, sconvolse narici, froge, proboscidi, fosse nasali di tutti i tipi e dimensioni. Poi, qualcuno la vide: la luce. Ce l’avevano fatta. Subito dopo irruppe un suono intenso, incalzante: che fosse un benvenuto musicale? Via via che l’uscita si faceva più vicina, il volume aumentava. Aumentava. Aumentava.

Anche meno, pensava Paolo. Adesso basta, avrebbe gridato. Poi spalancò gli occhi. Il chiarore pulsante della radiosveglia indicava un’ora tremendamente piccola della notte, l’ora del fornaio. Dall’ordigno usciva una canzone fastidiosa come un foruncolo sulle chiappe, che zittì con una manata risolutiva. Si guardò intorno sperando di intravedere la meta, di sentire le voci familiari della spedizione, di incappare in un appiglio qualsiasi che potesse convincerlo di avercela fatta, questa volta. Ormai era diventato un appuntamento onirico ricorrente, quello della migrazione verso un Opposto Altrove. Ma tutto era buio e l’unica cosa in grado di dargli conforto si palesò al tatto: era il calore del corpo addormentato di Cecilia sotto al piumone. Una sagoma in quiete, il respiro regolare di chi davanti a sé ha ancora un paio d’ore abbondanti di sonno prima di alzarsi per andare a scuola a prendersi cura dell’esercito degli improbabili, quegli alunni che quando viene fatto il loro nome in consiglio di classe tutti scuotono la testa come in presenza del morto. Tutti gli insegnanti tranne Cecilia, che da quelle che agli altri sembravano rape riusciva a cavar fuori portenti. Forse era quel che faceva ogni giorno anche con lui, pensò Paolo con gratitudine, ricavandone la forza per disincagliarsi dalle nebbie del sogno e andare incontro a un nuovo giorno.

Tanti anni prima, una maestra (sarà stata una cugina di Cecilia) aveva spiegato alla classe di Paolo che i panettieri dovevano sempre tenere, accanto al pane extralusso integrale con inserti in noce tostata dell’Amazzonia impastato con i gomiti, anche un pane a prezzo fisso, alla portata di tutte le tasche. Fu quel giorno che il piccolo Paolo decise che avrebbe fatto il fornaio. Con il tempo si era arreso all’evidenza che vendendo pane quasi gratis è difficile campare, ma il Paolo adulto non volle tradire il bambino per l’uomo e così continuava a far finta di non vedere che i commessi raddoppiavano le dosi di chi aveva il portafoglio sotto la soglia minima di sussistenza. E quando qualche dipendente distratto dimenticava la generosità, era lui stesso a rimpolpare di sfilatini e piccole bontà soltanto i sacchetti giusti. Ormai aveva imparato a pesare pane e persone, e con le seconde continuava mentalmente anche per le strade: non poteva fare a meno di arruolare mentalmente tutti gli esseri viventi che vedeva percossi e malconci. Ogni notte, chi aveva incrociato di giorno si aggiungeva in sogno alla schiera in partenza per l’Opposto Altrove.

Paolo versò il caffè nella sua tazza preferita e sporse un quarto di finocchio a Salmì, che smise di saltellare intorno alla sedia come una coniglia posseduta dal demonio. Poi si calcò il cappello peruviano sulle orecchie e uscì prima dell’alba di un giorno qualunque di novembre. Si bloccò sul marciapiede. Rientrò. Rifece a piedi tre piani di scale e controllò sul pianerottolo il sottovaso del tronchetto della felicità: bene, ancora pieno. Si rituffò nel mattino in cerca di nuovi adepti per la spedizione verso un altro mondo, pensando che, in fondo in fondo, se ciascuno avesse fatto il suo, nemmeno questo sarebbe stato poi così male.

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Irene Borgna e Paola Pappacena

Irene Borgna e Paola Pappacena

>Sono Irene Borgna, antropologa alpina, guida escursionistica, scrittrice notturna e autrice del racconto. Vivo e lavoro nelle Alpi Marittime. Appena posso, sulla testa metto il cielo.
>Sono Paola Pappacena, illustratrice free-lance e autrice dei disegni. Lavoro su didattica e progetti artistici. Cammino in montagna e guardo il mondo da lassù.


Il mio blog | Eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. Ho scoperto altitudini.it attraverso alcuni autori (incontrati o seguiti da lontano), appassionandomi al cosa e al come. Mi piace per le storie mai banali, racconti che parlano delle montagne scansando gli stereotipi, scritti bene. Perché la bellezza ha molto da dire: è lei a farci allacciare gli scarponi (Irene).
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