Reportage

#81 LE MONTAGNE SU TORINO

testo e foto di Antonella Ferraris  / Alessandria

02/01/2021
8 min
Il Bando del BC20

Le montagne su Torino

di Antonella Ferraris

Mi sono accorta che le montagne su Torino erano vicinissime, per la prima volta, aspettando il mio relatore di tesi al quinto piano di Palazzo Nuovo (il palazzo delle Facoltà Umanistiche che era già orrendamente vecchio – nuovo quando io ero una studentessa negli anni Ottanta).

Dalle finestre del suo studio, che era esattamente di fronte alla Mole Antonelliana,  grazie alla prospettiva di una città assolutamente quadrata potevi vedere direttamente il Rocciamelone. Da qualunque parte ci si pone, sono lì, e i nuovi grattacieli (il palazzone della Regione, il San Paolo) sembrano fare concorrenza alle cime, cercando di arrampicarsi sino al cielo, specie quando è terso.

Le alpi sono lì, dietro ogni angolo. Per vederle bene, basta salire (è a due passi da Palazzo Nuovo), sino al Monte dei Cappuccini, che si chiama monte, non a caso. Da lì, specie sulla terrazza del Museo della Montagna dedicato al Duca degli Abruzzi, proprio dietro la Mole Antonelliana (ancora!) si può completare la vista circolare dell’anfiteatro di montagne che circondano Torino. Se la giornata è tersa, e Simao in inverno, come ora, la neve sulle cime luccica come cristallo. Se la giornata non è tersa, comparirà sempre,  in direzione sud ovest il grattacielo della Regione Piemonte, avvolto in una caligine gallina. Caligine che persiste, a mia memoria, da tempi non sospetti, e privi di palazzoni: lo smog. La vocazione principale di questa città è stata di essere una Company Town, cosa che conosco bene dato che il mio nativo Mandrognistan⁽¹⁾ ha costruito la sua storia sull’essere l’altra Company Town del Piemonte, quella dei cappelli.

Paradossalmente, il Genius loco, la Montagna delle montagne, per essere adeguatamente apprezzata deve essere osservata dalla periferia al di là della tangenziale, dove tradizionalmente, per i torinesi finisce il mondo: al di là, sunt leones o orsi, se si preferisce mantenere il criterio che Torino è  un centro spostato un po’ in là e noi tutti gli altri, siamo periferia pur essendo più o meno alla stessa latitudine , con l’eccezione di Cuneo. Se non sapete cosa vuol dire essere periferia, non ci conoscete, nemmeno la Lombardia è così Milanocentrica, ed è tutto dire. La foto del Monviso che vedete, e che è di Alberto Giovenzana, è stata scattata lo scorso anno, prima che tutti ci chiudessimo più o meno in casa, dal casello autostradale di Carmagnola, dopo un pomeriggio di camminate con tempo assai uggioso, che si era concluso con una soste al mercato antiquario di Carmagnola, e lì, subito prima del ritorno, il Monviso, che era stato più o meno nascosto tutto il pomeriggio, si era palesato con un’improvvisa e sfacciata esibizione di rosa.

Torino, è lì adagiata in una conca dove convergono le vie fluviali e la direzione della Francia. Se si volesse percorrere a piedi la lunghissima route royale che porta da piazza statuto al castello di rivoli, attraverso corso Francia lo stradone reale, 12,8 km quasi tre ore a piedi, secondo Google maps, che non ti ci fa passare, da Corso Francia in auto nemmeno chiedendoglielo, ebbene si avrebbe davanti , quasi sempre un montagna, anzi una montagnola, anzi una collinetta, ma pur sempre un rialzo, quello su cui viene costruito il castello di Rivoli, prima fortezza medievale, poi luogo di loisirs a fronteggiare il palazzo reale in città Quando penso a Torino, mi vengono in mente altre città di montagna come Grenoble, o Innsbruck, con cui Torino condivide il fatto di avere ospitato le olimpiadi invernali

Quando penso a Torino, mi vengono in mente altre città di montagna come Grenoble, o Innsbruck, con cui Torino condivide il fatto di avere ospitato le olimpiadi invernali. Lo confesso, sarà poco ecologico, ma ho nostalgia di quelle Olimpiadi, quando io e mia madre andavamo ogni week end a scoprire sport nuovi (l’hockey, il curling) che non avremmo frequentato mai più – vi ricordo che dalle mie parti si pratica a malapena il calcio e il basket – mentre mio marito brontolava, e noi passavamo il tempo a cercare parcheggi, a fare la coda, a fare fotografie analogiche, a comperare gadget, a farci fare l’autografo da atleti famosissimi ma sconosciuti. Sono certa di avere ancora l’autografo della nazionale canadese di hockey maschile, ma una vedovanza e tre traslochi dopo non l’ho più trovato, ma ho ancora una cantina da smontare e non dispero. Resta l’Oval, e il braciere olimpico conservato al Museo della Montagna.

Se pensate che sì, manca un po’ lo sci in questo discorso è perché io verso lo sci ho sentimenti contrastanti (non solo perché in quell’Olimpiadi procurarsi i biglietti per lo sci era impresa impossibile). Ho fatto il tifo per gli atleti italiani dai tempi di Thoeni e Pierino Gros, insieme a mia zia che sciava benissimo (il resto della famiglia era più da alpinismo -escursionismo), e lo faccio tutt’ora. Però oggettivamente lo sfruttamento della montagna a scopi sciistici mi sta stretto, non solo perché arrampicarsi in estate, come talvolta capita, su per le piste è una cosa sfiancante, e brutta, se nessuna erba ci è cresciuta sopra, ma perché anche a Bardonecchia, Cesana o Sestrière (la santa Trinità dello sci torinese) c’è molto altro da fare oltre a scivolare.  Lo so, anche lo ski è un affare torinese, da quando nel 1896 l’ingegner Adolfo Kind mostrò agli amici quegli ski comperati in Svizzera e fondò il primo Sci club, e il CAI, il Museo, Quintino Sella, le esplorazioni in Karacorum del Duca degli Abruzzi eccetera eccetera eccetera.

Quest’anno che la neve è abbondantissima non si scia. Lo so, ormai è retorico ricordare che i cambiamenti climatici sono realtà e una nevicata in più o in meno non cambia le cose, ossia la risalita mondiale delle temperature: è retorica, perché parliamo e scriviamo in tanti, ma non cambiano né le politiche generali, né i nostri comportamenti particolari. Ormai anche le organizzazioni governative mettono in evidenza che se non si fa qualcosa alla svelta i danni saranno irreversibili nel giro di quanto, cinquant’anni?

Vengo da una famiglia di gente piuttosto longeva, ma mi sembra improbabile propormi come testimone di quel  mondo a venire; ma questa mi sembra l’opinione più comune: tanto io non ci sarò più e quindi chi se ne… cosa perderanno le generazioni future: camminare in un giorno feriale nel silenzio della val Troncea; passare ore sedute su una pietra a contemplare gli andirivieni, le corse e i litigi delle marmotte al lago del Moncenisio, che, lo so, tecnicamente è già in Francia, fare lo slalom tra le vipere sul sentiero spaccagambe del colle della Rho, quello vecchio che saliva da Bardonecchia alle Granges la Rho e poi risaliva tutto il lento Pian dei morti sino alla casermetta già in disuso quando io ero adolescente; vedere la pioggia che cade a Malciaussia; l’ultimo tratto del sentiero del Rocciamelone, stando attenti a non guardare troppo proprio il versante di Malciaussia, sperando di arrivare in tempo in cima per farsi abbracciare dall’alba, e non trovare le nubi; scivolare col sedere sui pochi nevai residui scendendo dal Tabor, e potrei continuare.

Anche la devozione popolare passa sui monti. La sacra di San Michele, luogo sacro ed esoterico nel mezzo di un cammino che parte da Mont St. Michel e arriva in Puglia, adagiata su una roccia, incarna , nella pietra, letteralmente, il salire fino al cielo, l’arrampicarsi sino a Dio (se non lo sapete, ma non potete non saperlo, è lì che Umberto Eco ha trovato l’ispirazione per l’Abbazia de Il nome della Rosa). Se siete saliti a piedi – o in bici, o vi siete arrampicati – avrete il premio divino di una vista mozzafiato, anche dei grattacieli. Troverete i simboli dei pianeti e dei segni zodiacali, tutti segni della città magica, e un panorama mozzafiato su tutta la val di Susa. E di fronte l’altro santuario caro a tutti: Superga, la tomba dei Savoia, e del Grande Torino, il cui aereo si schiantò ai suoi piedi il 4 maggio 1949. 

Un altro tipo di pellegrinaggio laico, in una città in cui, diciamolo, non sono gli sport invernali a stare sulle prime pagine del quotidiano sabaudo. Salire a piedi a Superga, specie d’estate, può essere una sfida. Ora che l’incuria ha chiuso la tranvia di Sassi, farsi largo nelle stradine poderali sotto il sole sino alla vetta di Superga può essere abbastanza sfiancante: il clima estivo di Torino non è propriamente da montagna e salire sino in cima sotto il sole ha causato ad alcune amiche , molto più giovani ed allenate di me, visioni mistiche estive. Ma superato il baluardo dell’afa, infernale contrappunto della caligine invernale, le montagne sono lì dal Rocciamelone, alle Levanne. E poi le tombe dei Savoia nella cripta sono al fresco e anche il sacrario del grande Torino, nella parte posteriore della chiesa, rimasta incompiuta, si trova dal lato più in ombra. Non per nulla proprio quel luogo fu teatro di una memorabile sfuriata di mio padre, che mi aveva infilato clandestinamente in una gita scolastica, che consisteva nell’immancabile visita a Superga dopo l’altrettanto immancabile visita alla Fiat (stiamo parlando di un periodo antecedente l’autunno caldo). Lì perdemmo uno dei suoi studenti – non io per fortuna, ma uno che conta che ti riconta non si trovava. Così mio padre chiuse la scolaresca recalcitrante nel pullman e batté palmo a palmo tutta la basilica sinché trovò il malcapitato imbambolato davanti al monumento a Vittorio Amedeo II (il fondatore di Superga, colui che voleva trasformare Rivoli in Versailles on the Po, re di Sardegna, e incidentalmente colui che ha separato il natio Mandrognistan dalla Lombardia a cui noi, obiettivamente e storicamente, apparteniamo).

Anni dopo mio padre soleva dire che gli avrebbe volentieri spedito un calcione  nel didietro degno di Valentino Mazzola buonanima. Ma ovviamente non si poteva (neanche allora). Tra l’altro sempre in quella memorabile giornata all’intera truppa era stata anche trascinata, credo sia la parola corretta, su per i 131 scalini che portano alla cupola. Se ancora avete fiato, la vista è mozzafiato ed è esattamente speculare  a quella che si vede dalla sacra di san Michele (per amore delle parallele simbologie mistico esoteriche, anche a Superga c’è una colossale statua di san Michele, a guardia delle tombe, mentre sconfigge il male).

Non so se gli abitanti di Torino si vedono come abitanti di una città di montagna (quelli di Innsbruck e Grenoble sì, e anche quelli di Chambery, che con Torino si è a lungo divisa il titolo di capitale): da una rapido sondaggio fatto tra i miei numerosi amici conoscenti parenti coworkers uno solo aveva con entusiasmo risposto sì⁽²⁾. La maggior parte degli altri erano rimasti perplessi, come se non ci avessero mai pensato (la risposta più frequente, con varianti, è stata “ma fa troppo caldo per essere una città di montagna”: vi assicuro che a Innsbruck d’estate fa caldo come a Torino, e a Trento e Bolzano è molto molto peggio). Secondo me la colpa è della Fiat – naturalmente. Ha dominato talmente tanto a lungo l’orizzonte culturale della città da far dimenticare quasi tutto il resto. E’ ora che Torino ritorni a guardare il suo cielo.

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento
Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento
Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco
Tu sei come me
Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento
Perso nei miei sogni con lo stesso smarrimento
Il cielo su Torino sembra ridere al tuo fianco
Tu sei come me
(Subsonica, Il cielo su Torino)

_____

note:
⁽¹⁾ il Mandrognistan è la landa desolata che si stende da Alessandria a Tortona; questo per i nuovi lettori, se ci saranno; altri lo sanno già.
⁽²⁾ questo scritto è dedicato al mio amico Flavio Febbraro, scomparso in un incidente di montagna sul Monte Rosa nel 2019: l’unico che mi aveva detto di sì.

foto:
1. Sestriere, il logo di Torino 2006.
2. Il Monviso al tramonto da Carmagnola.
3. Panorama di Torino dalla Sacra di San Michele.

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Antonella Ferraris

Antonella Ferraris

Una volta le persone come me si definivano vecchie; io sono giovane, dal collo in su. Lavoro in ambito storico, ho sempre scritto di montagna, anche professionalmente. Ho praticato la corsa in montagna, ora l'escursionismo. Vado in montagna dall'età di cinque anni , e non ho ancora smesso.


Il mio blog | Il sito alpslover.com nasce dal mio amore per la montagna: si occupa di escursionismo, con alcune particolarità: uno sguardo umoristico, un po'demitizzante (il mondo della montagna tende a prendersi un po' troppo sul serio), uno sguardo di genere, uno sguardo "di età". Vive la montagna come chi è costretto a guardarla da lontano.
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