Racconto

#12 · Lo sguardo della natura

testo e foto di Achille Rumolo

05/12/2019
3,10 min
informazioni
L'arsura uniforma l'ipotermia ad una calotta solare che inietta calore, ammanta la percezione focale e polverizza la salubrità dell'etere.

La ionosfera dilata lo spazio e disintegra la materia cellulare, non la incenerisce, prima l’avvizzisce, poi la scioglie fino ad evaporare nel nulla, senza carità di suono.
Il vulnus della mirabilia esistente, trova la sua ostensione apicale nella natura tenera, ingenua, adorna di specie ed elementi, attorcigliata su sé stessa, avvinghiata alle desuete riproducibilità degl’esseri viventi; in un’interazione lasca, senza soluzione di continuità, dove i germogli sono vuoti ed i sensi otturati.
Alla foce dell’aspro fiume, sempre meno impetuoso, sulle sponde degli argini artificiali ai declivi scoscesi del rilevato terreno, un irsuto e fiero Stambecco, non peccando di connaturata leggiadria, girovaga sospettoso tra i filari spogli, sgommando sul selciato irregolare tra ciuffi sparuti, pietraglia e grovigli di radici sbertucciate che esorbitano dal suolo, alle falde del boschetto che sormonta la spianata basale della vallata.

Qui la natura gli sussurra il cambiamento, lo ravvisa nell’iride languido, dentro i turgidi e vibranti padiglioni auricolari, sotto il pelo ispido, sopra la membrana del cuore. L’ecosistema è altro da sé, in transizione mutevole. Il neo-paesaggio assorbe l’insorgenza dell’aria come una rete strappata, dove si può vedere attraverso i ristretti trafori il languido passaggio della biosfera e lo squarcio la lascia imperversare rarefatta, senza ostruzione alcuna.
Il sito terrestre appare rovesciato, avviluppato sui gineprai delle frasche appassite, decadenti. Il cielo si leviga nel riflesso delle saline macerate da fango e detriti. Percorsi ininterrotti e piccoli crateri pigiano i calcizzati sentieri. Dall’infimità della terra vi è la proiezione visiva sbalzata delle irte sommità dei ghiacciai che si stagliano sopra l’orizzonte, non più aguzzi, taglienti, imponenti, sempre meno rassomiglianti a sé stessi.

Lo Stambecco gentile si destreggia tra gli artefatti della natura agreste con passo felpato, il branco di riferimento è già quivi seminato da alcuni dirupi morbidi che ha risalito con istinto famelico, a queste altitudini di solito contemperato dall’aria dolce. Il bovide scalcia all’indietro per marcare il lastrico in dissolvenza sotto i suoi zoccoli; appigliarsi alle feritoie delle rocce è impervio, non ci sono più strettoie d’appostamento per grattarsi il dorso, la vegetazione è mineralizzata e tutto sembra smottato dall’alto, come falde acquifere che abbiano subito il percorso inverso alla stagnazione. Persino la paura dei lupi montanari è affievolita. Non si scorge erba commestibile, lo sguardo radar con le curvature cornali, è un cenno di disorientamento, presagio di nuovi orizzonti, nuovi ambienti, altre praterie e imperscrutabili destini; ora bisogna adattarsi alla vita. Quella che resta, quella che verrà.

Sulla sponda adiacente a quegli occhi, raccolto nella zona ombrosa e umida, un fasciolo di ranuncolo emerge prepotente dal cerchio delle pietraie. In un tempo neutrale, il muschio selvatico che schiudeva la vista ai suoi cespiti, era attorniato da un nevaio fondente e il cielo sembrava più alla portata. Il radioso gettito dei raggi solari sfugge al suo controllo, la luce pervade tutte le delimitazioni dello spazio biancheggiante.
Lo stelo s’adagia sulla prominenza del calice di petali, in contrizione di sbocciamento totale, la corolla pare scorgere uno sguardo caleidoscopico verso l’alto. Eppure nel moto perpetuo delle nuvole che razzolano acqua ad intervalli simili a quelli delle maree tanti metri di sotto, la deformità delle montagne ghiacciate è la tracciante della diversità in evoluzione. Spore arboree divagano nell’aria come molinelli che sfarinano nel nulla, i tornanti sono spianati, il terreno è una sabbia mobile rappresa, gli altri esseri vegetali sono inanimati nella loro immobilità. Manca il nutrimento dal fondo. Non c’è profumo di sé, ma qualcuno annusa.

L’apice congiunturale di quella vista sgomenta, è al di là del piccolo promontorio a bassorilievo. Lo Stambecco guarda imperterrito e non smette di fissare. Una vista che disturba, irretisce. Non è la solita specie di stelo commestibile che sa spezzare abilmente con i denti affilati. È un fiore dolce, che sa di malinconia.
Non sa capire se il mondo sia davvero cambiato, ma quella pianta lì è sempre stata fuori d’inventario, comparsa dal niente e nell’Antropocene trova la sua sublimazione, aspettando d’eclissarsi, perché la geologia è una scienza che parte dal cuore della terra ma dipende dal cuore degl’uomini.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Achille Rumolo

Sono uno scrittore senza genere.


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