Racconto

DUE PEZZI DI NATALE

In seconda e terza media, ci hanno fatto fare sci di fondo. Il corso cominciava poco prima di Natale, con delle lezioni basilari, giusto come stare in piedi.

testo di Sandro Campani, illustrazione di Stefano Lovison

24/12/2021
4 min
In seconda e terza media, ci hanno fatto fare sci di fondo. Il corso cominciava poco prima di Natale, con delle lezioni basilari, giusto come stare in piedi.

I.
Al ritorno, dopo le vacanze, si montava sul pulmino per fare quei pochi chilometri dalla palestra fino a un posto concordato con la scuola, una conca attaccata alla strada, con una pineta e un campo sopra, sicché avevi il tuo anello nel piano ma potevi anche salire e ridiscendere. La neve a gennaio era ancora ghiacciata, anche perché guardava a nord, quel campo, ma a febbraio era meno resistente; a marzo era patocca e sgocciolante, bagnava fino alle ossa; alla fine del corso, quasi aprile, si andava su una striscia pestata e scura ai lati, l’unica neve rimasta in mezzo al prato poltiglioso, fra l’acqua rivolante e le margherite chiuse.

Due pomeriggi alla settimana, passava a prenderci lo stesso pulmino della scuola, per portarci davanti alla palestra, dove avevamo appuntamento con quelli che venivano lì a piedi, e tutti insieme andavamo ai piani innevati con due istruttori. Il secondo anno, ci hanno portato sulle piste a Frassinoro, e ci han fatto fare una gara; la gara, come sempre è stato, mi dava un gusto di gioco importante – giocare sul serio, con regole ben fatte, senza che nessuno potesse ritrarsi, all’improvviso, mandare tutto a monte e andare via – e insieme una nausea, un senso di sbaglio, di essere nudo allo scherno degli altri – come avere sempre addosso la domanda: E se mi piscio nelle braghe qui davanti, cosa faccio? – Alla gara di fine primo anno arrivai penultimo, a quella del secondo anno, quarto; per la premiazione tornammo col pulmino al ristorante del paese, riuniti a due tavoloni, con le tute flosce e ingombranti che sgocciolavano appese alle sedie.

La scuola era giallo limone e cemento, con delle vetrate sul davanti, e una pineta di fronte, sempre più fitta e malata, ora morta. La luce vasta che c’è adesso, su quel montarozzo che divide la scuola dalla rocca, mi fa senso ogni volta che ci passo: riporta tutto quanto a come per secoli dev’esser sempre stato: un cucuzzolo appenninico con sopra una fortificazione. Chissà avere fatto le medie in quella luce, senza l’attrazione della pineta scura.

Nel piano che era seminterrato dalla parte della strada, ma aperto sulla valle dietro, c’era la palestra, e accanto la rimessa degli operai del comune, e dei pulmini; è da lì che partivamo.
Ricordo sempre e solo un cielo freddo, e di essere stretto nella tuta, fra rumori artificiali, sfregamenti metallici e sintetici; nessun suono fuori del pulmino; risate dentro alte a dismisura, da trapanare le orecchie. Tutto bianco e come sfasato, allora me ne accorgevo già. I più grandi mi facevano domande imbarazzanti, sulla religione, sull’alcol e le seghe; ad altri compagni andava peggio: gli facevano cantare filastrocche porche a perdita di fiato, gli mollavano certe staffilate da pelare; quanto a me, sembravo un bimbo: mi lasciavano stare, e per questo mi sentivo estraneo e a disagio, invece che sollevato. Dove e quando mi era cominciata, quella consapevolezza fastidiosa, che saltando i muretti col bob non sentivo, e invece due anni dopo avevo addosso, sugli sci troppo stretti per potersi divertire?

C’era una catena all’entrata del campo, la trovavamo aperta. Il pulmino parcheggiava sullo spiazzo, accanto al metato; ci scaricava e faceva manovra. Gli ultimi pomeriggi, ormai impratichiti, toccava il giro completo: andare in piano, costeggiando il filo del recinto, salire sulla collinetta a forma di panettone, girare attorno a una masera dove si provava il passo alternato, e ridiscendere dentro la pineta, dove ti spingevi con tutt’e due le braccia, simmetricamente e con fatica, a gambe strette, e attraverso un pertugio sbucavi nel cielo bianco e impassibile di prima, tagliato da risate stridule come t’immaginavi che fossero quelle dei morti.

II.
I bigliettini di Natale, nella loro cura affettuosa industriale, nei toni di colore e nei caratteri sforzati a non sembrare lettere normali, col bianco del cotone finta neve, coi brillantini che ti si attaccavano alle mani, e il verde degli abeti, il rosso dei berretti, allora mi davano un’idea di confezione da negozio, di comunicazione ufficiale, di incombenza, di attesa nella noia che i grandi finissero le chiacchiere con dei parenti quasi sconosciuti, che stavan sulla porta facendo venire dentro il freddo: «Quindi? Ce l’hai la fidanzata?»

Non avrei saputo affrontare quel momento in cui sotto lo sguardo di tutti, toccava prendere e scartare il tuo regalo, essere contento; non mi piaceva ricevere regali, non lo so, ma soprattutto non ho imparato a farne. Niente Natale, in casa, e niente compleanni. A cavare un ginepro per far l’albero, la zia, sorella grande di mia madre, mi portava di nascosto, nella frana di Sassatella, sul pastone bluastro degli scisti macinati in movimento, un po’ induriti e coperti di brina, fortunatamente, sicché se stavi attento a pestare un po’ leggero, o a saltare sopra i sassi grandi, potevi sperare di non finirci dentro fino all’orlo delle braghe.

Coi miei si andava in pianura giù dai nonni, dove due zie paterne qualche regalo lo portavano, per le bimbe a cui venivan fatti, ma era una cosa lieve e improvvisata, senza costrizione. Più che altro, ci si vedeva tutti, per una volta all’anno, si mangiavano i cappelletti, le scaloppine coi piselli, la zuppa inglese e gli scachetti (quanto mi piaceva questa cosa da reggiani, che le noccioline si chiamassero scachetti, con quella “e” aperta stupenda) e poi si giocava a pinnacolo, in uno stanzone freddissimo. Se in televisione passava Wojtyla, che di ritorno da qualche suo volo scendeva la scaletta e baciava per terra, mio nonno diceva: «Ci fosse una merda».

Nella curva a destra, la penultima, prima di quella a sinistra da cui partiva lo stradello per la casa dei nonni, c’era ogni inverno un babbone Natale gigante, lanciato a frustare le renne, in corsa aereodinamica a lato della strada, come facesse a gara con le macchine, illuminato tutto in bianco – una decorazione aziendale: non ho mai saputo se a un certo punto la spegnessero semplicemente, ad aspettare il Natale successivo, o se la mettessero al coperto per rimontarla giunta l’ora; e non ho mai saputo poi quale ditta fosse, perché passare, come ho fatto tante volte, per lavoro o per altri motivi davanti a quel parcheggio in qualsiasi altra stagione, o con la luce e il traffico del giorno, è come attraversare tutto un altro spazio.

Illustrazione a tecnica mista di Stefano Lovison

Sandro Campani

Sandro Campani è nato nel 1974 ed è cresciuto in Val Dragone, nel comune di Montefiorino. Sua madre è dell’appennino modenese, suo padre dell’appenino reggiano. Ora vive in provincia di Reggio Emilia. Ha pubblicato “È dolcissimo non appartenerti più” (Playground, 2005), “Nel paese del magnano” (Italic Pequod, 2010), “La terra nera” (Rizzoli, 2013), “Il giro del miele” (Einaudi, 2017). Dal 1995 al 2002 ha suonato la chitarra nei Sycamore Trees; adesso canta e suona con gli Ismael; collabora come autore di testi con altri musicisti. Ama camminare e andare a funghi (tutto moderatamente).


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