Racconto

FIGLIA DI ALPINO

Tornarono in valle, insieme, come una volta. Le gambe stanche ma soddisfatti. Davanti alla stazione, Eva si volse a guardarlo. E lo abbracciò, baciandolo sulla guancia scottata dal sole...

testo e foto di Benedetta Quaiatto

15/01/2023
9 min
Quando guardava gli alpini sfilare, sua madre Sabine piangeva.
Mauro la rivedeva in ogni penna nera e risentiva le sue carezze dolci, profumate di burro a furia di impasti, a ogni bottone che chiudeva della camicia a quadri.

Era stata orgogliosa che fosse un alpino come suo padre. Suo nonno però aveva odiato portare quella divisa, il primo in famiglia a doverla indossare: lui, figlio di chi aveva dato la vita per l’Imperatore. Era bastato uno sparo perché il mondo come lo avevano conosciuto si sgretolasse.
Arrivò in chiesa in anticipo, ma erano già tutti lì, e si parlava delle prossime feste, del tempo e dell’Adunata. Con la coda dell’occhio cercò la figlia: Eva aveva promesso che sarebbe venuta.
Finita la messa si misero in fila a due a due, la strada del paese era stretta, non era come alle parate che aveva fatto da giovane.

Ad Aosta aveva smesso subito di tenere il conto delle esercitazioni. Ore intere a marciare, marciare, marciare. E quando non marciavano, correvano. Fin dal primo giorno in cui era arrivato alla caserma li avevano spediti a correre, ancora prima di mandarli nelle camerate, e non avrebbero più smesso. Almeno non in cortile. Gliel’avevano detto subito, quei tre con l’aquila dorata e la stella sul cappello che erano venuti a prenderli in stazione: nei cortili della caserma camminare era vietato.

Il Thöni, di fianco a lui, anche con la sua età teneva il ritmo e stava dritto come se fosse ancora un giovane capitano. La banda, nel frattempo, cominciò a suonare. Era bello tornare a marciare insieme, sentire le canzoni, quelle storie di coraggio e sacrificio. Gli venne voglia di cantare.
Se lo ricordava ancora il giorno in cui gli era arrivata la cartolina gialla. A sua madre l’aveva consegnata lo sceriffo, in paese lo chiamavano così, il messo comunale. Era stata lei a dirglielo, davanti a un piatto di canederli in brodo.
«Te vai alpin Mauro, ma lontano… ad Aosta».

Era stato felice di essere finito tra gli alpini, addirittura alla Scuola Militare Alpina d’Aosta, sarebbe potuto salire sul Monte Bianco, o il Rosa, e poi scendere sugli sci. Finalmente avrebbe imparato a usare anche le pelli di foca.
Ed era partito.
Aveva rivisto i suoi genitori solo mesi dopo; pur di esserci al suo giuramento avevano viaggiato un giorno intero, loro che non erano mai usciti dalla valle.
Anche dopo più di trent’anni, quando ci ripensava, sentiva un brivido allo stomaco e gli veniva un sorriso ebete mentre gonfiava il petto e tirava indentro la pancia. Adesso più tonda.

L’addestramento formale per il giuramento era stato estenuante. Una volta Eva, da piccolina, sarà andata in prima elementare, nell’album dei ricordi di famiglia aveva visto una sua foto di quel giorno, con l’uniforme bella e i guanti bianchi. E inclinando la testa verso destra, un gesto che non aveva mai perso, gli aveva chiesto com’era stato. Allora l’aveva presa sulle ginocchia e gliel’aveva raccontato.
Come si fa a essere pronti per il giuramento, Eva? Semplice. Sveglia all’alba e poi tante, tante, tantissime prove. Gli stessi movimenti per ore, per giorni, fino a quando non diventano gesti automatici. Come lavarsi i denti.
At-tenti, avanti, marsch.
Passo, cadenza, segnare il passo. Plotone alt, ri-poso.
Si inseriscono altri movimenti, e si riparte.

Ma cara mia, per il giuramento serve il fucile con la baionetta, e allora si ricomincia e si impara a marciare con il fucile. E poi, il presentat arm. Il fucile lo si tiene in mano, ma la baionetta, quella, la tieni attaccata al cinturone sul fianco sinistro. E la devi innestare sul fucile, ma senza guardare. Sarebbe troppo facile. Lo sguardo deve restare alto e fiero. Durante le prove sentivamo spesso il rimbalzo cristallino, come un campanello, delle baionette cadute a terra al momento dell’inserimento, oppure le vedevamo piroettare nell’aria durante il movimento per tornare sull’attenti. Il Carlo, una sera, masticando insulti in vicentino, ci aveva incastrato uno stuzzicadenti, per tenerla ferma. Senza successo.

Mauro si guardò intorno, le camicie verdi e blu del gruppo alpini, sul cuore il simbolo della sezione di Trento. In testa il loro cappello con la penna nera, e le nappine degli ufficiali dorate brillavano sotto al sole. Eva ci giocava spesso con il suo cappello da tenente, e all’Adunata a Udine gliene aveva comprato uno per bambini. Era stata così felice del suo regalo che aveva voluto essere portata sulle spalle per tutta la festa.

Fece scorrere lo sguardo tra le persone ammucchiate ai lati della piazza e finalmente la trovò, seminascosta dal Walter e il suo cane da caccia. Le sorrise. Il volto della madre, rigato dalle lacrime di commozione e nostalgia, si sovrappose a quello della sua bambina, diventata grande lontana da lui. Adesso però era qui.
Arrivati davanti al monumento dei caduti all’entrata del parco, si allinearono, e la voce da baritono del Giorgio, il capogruppo, tuonò nella piazza:
«Compagnia…At—tenti!».

I tacchi rimbombarono sordi sul lastricato in ardesia. Erano tutti dritti, come le loro penne.
Le trombe intonarono il Silenzio, e il Giorgio pose la corona d’alloro ai piedi del monumento. Era un momento solenne, e, anche dopo anni che lo riviveva, ne sentiva ancora l’importanza. Erano stati in tanti del paese a morire nelle due guerre. Prima come Kaiserjäger in Galizia, dove vennero usati come carne da macello, perché parlavano la lingua del nemico. Nella Seconda, invece, finirono in Russia, e solo cinque dei settanta uomini partiti riuscirono a tornare. Incisi su quella colonna, c’erano tutti i cognomi dei paesani. Anche il suo.

Tornati a riposo, Mauro si voltò. Eva era in fila al tavolo dei rinfreschi, le maniche della camicetta tirate sui gomiti mentre gli porgeva un bicchiere di vino.
«Ehi, principessa».
«Ciao, papà. Non ti ho visto cantare la trentatré».
«Ma se c’è la banda non si canta».
«Peccato. E non avete suonato il testamento del capitano».
«Le rimostranze al capo banda».
«Va bene, va bene, che permaloso sior tenente».

Non sapeva come prenderla quella ragazza. Aveva sempre pensato di conoscerla bene, tranquilla, allegra, una figlia modello. E poi quel giorno, quel pranzo di Pasqua, dove l’acqua cheta aveva distrutto il ponte di parole mai dette nella famiglia di sua moglie.

Sentiva ancora nelle orecchie il tintinnio della forchetta nel piatto, e la rabbia, l’odio e l’insofferenza con cui Eva aveva risposto all’ennesimo commento salace sul suo vivere all’estero, secondo suo cognato aveva smesso di parlare dialetto perché si vergognava di loro, delle proprie origini. Non ricordava da dove veniva. Eva alzato gli occhi, scuri come i laghi alpini. Non era lei a essere arrogante, ma loro, suo zio, a farla sentire sempre fuori posto, sbagliata, mai accettata. Lui e le sue tradizioni bigotte.

Se ne era andata all’improvviso, lei che non si era mai alzata dal tavolo senza permesso, e preso il cappotto rosso era uscita dalla cucina ormai muta. Sua moglie si era scusata per ore con la madre e il fratello offesi. Fiato sprecato.
Tornati a casa la sua stanza era vuota. Sulla scrivania un biglietto “Sono partita, ritorno a casa dalle coinquiline”.

Era stata la prima volta che Eva aveva chiamato casa quell’appartamento lungo il Danubio. La sua bambina se ne era andata in un posto che lui non conosceva, e il suo silenzio aveva il fragore dei pini abbattuti.
Erano state settimane difficili. All’inizio Eva aveva ignorato anche le loro telefonate, aveva scritto solo alla nonna, sua madre Sabine.

Come si fa a lasciare che questi figli prendano il volo, come i fringuelli a marzo? Da un giorno all’altro ti si girano tra le mani, e non li riconosci, non capisci cosa pensino e cosa provino. Ricordava spesso di quando le aveva insegnato a sciare a tre anni, o quando la incitava alle gare, quando gridava alle persone di non aiutarla a rialzarsi, perché doveva imparare da sola. Non aveva bisogno dell’aiuto di nessuno, aveva voluto dimostrarle che poteva farcela per conto suo.

E lei invece si era sentita sola. Gliel’aveva scritto una volta, rispondendo a una sua e-mail dopo le vacanze di Natale. In quei giorni l’aveva trovata triste, e magra. Sembrava il lupo mezzo morto di fame del cartone animato che voleva sempre guardare da piccola. E si era preoccupato. E allora le aveva scritto, a cuore aperto, perché così era più facile esprimere quello che sentiva per quella figlia cresciuta, lui che veniva da una famiglia di uomini quasi muti.

Il Giorgio, dietro di lui, d´un tratto intonò “Sul cappello”, e tutta la piazza, anche i bambini, si unirono alla sua voce. Erano le loro canzoni.
«Allora?».
«Eh?».
«Papà, ti ho chiesto se il programma per domani è rimasto uguale».
«Sì, tempo bellissimo. Mi raccomando scarpe comode».
Gli rispose guardandolo di sbieco.
«Partenza alle sei e mezza, che poi viene caldo».
«Signorsì signore».

Erano passati anni da quando avevano fatto l’ultima escursione in montagna assieme. Eva andava ancora al liceo e aveva sbuffato tutto il giorno perché era l’unica, tra le sue amiche, a non essere al lago. Questa volta invece gli sembrò felice di venire, e di stare un po´con lui. Scelse le Dolomiti, le Torri del Vajolet, uno dei loro giri preferiti.
Partirono con la prima funivia, Eva dormì per tutto il tragitto in macchina, e sembrava essere tornata la sua bambina. Le Dolomiti nel sole del mattino erano grigie, e nella penombra dei crepacci brillava ancora l’ultima neve. I prati intorno a loro erano verdi, puntellati qua e là di campanule violette.

Cominciarono a entrare nella valle e salirono per la strada sterrata fino al primo rifugio, poi da lì iniziava la parte difficile: la direttissima su per il canalone fino al Re Alberto e poi ancora un centinaio di metri per la cima. E lì, la croce con le bandierine nepalesi al vento.

Parlarono poco, limitandosi a commenti sul tempo e sui colori del paesaggio. Ad un certo punto si mise a ridere, anche se così perdeva fiato, e gli serviva tutto visto il passo che teneva Eva.
«Ti ricordi Isotta la marmotta?».
Eva rise, mentre asciugandosi la fronte si voltava verso di lui. Almeno stava sudando, pensò tirandosi su di morale.
«Ma certo! Le mille avventure di Isotta la marmotta, il roditore scalatore».
«Era l’unico modo per farti andare avanti a camminare, raccontarti storie».
«Erano bellissime, non ho mai capito come ti venissero in mente».
Lui si grattò il collo, già arrossato dal sole. Come al solito si era scordato di mettere la crema e si sarebbe scottato.
«Eh…me le preparava tua nonna».

E la vide sorridere, con la malinconia negli occhi. A volte era stato geloso del loro rapporto, più che nonna e nipote sembravano la stessa persona in due corpi diversi. E nella cucina, nel mondo che sua madre aveva creato per quella bambina schiva, erano sempre intente a parlare o a leggere ingobbite.
Eva, da piccola, camminava la prima ora e mezza e poi cominciava a rallentare, sempre di più, finché non si fermava in mezzo al sentiero e non voleva saperne di continuare. Da quando aveva iniziato a raccontarle quelle avventure, invece, arrivava fino alle cime dove anche gli adulti, a volte, non riuscivano.

Gli altri turisti li guardavano passare, lui che raccontava ed Eva che zampettava felice come le cince che teneva suo padre nella voliera. Erano in tanti a farle i complimenti per la resistenza. L’avessero vista adesso, con che gambe partiva, andava su dritta e non aveva nemmeno il fiatone. Anzi, a guardare bene gli sembrava che ogni tanto rallentasse per aspettarlo senza darlo a vedere.
Nel ghiaione bisognava stare attenti, non tanto per loro, ma per quelli sopra che rischiavano di far cadere sassi in testa. A tratti comparivano piccole pozze d’acqua gelida azzurre come i nontiscordardime. In cima, la croce aspettava.

Dovette implorarla per cinque minuti, ma alla fine riuscì a convincerla a farsi fotografare. Il Catinaccio era proprio sopra di loro, ancora grigio, il giardino delle rose sarebbe tornato ad arrossire la sera. Quante volte Eva aveva voluto sentire quella leggenda. La guardò mettersi in posa sotto alle bandierine e non riuscì a trattenersi:
«Attenta eh, che caschi giù».
E lei rise, guardandolo di traverso.
«Se non stai attenta, ti ritroveranno in primavera… mangiata dalle volpi!».

E si unì alla risata. La storia delle volpi era una battuta ricorrente tra di loro, l’aveva imparata negli anni da militare. Glielo diceva sempre il capitano alle esercitazioni in montagna: “Rimanete sempre vicino al vostro compagno, nessuno deve rimanere indietro, altrimenti, lo ritroveremo in primavera… mangiato dalle volpi!”.

Tornarono indietro scendendo per il canalone e si fermarono al primo rifugio per un pranzo tardivo. Mauro riguardò una foto che le aveva fatto a sua insaputa. Era di schiena, mentre faceva l’ultimo passo; il muscolo della coscia teso, si vedeva l’allenamento, le braccia allungate per afferrare la meta.
«Papà, il colesterolo. Guarda che il nonno è morto di infarto».
«Tiè. E comunque di qualcosa bisogna pur morire».
«Ma preferirei diventare orfana di padre il più tardi possibile». A queste parole, anche il suo cuore burbero fece una capriola, forse anche dovuta alla quantità di grasso che usciva dalla sua luganega alla griglia, che lento si raccoglieva negli avvallamenti della polenta.

Eva invece prese il suo piatto preferito fin da quando era stata svezzata: i canederli. E mentre la guardava socchiudere gli occhi al tepore del brodo, rivedeva sua madre, le braccia bianche di farina fino ai gomiti, mentre li preparava cantando.
«Come va su in Germania?» le chiese tra un boccone e l’altro.
«Tutto bene, io, e il gatto, come sempre. Tra una settimana inizio a lavorare in un nuovo ufficio, speriamo che vada meglio rispetto all’ultimo».
«Ma morosi?» buttò lì mentre prendeva il bicchiere di birra bionda del posto.
«Non pervenuti e ignorerò altre domande a riguardo».
«Ma insomma sono anni che vivi lì, possibile…».
«Papà, tranquillo, per adesso sto bene così, e poi si vedrà. E adesso zitto e mangia, papà. Anzi, tasi e magna».
«E lassa che la vaga» le rispose ridacchiando.

Tornarono in valle, insieme, come una volta. Le gambe stanche ma soddisfatti.
Davanti alla stazione, Eva si volse a guardarlo. E lo abbracciò, baciandolo sulla guancia scottata dal sole con le sue labbra screpolate.
«Grazie papà, è stato proprio bello, anche senza Isotta. Ti voglio bene».
Lo sorprese un groppo in gola, e rispose all’abbraccio, battendole dei colpetti leggeri sulla spalla. E le diede un bacio sui capelli.

Benedetta Quaiatto

Benedetta Quaiatto

Mi chiamo Benedetta e da undici anni vivo a Innsbruck, in Tirolo. Sono nata in Trentino in un paesino di montagna, dove le pecore erano più numerose e loquaci degli abitanti. Le leggende della nostra valle e le storie di guerra raccontate dalla mia nonna lettrice, che piccola e morbida come un Krapfen, impastava canederli o rimescolava la polenta hanno accompagnato le mie giornate d’infanzia. Da qualche tempo ho deciso di spolverare un sogno lasciato ad ammuffire per troppi anni e ho iniziato a scrivere brevi racconti. Scrivo di me, della mia gente di montagna, di donne e uomini, piccole figure di vite normali. Giurista di giorno, scrittrice in erba di notte, la felicità è un buon libro e un gatto che fa le fusa ai miei piedi.


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3 commenti:

  1. Mauro ha detto:

    Padre di tre figli… Racconto bellissimo. Grazie

  2. Elisa ha detto:

    misurato e preciso, un gioiello grazie al quale commuoversi e meravigliarsi. Grazie all’autrice

  3. Diego Scola ha detto:

    Bellissimo racconto di vita vissuta. GRAZIE ALL’AUTRICE!

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