Reportage

GIRO DEL CONFINALE

Opera in tre atti, di alte vie, ottimi rifugi, cammino e persone.

testo e foto di Angelo Ramaglia  / Castellanza (VA)

13/08/2023
7 min
Il giro del confinale è, come dice il nome, un giro, quindi un anello il cui perno è il povero Monte Confinale che si staglia nel centro a quota 3370 metri.

Povero perché nonostante dia il nome al percorso sono i suoi fratelloni ghiacciati tutto attorno a rubargli la scena. Il trentino Ortles o Ortler, le lombardo-trentine Cividale e il diembergeriano Gran Zebrù, il castello degli spiriti meritevoli, detto anche Königsspitze. Questi solo per citare i principali. Ma non se ne abbia a male il buon Confinale ché la compagnia è altezzosa, ma è lui a dare il nome al tutto. Questo trekking nasce ed è sostenuto dal Rifugio V Alpini. Si colloca nel Parco Nazionale dello Stelvio e collega la Val Zebrù alla valle dei Forni (www.girodelconfinale.it)

Va detto che ho potuto conoscere e percorrere le vie del giro grazie al Blogger Contest 2021 di altitudini.it e al racconto che, probabilmente per errore, hanno deciso di premiare con questo bellissimo premio. Se qualcuno non avesse di meglio da fare può leggerlo qui www.altitudini.it/10-la-tua-visione-del-mondo e qui gli altri www.altitudini.it/bc/bc21.

Primo atto

Dal parcheggio di Fantelle al Rifugio V Alpini.
Dell’efficienza militare, delle cinque wonder woman e del cuoco silente.

Dopo circa tre ore di automobile attraversando la Lombardia da ovest a est io e B siamo sbarcati al parcheggio Fantelle (il parcheggio di Niblogo rigurgitava automobili) che si era fatto mezzogiorno. Sistemati gli zaini e coperti con le cover anti-pioggia ci siamo preparati ad affrontare la prima delle tre tappe. Il sentiero non presenta difficoltà di nessun tipo. Fino all’alpe Campo è una larga gippabile tant’è che si può anche accorciare il tragitto salendo con le jeep navetta fino alla Baita del Pastore a quota 2200 metri, accorciando così di almeno due ore il percorso.

Camminiamo nella Val Zebrù sotto un cielo che promette pioggia, ma che poi si rimangia tutto ad intervalli regolari, facendoci vestire e rivestire a suo piacimento. Il meteo dunque non è meraviglioso, ma credo che gli ultimi 400 metri di dislivello, cioè da quando si intravede in alto stagliarsi il bel giallo del tetto del V Alpini, sia meglio farli senza troppo sole a scaldare il capo.

Arriviamo al rifugio dopo 4 ore e 30 minuti, 1300 metri di dislivello e circa 13,5 km di cammino. B non ne può più, ma credo sia a causa della mia compagnia più che della fatica. Non vede l’ora di fare conoscenza con le nostre compagne di camerata. Cinque super woman di qualche anno più anziane di noi e con un curriculum montagnino di tutto rispetto. Fanno parte del CAI di Bassano del Grappa ed abbiamo l’onore di conoscere anche la sua presidentessa. Con loro ceneremo, dormiremo, ascolteremo il “dolce” russare di una di loro (non si dice di chi) e faremo colazione prima di salutarci il mattino seguente.

Il rifugio è un gioiello giallo piazzato in posizione divina a picco sopra un costone sotto lo sguardo del Monte Zebrù e il suo ghiacciaio che si può ammirare da un bel punto panoramico qualche metro sopra il rifugio. Con B andiamo a fare qualche foto prima di cena quando ancora la luce, il vento e le nuvole ci regalano la possibilità di ammirare le bellezze del luogo.

La gestione è precisa, affabile ed implacabile. Una perfetta sincronia di disposizioni e gentilezza a cui non si può dire di no. Il cibo è superlativo, il cuoco silente ed ombroso non dà confidenza, ascolta ottima musica e cucina da Dio. La luce si spegne presto, gli orari sono precisi al minuto, le informazioni date con passione e attenzione per il cliente. Che altro dire, prenotate qui www.rifugioquintoalpini.it.

Durante la notte il suono della pioggia e il russare di una delle wonder woman ci cullano sui comodi letti fino alle 7 del mattino quando la luce dell’alba entra dalla finestrella e ci invita a ritrovarci poco dopo in sala per la colazione (dove mi stimo essere l’unico ad aver consumato latte e Nesquik. Era dal 1981 che non lo assaggiavo). Al termine ci si organizza velocemente per la partenza salutando gli altri avventori. Credo fossimo in totale 35 persone, un gruppo da 20 con tanto di guide, le nostre cinque amiche venete, e cinque coppie compresi io e B. Si può partire alla volta della seconda tappa sfruttando la promessa di finestra di bel tempo.

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Si traversa sotto le cime dei Forni su terreno ghiaioso a tratti immerso tra nubi danzanti.

Secondo atto

Dal Rifugio V Alpini al Rifugio Ghiacciaio dei Forni.
Delle lenzuola di nubi tra cime maestose, del passo della cacca di stambecco e di un fatto increscioso.

Le previsioni meteo dicevano di muoversi a lasciare le alte vette sfruttando la finestra di bel tempo fino alle 13 circa. Alle 7.30 quasi tutti gli abitanti del rifugio erano in movimento. Mi piace immaginare il cuoco festeggiare nella solitudine con i Modena a tutto volume. Lo capisco.

Sul sentiero ci precede il gruppone di venti persone. Dietro di noi un paio di coppie. Ci saremmo ritrovati quasi tutti al Rifugio Forni più avanti.
B stava bene, aveva superato le fatiche grazie all’ottima cena e alla quasi buona dormita e mi aveva fatto giurare che il dislivello del giorno non avrebbe superato i 500 metri positivi.
Il sentiero era molto più affascinante e montano di quello fatto il giorno precedente.
Si traversa sotto le cime dei Forni su terreno ghiaioso a tratti immerso tra nubi danzanti, si oltrepassa il passo a gomito sopra un tappeto di scivolosa cacca di stambecchi e si calpesta un territorio lunare sempre pianeggiante fino ad un canalino attrezzato con qualche corda e gradini di pietra e al successivo strappo che porta ai 3010 metri del Passo Zebrù.

E circa il fatto increscioso annunciato nel sottotitolo?

Il fatto increscioso è che nessun gipeto, nessuno stambecco, nemmeno un cervo, una volpe, un ermellino si sia palesato a noi. B ha provato ad inventarsene qualcuno, ma una era una coppia di corvi, uno era una roccia che in effetti, causa aria rarefatta, poteva anche sembrare uno stambecco stanco ed accosciato, e infine la marmotta che da lontano sembrava un ermellino e che si è avvicinata apostrofandomi con parole ardite raccontandomi la mia ignoranza e pessima vista.

Raggiunto il Passo Zebrù abbiamo salutato tutti i presenti, alcuni del gruppone che si erano staccati per mostrare la loro esuberante forma fisica, alcuni arrivati dalla parte opposta alla nostra e ci siamo buttati giù in Val Cedec direzione Rifugio Pizzini e infine alla nostra meta al Rifugio Ghiacciaio Forni.
Abbiamo percorso 12 km in 4 ore con un dislivello positivo di 500 metri e uno negativo di 1200 metri. Il Rifugio Forni è questo www.forni2000.com.

Il rifugio è un albergo più che un rifugio. Ci sistemano in una camera per due con bagno interno. La cucina valtellinese è ottima, la birra anche, la vista sul ghiacciaio dei Forni altrettanto ottima. All’interno ci sono bacheche e vetrine ricolme di reperti storici della grande guerra. Abbigliamento, armi, oggetti riportati dal ghiacciaio dai vari escursionisti, uno su tutti dall’alpinista Marco Confortola, che qui è, giustamente, un’istituzione. Notevole il plastico dei ghiacciai Ortles Cevedale di Ardito Desio.

Dopo esserci rifocillati con un buon piatto di pizzoccheri e una birra, in attesa del temporale delle 17 in sostituzione di quello delle 13 mai pervenuto, per fortuna, e che pareva non volersi presentare anch’esso, partiamo per un mini anello fino al Rifugio Branca, posto a 2493 metri, quindi poco più di 300 metri sopra di noi, raggiungibile in meno di un’ora con un breve anello.

Al rientro ritroviamo gli atleti del Passo Zebrù e tutto il resto del gruppone, che ci raccontano di aver allungato il giro facendo visita alle trincee poco sopra il Rifugio Pizzini. Salutiamo anche altri ospiti del V Alpini e ci ritroviamo persino con le cinque wonder woman che vediamo ripartire a bordo della loro auto in direzione di altre mille mirabolanti avventure.

Dopo un breve riposino prima della cena delle 19, gli orari sono da rifugio pur non essendo propriamente un rifugio, scopriamo sui tavoli esterni mucchietti di grandine come segno del temporale ritardatario delle 17. Possiamo andare a cena contenti. Poi, dopo una partita a carte con il famoso baro B, tutti a letto ché alle 22 si spengono le luci.

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Vasti alpeggi, boschi rigogliosi, torrenti, con un occhio al panorama sul ghiacciaio dei Forni, su Santa Caterina Valfurva e su Bormio.

Terzo atto

Dal Rifugio Ghiacciaio dei Forni al parcheggio di Fantelle.
Della pioggia, della pioggia, e di un po’ di pioggia.

Il risveglio ci regala nuvole basse, pioggia intensa e una buona colazione. Salutiamo tutti, copriamo lo zaino con le cover antipioggia, che stavolta serviranno e, indossati gli scarponi, possiamo partire.
Grande è la sorpresa quando invece di B mi ritrovo a camminare insieme ad Igor di Frankenstein Jr. Non ha pronunciato frasi tipo: potrebbe essere peggio, potrebbe piovere, semplicemente perché:
1. non stiamo esumando un cadavere da un cimitero, ma solo iniziando il lungo rientro lungo la valle dei Forni fino alla nostra auto;
2. già piove.

Il sentiero non è male, ma le nuvole non ci regalano una gran vista. Camminiamo quasi per 4 ore e mezza con la testa bassa e la pioggia a picchiettarci sulla testa.
Passiamo dall’alpe Ables, incrociamo il bivio che si stacca per salire alla cima del Monte Confinale (ci rivedremo), il tutto attraversando vasti alpeggi, boschi rigogliosi, superando torrenti, con un occhio al panorama sul ghiacciaio dei Forni, su Santa Caterina Valfurva e su Bormio. Il sentiero è prevalentemente pianeggiante con qualche saliscendi fino alle baite del Confinale quando si allarga in mulattiera sterrata e comincia a precipitare fino a Pradaccio ed infine al parcheggio di Fantelle.

Quest’ultimo atto è il più lungo del nostro giro. Abbiamo percorso 16 km in 4 ore e trenta minuti con un dislivello positivo di 450 metri e uno negativo di quasi mille.
In totale il giro del Confinale di tre giorni, escluse varianti, prevede circa 41 km di sentieri e mulattiere e 2250 metri di dislivello, sia positivo che negativo.

Ringrazio Altitudini per il bel regalo, i gestori dei rifugi per la loro professionalità e gentilezza, le wonder woman per la lieta compagnia, e anche tutte le persone che abbiamo incontrato al V alpini e incrociato nei due giorni a venire. Non abbiamo incrociato gipeti, stambecchi, caprioli e nemmeno un ermellino. Un saluto particolare alle uniche due marmotte che si sono palesate e alla volpe che non si è mostrata, ma che sappiamo esserci stata. E all’orso, che in quanto orso ha fatto, saggiamente, l’orso.
Ciao.

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Angelo Ramaglia

Angelo Ramaglia

Il mio superpotere è dare ragione a chi la vuole a tutti i costi. Il mio desiderio è scrivere cose il più possibile senza senso. Il mio benessere lo raggiungo su sentieri di montagna molto in salita e molto solitari. Il mio cruccio è la ruota del criceto. Il mio bisogno è non aver bisogno. Questa bio lascia a desiderare, avete ragione.


Il mio blog | E’ un blog legato alla montagna, alla corsa, alla scrittura, ma non esclusivamente. E’ il diario di uno con poca memoria, il foglio bianco da imbrattare con pensieri troppo lunghi per un social e troppo poco importanti per un’altra bibbia, è la lista della spesa, la presunzione della scrittura, la litania delle lamentele. Per ulteriori info chiedere a Gandalf il cane, il #DogGhostWriter del blog.
Link al blog

2 commenti:

  1. Massimo ha detto:

    Bel racconto scritto molto bene, che per la leggerezza la sensibilità e il l’umorismo che trasmette, si avvicina al mio modo di vedere le cose.
    Grazie

    1. Angelo Angelo ha detto:

      Grazie a te Massimo per la lettura.

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