Reportage

Natale oltre il confine

Cento giorni di solitudine, a tu per tu con la montagna, con le sue regole, i suoi segreti. Lontani dai frastuoni e dalle frette smaniose del Natale di città. Luca e Alex hanno creduto in un sogno e lo hanno realizzato.

testo e foto di Mariolina Cattaneo

23/12/2018
5 min

Giovedì 1 dicembre 2011, h. 19:55 – “Gli altri sono andati da un po’… Siamo rimasti io e le montagne, nella stufa il fuoco arde allegro. Un topolino mi terrà compagnia in queste notti solitarie, mi ha rosicchiato una coperta… Pazienza anche lui ha diritto a un nido caldo. Panorama stupendo, tempo buono, temperatura media 6 gradi. Comincia così la mia avventura… oltre il confine”.

Parole tratte dal diario di Luca. Cento giorni di solitudine scelta, a tu per tu con la montagna, con le sue regole, i suoi segreti. Insieme a lui, Alex. Sono giovani sui trent’anni, alpini un po’ per scelta, un po’ per destino. Sulle rupi trascorrono ogni ora libera, da sempre.
Poi un giorno nella valle d’Ampezzo, scoprono quello che era l’osservatorio di punta Gallina.
Già allora, cento anni fa, era un andirivieni di soldati, di artiglieri appostati in silenzio. La sera rintanati a cercare un po’ di calore di stufa, affumicati più che riscaldati, si addormentavano e sognavano. Poi la luce del giorno, di nuovo in trincea con lo sguardo e i cannoni puntati verso le postazioni austriache del Piccolo Lagazuoi e del Col dei Bois.
Luca e Alex sono lì, immaginano, rivedono quell’avamposto a quota 2316 brulicare di uomini e non possono più rimandare. Basta uno sguardo, basta l’impronta di uno scarpone chiodato lasciata, forse volutamente, nella malta davanti alla piccola finestra che apre sulle vette colorate d’azzurro.
Il sole scompare, cala la sera. La decisione è presa. Domani scenderanno a valle per gli ultimi preparativi, lasceranno casa, affetti e lavoro e si stabiliranno lassù.
Comincia così, oltre il confine.

Gli altri sono andati da un po’… Siamo rimasti io e le montagne, nella stufa il fuoco arde allegro.

E scavando nella terra dura e ghiacciata, riaffiorano i tesori di un tempo: un calamaio smeraldino, ancora sporco di inchiostro, una bottiglia intatta, i mattoni refrattari di una stufa. Pezzo dopo pezzo, il disegno di questo antico puzzle comincia a svelarsi: qui c’erano le camerate, qui le cucine. Poi il posto telefonico, un piccolo magazzino, la cannoniera. Tutto ritrova il posto di un tempo.
La stanza da pranzo torna a rivivere ora come allora, è il principio di una nuova avventura. La cordata si fa più numerosa: con la collaborazione delle guide di Cortina, Luca e Alex in divisa degli alpini della Grande Guerra, accompagnano gruppi di persone dal rifugio di Raniero fino alle postazioni recuperate. Lassù la legna arde nella vecchia stufa, il camino fuma. Sulla tavola tè caldo, speck e pane.
Fuori la natura dà spettacolo: le crode capricciose s’infiammano, le mille tonalità di rosso ne inseguono il profilo. Ma è un attimo: ecco che i toni si attenuano e preannunciano i colori freddi della sera. Si scende.

Così passano le settimane. Nei giorni di festa Luca e Alex ricevono visite: sono amici, come Matteo, che lontani da computer e scrivania per quarantott’ore, lavorano sodo. Tutti coloro che hanno condiviso questo viaggio, anche per poche ore, nei luoghi che la religione degli antichi considerava sacri, si sono sentiti a casa. Lassù, si è privati di ogni cosa non sia indispensabile e il potere di ogni altra che invece lo è, si amplifica: così accade di vedere con maggior profondità, udire suoni sconosciuti, rumori inattesi.
Ogni uomo che volta le spalle alla pianura per andar incontro alla montagna, dà inizio a un viaggio di cui ancora non conosce l’epilogo.

Siamo spogliati di tutto ciò non sia davvero necessario, come quel bambino neonato nella grotta di Betlemme.

Luca e Alex hanno creduto in un sogno, non senza fatica e sacrifici, lo hanno realizzato. Hanno reso casa quella grotta e non per farne un museo, ma per viverci. E’ un’anticima quella finora raggiunta, la vetta appare lontana. Servirà l’aiuto di tutti perché questi luoghi possano diventare oasi per i viandanti innamorati delle alte quote.

E’ dicembre. La sera precede la notte, ricoperti da un’immensità nero blu in cui, come in un filo di perle si snodano le stelle, milioni di stelle. Questa immensità conferisce a ogni cosa, a ogni persona la giusta dimensione. Siamo spogliati di tutto ciò non sia davvero necessario, come quel bambino neonato nella grotta di Betlemme.
E d’improvviso la speranza si fa strada e a poco a poco, diventa dilagante. Lontani dai frastuoni, remote appaiono le frette smaniose del Natale di città. Solo montagna e speranza.
E ora che “almeno tanto così” è stato compreso della vita essenziale e schietta dei nostri soldati sulle Terre Alte, ora travolti come siamo dalla “straordinaria felicità che si prova sulle cime e che nessuno saprà mai descrivere…” ora, che sia Natale per tutti.

Mariolina Cattaneo

Montagna, montagna, montagna. Vorrei fosse così. E invece tocca mediare, Milano-Montagna andata e ritorno.


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