Saggio

LE INVERNALI DI JEANNE IMMINK

Jeanne Immink fu una delle prime donne a liberarsi delle gonne e arrampicare vestita da uomo. E' conosciuta soprattutto per la salita del Camino Schmidt sulle Cinque Dita e per la prima traversata completa delle cime gemelle Sass Maor e Cima della Madonna. Ma fu anche la prima donna a salire una via di 4 grado e a scalare d'inverno.

testo di Harry Muré (ÖAK), traduzione di Silvia Benetollo

25/09/2021
10 min
Tra le personalità che animano i primi anni di storia dell’alpinismo dolomitico, Jeanne Immink è una delle più singolari.

L’olandese, che visse a Milano scegliendo l’Italia come sua seconda patria, venne celebrata per le sue scalate, compiute in un’epoca in cui non esistevano ancoraggi nè moschettoni. Vestita in modo rivoluzionario, con pantaloni da uomo e un cappello di equitazione a fare da casco, suscitò scalpore sulla parete nord della Cima Piccola di Lavaredo e nel Camino Schmidt alle Cinque Dita, dove superò passaggi di quarto grado superiore, considerati alla fine dell’Ottocento il massimo raggiungibile in arrampicata. Molto meno noto è il fatto che Jeanne Immink sia stata la prima a dare avvio all’alpinismo invernale in parete.

Il regista dell’epoca Frederick Burlingham, nel suo libro How to become an Alpinist, apparso a Londra nel 1914, disse: “Un‘alpinista da menzionare è Madame Immink, le cui scalate nelle Dolomiti le hanno valso una fama internazionale. Questa donna intrepida, non contenta di aver scalato le cime più difficili d’Europa in estate, ha compiuto anche numerose e difficili ascensioni invernali.” La salita della Croda da Lago nel dicembre del 1891 è esemplare: si tratta della prima invernale su una parete verticale ricoperta di ghiaccio. Fino ad allora infatti le salite invernali erano state perlopiù escursioni nella neve alta, che conducevano a facili cime.

Campanile di Innerkofler, oggi Sasso di Toanella
Jeanne Immink, che ha già superato la trentina quando inizia a dedicarsi completamente all’alpinismo, è dotata dal punto di vista atletico ed è innovativa nella scelta delle ascensioni. Si affida alle guide più esperte, Michele Bettega, Antonio Dimai o Sepp Innekofler e sa perfettamente quali sono le salite in grado di suscitare più interesse nelle hall degli alberghi a San Martino di Castrozza o a Cortina d’Ampezzo. Dopo aver raggiunto per prima una cima ancora senza nome nel gruppo del Bosconero, la scalatrice lascia in vetta un biglietto con un messaggio allo stesso tempo spiritoso e provocatorio: “Il 21 luglio 1893 feci la prima ascensione di questa cima. Il quale appunto chiamerò, visto poi che sia senza nome: Campanile di Innerkofler, in onore della brava giovane guida che ne tentò la salita. Ho battezzato la punta con vino di Asti, ed invito i Signori Alpinisti di seguire i miei passi. Viva l’Italia e l’Olandaˮ.

Questo Campanile nel gruppo del Bosconero ha una storia particolare: il suo nome esiste solo sulle mappe storiche. Durante la Grande Guerra verrà ribattezzato Sasso di Toanella perché, nonostante avesse conquistato con il suo coraggio la grande stima degli Alpini, Sepp Innerkofler era una guida di Sesto e quindi dalla parte del nemico. Molto dopo alcuni storici dell’alpinismo hanno proposto di reintrodurre il nome originario, ma nel frattempo nelle Dolomiti c’erano così tante torri Innerkofler che alla fine si è preferito mantenere il nome Sasso di Toanella.

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Jeanne Immink nelle sue ascensioni era solita indossare un cappello da equitazione, quasi un primo casco.

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Una delle immagini più celebri della storia dell’alpinismo è questa di Jeanne Immink durante la salita della via sud-ovest alla Cima Piccola di Lavaredo (foto Theodor Wundt).

L’olandesina si prepara alle salite invernali
Con la stessa ambizione Jeanne Immink affronta anche i suoi obiettivi invernali e per l’impresa sulla Croda da Lago si prepara scrupolosamente. Per mantenere la forma fisica usa perfino i mesi di ottobre e novembre, rompendo così un tabù, dato che a fine autunno nessun alpinista si avventurava più in montagna. In cordata con Antonio Dimai sale nella neve alta della via orientale che da Carbonin porta alla cima della Croda Rossa d’Ampezzo: 1700 metri di dislivello in condizioni difficilissime. La stagione del 1891 è finita da un pezzo, Cortina dorme il suo sonno invernale, ma “l’olandesinaˮ continua a scalare, instancabile. Sul Piz Popena sarà, come sulla maggior parte delle vette dolomitiche, la prima donna in cima. “Da Passo Cristallo“, specifica nel libretto di Antonio Dimai, ovvero dalla via più difficile.

Alla fine di novembre i due affondano con le loro racchette tonde di legno con legacci in corda nella neve della Val Travenanzes fino al Col dei Bos. Poco dopo fanno visita alle vicine Cinque Torri. Jeanne Immink conosce la Torre Grande come le sue tasche: vi sale più volte, in estate addirittura da sola con il figlioletto Luigi di undici anni. E anche adesso, nonostante la neve, la salita con Antonio Dimai non le darà nessun problema. Il 6 dicembre è il turno del Becco di Mezzodì. Stavolta Antonio porta con sé il nipote[1] Pietro, perché la strada da Cortina è lunga, le giornate sono corte e fare traccia nella neve è un’attività che richiede tempo. L’impresa ha l’aspetto di una piccola spedizione. Le grappette, il vestiario aggiuntivo e le provviste di emergenza rendono lo zaino pesante; un’ascia da cucina serve ad Antonio per liberare gli appoggi del camino dal ghiaccio.

“Tone Deoˮ, questo il nome in dialetto della giovane guida alpina, è un tipo spavaldo. Ha scalato Pelmo e Antelao in un solo giorno. Quelli di Jeanne Immink sono i suoi primi incarichi importanti. Certo, la sua grinta e la sua voglia di avventura sono bizzarre, a una donna non si addice il regno tutto maschile dell’alpinismo, ma Antonio vede nella sua illustre cliente un’ottima pubblicità per la sua professione e per l‘alpinismo femminile.

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Antonio Dimai, la guida delle principali ascensioni invernali di Jeanne Immink (collezione Carlo Gandin).

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Ramponcini e racchette da neve utilizzate all’epoca di Jeanne Immink (collezione Donato Zangonel).

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Dal libretto di guida di Antonio Dimai. Stagione invernale 1891/92 di Jeanne Immink. Scitto in tedesco perché Cortina d’Ampezzo all’epoca era parte dell’impero austriaco (collezione Carlo Gandini).

Un’amara delusione per le guide di Ampezzo
Un giorno la cordata Dimai-Immink apre una via sulla parete nord del Cusiglio, sopra San Martino di Castrozza, una linea logica con un attacco e un camino di quarto grado: in pratica la prima via di arrampicata sportiva nelle Dolomiti. Da tempo infatti a Jeanne Immink non interessa più solo la vetta, ma l’unicità della prestazione. Quindi Antonio è ben felice di accompagnarla nella salita invernale alla Croda da Lago: la sua cliente è un’abile scalatrice che si trova a proprio agio su neve e ghiaccio. Conosce la maggior parte dei quattromila del Vallese, ha scalato due volte il Cervino, sia da Breuil che da Zermatt, e ha aperto (con Michele Bettega) una via sull’Ortler. La prima salita invernale alla Croda da Lago non deve quindi essere un’impresa impossibile.

C’è un motivo per cui Jeanne Immink ha scelto proprio questa cima. Situata nell‘omonima cresta, la cui silhouette si staglia nettamente nella luce della sera, la Croda da Lago è una montagna di moda a Cortina d’Ampezzo. Anche se con i suoi 2701 metri non è la più elevata del gruppo (il punto più alto è la Cima d’Ambrizzola, di 2715 metri), ed è difficile distinguerla dalle vette vicine, nella storia delle montagne che circondano la conca ampezzana ha un ruolo importante. A lungo le guide locali avevano cercato un accesso alla cima. Senza riuscirci. E segretamente si era intromessa la concorrenza: Michel Innerkofler, il capostipite delle molte guide di Sesto con il famoso cognome, individua l’unica via di accesso e accompagna in cima il fisico ungherese Roland Eötvös. La prima salita a opera di gente da fuori è un’amara delusione per le guide di Cortina. Tuttavia la nuova e affascinante scalata di secondo e terzo grado, con un passaggio di quarto, diventerà anche per loro una lucrativa integrazione dell’offerta alpinistica, perfetta per i clienti più ambiziosi.

Dieci anni prima dell‘invernale alla Croda da Lago
L’esperimento invernale di Jeanne Immink sulla famosa cima (che scalerà cinque volte) risveglia a Cortina un grande interesse, anche per via di un turbolento antefatto. Quasi dieci anni prima infatti, nel gennaio del 1882, era stata compiuta la prima grande ascensione invernale delle Dolomiti. Il tenente italiano Pietro Paoletti, di stanza a San Vito, aveva raggiunto la cima dell’Antelao con quattro guide cadorine. I cortinesi, sbalorditi e indispettiti, non potevano accettare che il vicino comune italiano di San Vito (Cortina all’epoca era ancora austriaca) li avesse preceduti in un’impresa così importante per il turismo. Gli albergatori e le guide decidono che, per ristabilire l’onore, qualcuno delle loro file debba recuperare al più presto la salita invernale all’Antelao.

Lo scrittore viennese Richard Issler, rispettato alpinista e socio fondatore della sezione dell’Alpenverein di Cortina, è pronto a tentare l’impresa. Ci riesce il mese successivo, nel febbraio del 1882, con la guida Alessandro Lacedelli. Ma la fine è tragica. Richard Issler infatti riporta un gravissimo congelamento ai piedi. La frustrazione a Cortina è ancora più intensa. Passeranno mesi prima che lo scrittore possa riprendere a camminare ma nel frattempo, per evitare ulteriore discredito, viene subito compiuta la prima invernale al Monte Cristallo, la montagna di casa. La delicata questione del turismo è risolta e a Cortina nessuno parla più di alpinismo in inverno. Passano molti anni prima che Jeanne Immink venga a conoscenza di questi fatti. Soggiorna spesso nella conca ampezzana, si sente quasi una del posto, e per Cortina decide di conquistare una cima invernale davvero difficile.

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Croda da Lago

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Via normale alla Croda da Lago, schizzo da www.ramellasergio.it).

I cannocchiali sono tutti puntati sulla Croda da Lago
Giovedì 10 dicembre 1891, alle 4 del mattino, Jeanne Immink parte con le sue fidate guide Antonio e Pietro Dimai per una delle più celebrate ascensioni invernali nella storia della conquista delle Dolomiti. Nei giorni precedenti Pietro aveva aperto una traccia nella neve alta e studiato la parete coperta di ghiaccio. Una preparazione che si era resa necessaria perché la distanza dell‘attacco non permetteva alcuna perdita di tempo. Al sorgere del sole tutti i cannocchiali di Cortina vengono puntati verso la montagna: la salita invernale è l’evento dell’anno.

La via conduce lungo la parete nord dell’adiacente Campanile Innerkofler (dedicato a Michel) fino alla Forcella Eötvös e da qui, tra le due cime, volge direttamente verso la struttura sommitale della Croda da Lago. Antonio libera appoggi e appigli dal ghiaccio e dalla neve gelata con la sua piccola ascia; un lavoro che porta via tempo. Alcuni passaggi sono esposti e permettono di assicurarsi con difficoltà. Nella sua emozionante relazione Jeanne Immink descrive rischi e pericoli.

Dopo una lunghezza di corda “il bravo Toni” le grida di fare il prima possibile: “Presto, signora, non posso più tenere la corda per molto tempo, ho le mani gelate. Non si fidi troppo della mia corda”. Arrampicare in modo pulito è impossibile, Jeanne Immink sale lavorando di gomiti e ginocchia: “Ogni momento credevo di cascare, perché non mi restava più forza nelle mani… i miei guanti di Ringwood (a quel tempo una marca famosa) si erano mostrati proprio inutili, ruinati dall’umidità, li avevo già gettati via”.

E aggiunge: “Finalmente giungemmo alla Forcella Eötvös, dove ci riscaldammo ai raggi del sole che brillava in tutta la sua luminosità”. Il ripido tratto finale prima di raggiungere la cima è libero dalla neve. La scalata ha richiesto quasi cinque ore, quando normalmente ne basterebbero una e mezza. “Mai godetti uno spettacolo così meraviglioso come quello goduto in questa invernale salita”, esclama sulla cima Jeanne Immink, al colmo della gioia. Ma l’euforia presto cede il posto alla realtà. Devono ritornare all’attacco prima che faccia buio. “La discesa era ancora più pericolosa della salita. Primo io, poi Pietro, tutti e due con l’aiuto della corda, ed ultimo Antonio solo. Era necessario adoperare grandissima diligenza ed abilità per non scivolare sulla roccia coperta di ghiaccio.”

Un‘abile e spregiudicata impresa invernale
Sono in cammino da sedici ore quando alle 20 rientrano a Cortina, “ricevuti con affettuoso entusiasmo dalla gente che aveva seguito la nostra ardua impresa”. L’ascesa invernale è un punto di svolta e suscita un grande interesse. Il giornale veneziano “L’Adriatico” riporta la notizia in prima pagina sul numero del 31 dicembre 1891, con il titolo “Le Alpi d’inverno – La difficile salita d’una signora”. Il redattore scrive: “Anche d’inverno le Alpi hanno grandi attrattive e fascini strani. Ma il sole che indora le nevi alpine sorride soltanto ai forti ed agli audaci, che sfidano il freddo e ogni sorta di pericoli. Una innamorata della montagna, anche nell’inverno, è la forte e gentile signora Jeanne Immink, che ha in questi giorni impreso parecchie salite alle più alte cime… salite, che provano la forza d’animo e la vigoria muscolare della signora.”. Segue il resoconto completo di Jeanne Immink sull’esperienza vissuta.

Anche le riviste degli Alpenverein descrivono positivamente l’abile e spregiudicata impresa invernale. Tuttavia non mancano le critiche. La cronaca In Alto della Società Alpina Friulana scrive: “Noi non intendiamo di fare plauso all’ardita signora Immink – appassionata e nota alpinista – poiché anche l’alpinismo atletico deve aver certi limiti, che altrimenti diventa funambolismo o sport, come impropriamente viene chiamato l’alpinismo da qualche tedesco.”

Le note negative non turbano Jeanne Immink, che continua tranquillamente a scalare. Poco dopo la Croda da Lago è di nuovo in marcia nella neve alta con Antonio Dimai, verso il recente Pfalzgauhütte, oggi rifugio Vandelli. Cosa abbia in mente non lo dice. Vuole forse affrontare il Sorapìss? Il pericolo valanghe non sarà troppo grande? All’inizio di gennaio 1892 la cordata scala il Monte Averau, caratteristica silhouhette sul Passo Falzarego, ed è ancora una prima invernale. Jeanne Immink dimostra che l’arrampicata in inverno è un valore aggiunto per l’alpinismo: infatti, nessun’altra stagione mette così tanto in risalto la lotta degli esseri umani con la natura e la montagna.

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La parete nord della Cima Piccola di Lavaredo con la via della cordata Sepp Innerkofler-Jeanne Immink nell’inverno 1894-95 (foto Antonio Sanmarchi).

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Theodor Wundt, amico di Jeanne Immink con cui fece la prima invernale alla Cima Piccola di Lavaredo lungo la via normale del versante sud-ovest (foto di Wundt).

Nuova sfida invernale sulla Cima Piccola di Lavaredo
Jeanne Immink è amica del tedesco Theodor Wundt, l‘ufficiale di carriera e appassionato alpinista che con i suoi libri riccamente illustrati ha tanto contribuito alla popolarità di Cortina d’Ampezzo e di San Martino di Castrozza. Nel suo „Sulle Dolomiti d’Ampezzo“ la salita invernale alla Croda da Lago ha un posto di rilievo. Anche Theodor Wundt si dedica con impegno alle scalate invernali e l’anno successivo seguirà l’esempio di Jeanne Immink: con Michele Bettega completa la prima invernale alla Cima Grande e alla Cima Piccola di Lavaredo.

Ma questo per Jeanne Immink significa una nuova sfida. Nell’inverno 1894/1895, per superare Theodor Wundt, porta a termine con Sepp Innerkofler la salita invernale della Cima Piccola, non però dalla via normale seguita da Wundt, ma dalla molto più impegnativa parete nord. La conosce già, perché nell’estate del 1893 è stata una delle prime alpiniste (in cordata con Sepp Innerkofler) a salire la Cima Piccola dalla parete nord e a scendere dalla parete sud. Jeanne Immink è molto legata a questa montagna, che sale cinque volte; una volta perfino calandosi in corda doppia dalla parete nord. Sempre sulla Cima Piccola ha posato per il reportage di Theodor Wundt, il primo fotografo di montagna a immortalare una donna in scalata: l’immagine di Jeanne Immink sull‘esposta Traversata della parete nord-ovest è una delle più riprodotte della letteratura di montagna.

Oggi due cime portano il suo nome
Jeanne Immink è una donna sola e indipendente dal punto di vista economico. Dopo essere emigrata da Amsterdam in Sudafrica, lascia il figlio e il marito. A Pretoria inizia una relazione con un capitano britannico di cavalleria, che fa carriera nella guerra anglo-zulu. Lo segue in India, ma la gravidanza segna la fine del legame. In Svizzera dà alla luce il figlio e conosce le montagne. Grazie agli alimenti del cavaliere, che nel frattempo è stato promosso colonnello di reggimento, Jeanne Immink è libera di vivere a suo piacimento. Si presenta come vedova e visita le Alpi in lungo e in largo con il figlio Luigi, in pratica un’eterna turista, per evitare di pagare le tasse. Luigi, figlio illegittimo, sarà il primo console olandese a Milano e vivrà per tutta la vita con la madre.

Nonostante venga definita fuggiasca e descritta come „snob“, nello scenario alpino di fin de siècle Jeanne Immink gode di grande considerazione: è socia della famosa sezione del CAI di Torino e perfino dell’esclusivo ÖAC (Österreichischen Alpen-Club), che ancora oggi accoglie solo gli alpinisti più forti e meritevoli. Due cime portano il suo nome: Cima Immink e il Campanile Giovanna, che svettano una accanto all’altra nelle Pale di San Martino, inconfondibili.

Nella successione di grandiose scalatrici dolomitiche composta da Beatrice Tomasson, Luisa Fanton, Mary Varale e Paola Wiesinger, Jeanne Immink è la prima in ordine cronologico. È conosciuta soprattutto per le salite del Camino Schmidt sulle Cinque Dita e per la prima traversata completa delle cime gemelle Sass Maor e Cima della Madonna. Come scalatrice invernale, invece, è la prima in assoluto.
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[1] Pietro Dimai in realtà è il figlio di Fulgenzio, quindi cugino di Antonio [NdT].

Bibliografia
Archivi: Club Alpino Italiano, Österreichischer Alpen Klub, Österreichischer Alpen Verein, Alpine Club; Biblioteca delle Montagna Trento, Archivio di Stato di Milano.
Giornali, periodici: L’Adriatico, Le Alpi Venete, Corriere della Sera.
Theodor Wundt, Wanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, Berlin 1894. Ristampa con titolo Sulle Dolomiti d’Ampezzo, Cortina 1996.
Harry Muré, Jeanne Immink. Die Frau, die in die Wolken stieg, Innsbruck 2010.
Antonio Sanmarchi, Le Cime di Lavaredo 1869-1969.

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Harry Muré, sulle tracce di Jeanne Immink sul Sass de Mura, è l’autore del volume “Jeanne Immink – Die Frau, die in die Wolken stieg”, Tyrolia Verlagsanstalt Gm, 2010. (foto Donato Zangonel)


Con la collaborazione di Cortina Marketing
www.cortinamarketing.it

Silvia Benetollo

Silvia Benetollo

Sono una traduttrice con la passione per il disegno, per le Dolomiti Bellunesi e per la toponomastica alpina, perché penso che risalire all’origine del un nome di luogo caro sia un buon modo per farne parte.


Il mio blog | La Martora Blu è il mio progetto che raccoglie i disegni e le collaborazioni che ho avuto l’onore di avere in questi ultimi anni. È anche un modo per tentare di fare ordine sulla mia scrivania. Contiene storie di montagna, appunti di viaggio, disegni. In ordine sparso.
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