Reportage

ANCHE LE VACCHE SALTANO

L'occasione di seguire una mandria di vacche nella salita in alpeggio in Val Taleggio è un'esperienza unica, forte nel coinvolgimento fisico e anche emotivo.

testo e foto di Sara Invernizzi

Val Taleggio, la mucca Priscilla
24/06/2020
7 min
L’alba in Val Taleggio a fine maggio ha il profumo del fieno umido e delle nuvole incombenti, il colore intenso della luce che definisce ogni cosa, valorizzando anche il singolo filo d’erba.

All’alba le vacche vengono fatte passare nel locale di mungitura, dove al rumore delle macchine si uniscono i muggiti e lo scoccare attutito degli zoccoli sul pavimento. Nel cortile dell’azienda si compiono gli ultimi preparativi per la partenza che, agli occhi di chi non ha esperienza, appaiono come gesti rituali. Nel silenzio ovattato dalle brume che si sollevano dai prati, vengono portate lentamente nel cortile le ultime vacche a cui devono essere rifiniti gli zoccoli, prima della partenza. Oggi infatti si sale in alpeggio. Ma se io sono emozionata e tesa, non sembra ci siano sfumature di nervosismo tra gli animali e gli allevatori. Nel piccolo caseificio si sta già producendo il formaggio, numerose forme di Stracchino all’antica di Vedeseta e il prezioso Strachítunt. L’odore forte del latte e del siero e il tepore del locale accolgono come un umido abbraccio, che fa bene a chi cerca ristoro dall’aria pungente dell’alba. Gli allevatori invece non paiono fare caso al freddo, si muovono lentamente in parte alle vacche, scortandole come se il loro pensiero sapesse infondere agli animali la consapevolezza di qual è la strada che deve essere intrapresa. O forse è solo ai miei occhi che tutto appare incomprensibile, mentre per allevatori e mucche sono consuetudini e atteggiamenti che fanno parte di una quotidianità antica, di cui entrambi serbano profonda memoria. Il cielo si schiarisce e con l’allattamento dei piccoli vitelli si chiude la prima fase della giornata.

Un ragazzo giovanissimo compare con le braccia piene di cocche, i variegati campanacci, ma non è ancora il momento di farle indossare alle vacche, il rischio sarebbe un’emozione generale e lo scatenarsi del caos. Appoggiate le cocche su una balla di fieno, gli allevatori si recano a fare una consistente colazione, la partenza è ormai prossima. Le nubi si schiariscono, mentre la bruma si sfilaccia e iniziano a volare le rondini agitate che vivono in sinergia con le mucche nella stalla, cibandosi di mosche. Ritornano gli allevatori e si vestono, chi con lunghe tute, chi rimane invece in pantaloncini corti e canottiera. Entrano nella stalla e circondano i possenti colli delle bestie con le cocche, il cui rumore inizia a diffondersi. In alcuni momenti sembra una lotta durante la quale l’uomo afferra il grande collo con le braccia, quasi in un abbraccio, ma dallo sforzo nel chiudere le fibbie si capisce che è un lavoro complesso. C’è comunque un giovane che, da solo, accarezzando il dorso di una vacca e con una pacata determinazione riesce ad infilare il campanaccio senza l’aiuto di altri. Talvolta si ha l’impressione di vivere al rallentatore, i movimenti fluidi degli allevatori sono lenti, ma così carichi di forza, così decisi eppure smorzati, attutiti. Difficile spiegare e anche osservando non ci si capacita di cosa stia accadendo tra uomo e animale.

In attesa della mungitura
Val Taleggio, terza sosta in localitá Faggio

Si è giunti all’ultimo compito prima della partenza: la suddivisione delle vacche che andranno in alpeggio per prime e quelle che, perché troppo deboli a causa di recenti parti, o asciutte o troppo giovani, le raggiungeranno più avanti o staranno l’estate in stalla per evitare di stancarsi troppo. Sembra un corpo a corpo tra allevatori e mucche, una commistione di gesti e di suoni, le cocche che rintoccano, le urla dei ragazzi che chiamano per nome gli animali, lo schioccare degli zoccoli nel letame e sul pavimento in cemento della stalla, le rondini agitate. Alla fine le vacche sono state separate e le prescelte, circa una quarantina, sono pronte a partire.

Avevo l’idea di mucche lente che procedono indolenti lungo una strada sterrata, fermandosi a brucare l’erba fresca dai cigli calcarei. No, non è così. Le vacche si sono fiondate fuori dalla porta spalancata della stalla, urtandosi, saltando, scalciando, cadendo, virando e cambiando repentinamente direzione. Rumore dei campanacci assordante, l’abbaiare dei cani, le urla degli allevatori. Trovata la direzione, alcuni uomini in testa, i ragazzi a proteggere i fianchi e A. con Fosca, il cane pastore, in coda.

Anche noi osservatori procediamo tra gli ultimi. Non ero pronta, non sapevo, avevo un’idea diversa di quanto sarebbe accaduto, pensavo infatti a placide bestie goffe. Siamo stati travolti invece da un turbine di vitalità, dalla gioia della riguadagnata libertà, da un’animalità forte e possente, sicuramente non debole e fiacca. Altra scoperta: alcune vacche vogliono tornare alla stalla. Ad un tratto Priscilla, che durante l’inverno ha messo su qualche chilo di troppo, fumante di sudore nell’aria umida, ha deciso che non aveva più voglia di andare avanti lungo la salita, si è girata e ha cercato di tornare sui propri passi. È con Priscilla come compagna che abbiamo arrancato fino alla prima tappa nella faggeta cupa, dove i rintocchi dei campanacci non avevano eco. La salita non è avvenuta, come pensavo su strada sterrata, ma lungo stretti sentieri tra i faggi e i bricchi rocciosi, passando dalle successive due soste, più aperte rispetto alla prima, dove il sudore delle mucche stanche si solleva in nuvole nell’aria. Alla terza e ultima sosta sono apparse le pareti dolomitiche e franose nella valle detta del Chignöl. Un grande faggio nella conca dà il nome alla località dove le vacche strappano con foga ciuffi di erba e fiori.

Appare anche qualche raggio di sole e i soffioni volano nell’aria. I pastori si riposano in posizione sopraelevata, guardando la mandria e chiacchierando, nominando i luoghi, definendo i confini, ricordando le consuetudini e, con sofferenza, facendo presente come l’abbandono dei pascoli porta al depauperamento dei territori montani e alla perdita di biodiversità. Loro si rendono conto di quanto il paesaggio sia mutato e ne soffrono, nonostante con i loro gesti, con questa monticazione, stiano nuovamente attuando un meccanismo virtuoso utile anche alla preservazione dei luoghi.

Alpeggio in Val Taleggio
Alpeggio in Val Taleggio

Spronata Priscilla, che si muove solo al tocco esperto del giovane allevatore, ci rimettiamo in cammino, sempre tra gli ultimi. Passando in parte ad una vecchia calchera, si giunge infine alla Sella, dove le vacche si sdraiano nel sole, brucando. Sembrano felici e soddisfatte, ruminano piano tra i pulviscoli e gli insetti che vorticano nell’aria. Il suono dei campanacci si diffonde negli ampi spazi e sembra riempire la conca della Val Taleggio, da Peghera a Sottochiesa, che si estende al di sotto di questa sella tra i dossi calcarei, verdissimi di pascoli e di faggete. Dalla baita, posta ai piedi di una di queste elevazioni, sfugge un filo di fumo, la stufa sta certamente andando e ci attende. Ma prima, statuaria, ci accoglie la padrona di casa, anziana solo per età anagrafica, saggia per la vita trascorsa in alpeggio al fianco del marito prima e dei figli oggi, agile in movimenti che per lei sono una consuetudine. Ci accompagna fino alla baita, dove insieme beviamo un bicchiere di vino bianco, che i giovani scherzando chiamano “la tisana”, ma hanno ragione, perché pare davvero come un tonico dopo la faticosa salita.

Ci si mette dunque all’opera per preparare il pranzo, spostare i tavoli, uno dei ragazzi gira con forza la polenta posta sul fuoco vivo della stufa. Una montagna di formaggio attende su un tagliere nella piccola cucina. È un alpeggio che ha tutte le comodità, ma dove si respira ancora l’aria di una sana convivialità, che si rafforza quando ci si mette a tavola tutti insieme e si condivide l’eccezionale pasto. Dopo il caffè corretto grappa, gli uomini salgono al piano superiore e noi donne rimaniamo sole con la signora L. nel locale della stufa. Mentre sparecchiamo e laviamo i piatti lei racconta di sé, delle persone che ha amato e non ci sono più, degli accadimenti di questo inverno cupo e della primavera soleggiata, ma triste. È pacata e dolce, così accogliente nel raccontare a bassa voce e il tempo vola, veloce quasi quanto le mucche in corsa verso l’alpeggio, mi stupisce altrettanto. È un tempo diverso che non sapevo di conoscere, ma che accolgo come se mi fosse sempre appartenuto, come se il mio cuore avesse sempre battuto a questo ritmo.

Scende il figlio di L. e suona un grande campanaccio appeso alle scale, il rintocco è forte e ci fa sobbalzare, serve a svegliare i ragazzi. È il momento per portare le vacche a bere alla pozza e poi ci sarà la mungitura presso il carrello che è stato portato in alpeggio in precedenza. Noi donne accompagniamo la signora L. all’orto, che è stato devastato da qualche animale. L. è arrabbiata e si lascia sfuggire insulti alla volta di quello che si presume fosse un tasso, è divertente vederla armeggiare con la rete e imprecare, è così forte e determinata. L’orto, nonostante lo scempio fatto dall’intruso, è comunque rigoglioso grazie al terriccio fatto con il letame stagionato delle vacche. Provo invidia per l’esuberanza e la vitalità degli ortaggi, evidentemente la vita in alpeggio fa bene anche a loro, non solo alle vacche. Queste stanno tornando in un fragore di campanacci dopo essersi abbeverate.

Comincia la mungitura meccanizzata, è bello ricordarsi del tempo presente e del connubio tra innovazioni e tradizioni. Sembra che alle vacche non dispiaccia salire sul carrello, stanno in fila, si spingono, impuntandosi solo al primo passo sulla pedana, poi procedono verso le mangiatoie dove le attende una manciata di mangime. Il rumore dei campanacci è come una ninna nanna e ci addormentiamo sul prato umido della pioggerella che è caduta nel primo pomeriggio. Sogno, non so di cosa, mi faccio cullare dai suoni, fino a quando l’erba ispida non mi si appiccica alla guancia e il braccio si intorpidisce. Mi sveglio e tutto è finito, le taniche di latte vengono caricate sulla jeep, oggi non si lavora ancora il formaggio in alpeggio, ma tra due giorni il casaro sarà pronto e nel piccolo locale adiacente alla cucina dove la signora L. rimesta la minestra, si prepareranno stracchini e Strachítunt mane e sera.

Priscilla vuole tornare indietro
L. nel suo orto all'Alpe Sella
Sara Invernizzi

Sara Invernizzi

Tra anfratti rocciosi, borghi di crinale e nuove conurbazioni dell’arco orobico, cerca di “leggere” il territorio come se fosse un palinsesto, ricco di stratificazioni di narrazioni. Dai sentieri che percorre e dalle storie antiche, trae ispirazione per nuove riscritture. Recentemente insediata in un vecchio essicatoio per le castagne, riadattato ad abitazione, ha messo radici nel cuore vivo delle selve della Valle San Martino e dalla linfa naturale trae stimoli e le energie per proseguire indagini e ricerche sulla cultura materiale e immateriale del contesto geografico nel quale è inserita.


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