Saggio

TRADURRE IN MEZZO ALLE MONTAGNE

Laura Bortot ha appena terminato la traduzione dell’ultimo romanzo di Angelika Overath. Lo ha fatto (anche) grazie alla montagna e in questo saggio racconta quanto siano vicine, la montagna e la traduzione, o meglio… camminare in montagna e tradurre.

testo di Laura Bortot

Photo by Corsin Taisch on Unsplash
18/07/2021
5 min
Arrivo a Sent nel tardo pomeriggio. Il paese è affacciato sulla valle, la Bassa Engadina, e guarda il fiume dall'alto, dal versante sinistro.

Se consideriamo l’etimologia romancia il fiume Inn dà il nome a tutto questo territorio: En-giadina, il giardino dell’Inn. Ha smesso di piovere da poco, il cielo è grigio, vapori più o meno densi risalgono il crinale e si insinuano nei vicoli stretti del paese, rotolando sull’acciottolato antico, sconnesso, ancora lucido. È fine settembre. La case di Sent rabbrividiscono ai primi freddi, per la strada vedo già berretti di lana e passi rapidi. Poi il vento squarcia appena le nuvole, in alto, e le cime delle montagne salutano austere, imbiancate dalla neve appena caduta. Sono montagne selvagge, la roccia è scura, apparentemente inospitale. Eppure, come sempre quando arrivo in montagna, respiro felice, perché la montagna è casa.
Angelika Overath e suo marito hanno lasciato tutto un mondo: la Germania, la loro città, Tübingen, l’università, i due figli più grandi, ormai maggiorenni; insieme al figlio più piccolo anni fa si sono trasferiti qui, in un paese di poche anime, dove si parla romancio, anche se la Bassa Engadina è storicamente luogo di intersezione e contaminazione di romancio e svizzero tedesco, con qualche traccia remota di italiano.

Sent

Un solco che incido nella terra, nella pietra

La casa di Angelika è un vecchio maso engadinese dai muri spessi, ristrutturato piano piano da lei e da Manfred nel rispetto assoluto dei materiali, degli ambienti, degli scorci. La loro vita domestica si è adattata alle stanze, allo spazio, quindi fin da subito devo capire dove portino le varie scalette di legno aggrappate a mezzanini di altezza variabile, inaspettatamente dislocati rispetto al cuore del maso, e quali rifugi di libri si nascondano dietro le pesanti porte con i chiavistelli. In effetti è una casa piena di libri, libri che si arrampicano fino ad altezze vertiginose, che sbucano dietro gli angoli facendosi ora piccoli e piatti su minuscole mensole, ora solidi e solenni su tavoli e scrivanie che trasudano lavoro, studio, passione, cura. Un silenzio sereno ma denso si aggira per le stanze, e fa da controcanto al silenzio della montagna, subito fuori dalla finestra. Ci sono solo i rumori di un tempo passato: qualche porta che cigola, qualche vetro che tintinna fragile al vento, qualche gradino di legno che irradia un’eco sorda di passi lenti o veloci, a seconda.

Sono qui per lavorare con Angelika su alcuni punti critici della traduzione che sto ultimando, il suo ultimo romanzo, Un inverno a Istanbul. Ho domande da farle, passi da discutere, ho bisogno di ascoltarla mentre legge, ho bisogno di percepire dalle sue labbra il ritmo del testo, di vedere con i miei occhi dove affiora l’emozione, la voce che si incrina, o che sospira piano, oppure che accelera per ripercorrere tutto d’un fiato un avvicinamento, un’intuizione, un’illuminazione. Ho bisogno di attraversare questi paesaggi di parole, lande sintattiche, lessicali e sonore, per condurre oltre il pensiero, il sentimento, la storia. E solo ora mi rendo conto che quel movimento, quel trans-ducĕre, un solco che incido nella terra, nella pietra, è destinato a un “altrove” che, paradossalmente, è per me quanto di più vicino e familiare ci sia, la mia lingua. In un certo senso vado “al di là” per poi ritrovare me stessa.

Angelika Overath

E’ lì che mi rendo conto di quanto siano vicine, la montagna e la traduzione

La notte trascorre tranquilla tra gli spessori obliqui della casa; tengo la finestra socchiusa. Il bosco sussurra profumato di aghi, e l’aria ha la solidità ineffabile della montagna, della mia infanzia.
La mattina dopo lavoriamo, leggiamo, correggiamo, esploriamo diverse soluzioni traduttive, parliamo delle parole, delle loro architetture, delle nostre sensazioni. Tedesco e italiano, italiano e tedesco, moti circolari, tipici della fase di revisione. Perché al contrario nei mesi precedenti, durante la mia solitaria traversata del testo, la percezione era quella di un itinerario con un punto di partenza e un punto di arrivo decisamente distante, un itinerario da costruire passo passo.

Nel pomeriggio sentiamo che è arrivato il momento di lasciare il testo per qualche ora.
Mi avvio a piedi, lungo un sentiero che si inerpica dietro la casa prima in mezzo ai prati e poi in un paesaggio trapunto di alberi, radure, qualche roccia isolata… per farsi dopo poco via via più ruvido, cespugli bassi e radi, e infine solo una traccia pietrosa. E allora sento la montagna che come sempre incombe, maestosa, e allo stesso tempo mi abbraccia, mi insegna, accompagna i miei pensieri.
Ed è proprio lì che mi rendo conto di quanto siano vicine, la montagna e la traduzione, o meglio… camminare in montagna e tradurre.

Photo by Sven Scheuermeier on Unsplash

Tradurre significa andare oltre, oltre la realtà conosciuta, oltre il proprio limite

Tradurre significa attraversare, appunto, camminare aprendo un via, un sentiero, in un ambiente nuovo, morfologicamente variabile, in un tessuto (textus) con una sua particolare vegetazione, con rocce, acque, odori, perturbazioni, rumori, silenzi. Si sale, si procede in quota, poi si sale ancora, si raggiunge un valico, e da quel valico lo sguardo si allunga verso l’orizzonte o precipita in basso, verso la valle, ma in ogni caso si tratta di uno snodo prospettico, di un punto di svolta, una piccola altura che permette una visuale inedita, da non trascurare.

Tradurre significa porsi un obiettivo, una cima, o semplicemente un punto di arrivo. Significa arrivare all’ultima pagina del testo, ma con la certezza che percorrere quell’itinerario è già di per sé traversare un altrove, è la volontà di immergersi in una realtà dissimile, che rintocca dentro di te, e per la quale cerchi parole della tua lingua che possano riprodurla, specchiarla, è un viaggio, un’avventura, ma preparata, calibrata.

Tradurre significa procedere con passo lento, e attento: la lentezza della cura e dell’amore per l’ambiente circostante, quindi il testo, la scrittura, la lentezza vigile che percepisce anche gli umori e le atmosfere più impercettibili. Il passo lento di quando si vuole davvero sciogliere la trama più intima di una lingua straniera, con le sue sintassi emotive, le sue visioni, le sue stratificazioni storiche, le sue conformazioni mentali, i suoi immaginari addensati o diluiti. Il passo lento di quando finalmente si cerca se stessi.

Tradurre significa mettersi in ascolto: dei piccoli e grandi sommovimenti del testo, dei “terreni” morfologicamente duttili e di quelli astrusi, delle condizioni atmosferiche che addolciscono o percuotono le parole e le strutture, del silenzio vasto, immenso, che protegge e nel contempo espone le fragili impalcature espressive. Spesso i testi hanno una loro specifica melodia di fondo, sonorità palesi e sonorità sotterranee, nascoste tra le maglie fitte della sintassi, e a volte è necessario fermarsi, chiudere gli occhi, respirare e sospendere il passo, lasciare che il vento narrativo ci porti qualche nota, o ci conduca in qualche radura luminosa, ci sveli uno scorcio lirico, o un assetto lessicale difficile, doloroso.

Tradurre significa rispetto: per i “paesaggi” testuali che attraversiamo, per la loro morfologia, per come si struttura il pensiero altrui, per il ritmo che impone la lettura, la comprensione, l’interpretazione, con la necessità quindi di modulare il passo. Rispetto vuol dire anche umiltà e dignità: l’ambiente in cui ci muoviamo non ci può appartenere per il semplice fatto che stiamo lavorando a “declinarlo” secondo altri codici, non può esserci possesso in questa operazione, né sovrapposizione della nostra identità sull’identità altrui.

Tradurre significa procedere con l’attrezzatura corretta, adeguata: sensibilità, cura, esperienza, discrezione, abilità tecniche e teoriche, rigore.

Tradurre significa andare oltre, oltre la realtà conosciuta, nota, oltre il proprio sguardo, il proprio punto di vista, oltre se stessi, oltre il proprio limite anche. E nel momento in cui si raggiunge la destinazione, nel momento in cui il testo originale si specchia nel testo tradotto, diventa chiaro che conquistare quella cima, quel punto di arrivo, è in qualche modo coincidere meravigliosamente e magicamente con se stessi o, come già detto, trovare finalmente se stessi.

Riparto da Sent qualche giorno dopo, sotto la neve, il saluto più dolce della montagna.

Laura Bortot

Laura Bortot

Nata a Vicenza nel 1970, lavora come traduttrice letteraria dal tedesco e insegna Mediazione scritta dal tedesco all’italiano (traduzione per l’editoria) e Traduzione editoriale (master di traduzione editoriale-tecnico-scientifica tedesco-italiano) alla SSML di Vicenza. Ha tradotto una trentina di libri (letteratura impegnata e di intrattenimento) e vari saggi (testi di carattere storico e artistico). Tra le sue traduzioni più rilevanti: Angelika Overath, Un inverno a Istanbul, Dadò Editore (romanzo, in via di pubblicazione), Thomas Maissen, I miti svizzeri. Realtà e retroscena, Dadò Editore (saggio, 2016), Leta Semadeni, Tamangur, Edizioni Casagrande (romanzo, 2016), Gabriele Kögl, Anima di madre, Keller Editore (romanzo, 2013), Angelika Overath, Pesci d’aeroporto, Keller Editore (romanzo, 2013), Angelika Overath, Giorni vicini, Keller Editore (romanzo, 2012), Helmut Krausser, Melodien –La musica del diavolo, Barbera Editore (romanzo storico, 2007).


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