Reportage

UN RE E LA SUA CORTE

In Val Varrone, tra antichi boschi che celano il loro re e una cresta selvaggia, si snoda un itinerario dove bellezza e saggezza sono elargite a piene mani.

testo e illustrazioni di Raffaele Negri

26/07/2021
5 min
Un imprevisto ritorno all’infanzia; la riscoperta dell’innocenza nel piacere di lasciarsi sorprendere dal riascoltare una vecchia storia, sempre nuova. Tra alpeggi incantati, antichi boschi che celano il loro re e una cresta selvaggia, ponte tra due ameni poggi, si snoda un itinerario dove bellezza e saggezza sono elargite a piene mani, in un’aura fiabesca che non fa pesare tanta generosità.

L’Alpe Porcile
Questa storia ha inizio dalla zona industriale di Premana. Superati i capannoni, si attraversa il torrente Varrone su di un suggestivo ponte di pietra ad arco. Sulla sponda opposta si è subito in Lavinol, il primo di molti alpeggi posti lungo il cammino. Lasciarsi docilmente condurre dall’antica mulattiera acciottolata tra le sparse e pittoresche baite del vicino Alpe Porcile, in una curata campagna di una bellezza commovente e senza tempo. Un giardino sotto lo sguardo sempre vigile di Premana, arroccata a picco sulla Val Varrone. Tra tanto dolce errare, si giunge alla verde piazza delle Stalle d’Alben. Tetti di piode e muri a secco la contengono su tre lati lasciando aperta la vista a valle, mentre un incassato fontanile di pietra intona una canzone senza età. Terminata la sosta e spezzato l’incantesimo che ci vorrebbe tramutati in un sasso di un muro o in un filo d’erba della piazza, puntare decisi verso il cuore della Val Marcia, superando proprio una cappella che la rappresenta a sfondo di una Madonna adorante.

Intrufolandosi nella faggeta e raggiunta la marcata costa che apre alla laterale Val di Piancone, in prossimità di alcuni modeste sporgenze rocciose, una flebile traccia abbandona la strada maestra puntando misteriosamente e direttamente verso l’alto. Solo all’inizio segnata da sbiaditi e vari bolli, fin da subito invasa dalle foglie secche dei faggi che la sovrastano, con repentine svolte essa raggiunge velocemente la cresta districandosi tra le rocce e gli alberi. Succubi del richiamo dell’ignoto lasciarsi sedurre da lei che, invitante e sempre sul punto di svanire, risale direttamente la cresta sud ovest del Pizzo d’Alben. Concedendosi alcune puntate a destra o a sinistra del filo principale per superare alcuni più ostici risalti rocciosi o tratti di vegetazione indomabile, la percepibile ed oggettiva inaffidabilità della traccia acuisce il carattere selvaggio e remoto dell’ambientazione. Le perplessità pesano sulle gambe ben più che la natura ripida e ostica del procedere.

Il maestro di palazzo
Transitati sopra di un grosso cumulo di rocce e vinto un erto tratto più aperto, la direttrice di cresta, unico vero riferimento in questo dedalo naturale, porta ad incontrare il maestro di palazzo alla corte del re delle foreste delle Orobie Occidentali. Un maestoso, vecchio e sgraziato faggio, mutilato da tempo immemore da chissà quale tempesta o nevicata, schiude dietro a se un aperto corridoio lambito a monte e a valle dal bosco. Imboccatolo, la sensazione di solennità è permeante e l’incombenza dell’importanza di ciò che si sta per manifestare atterrisce. E quando finalmente maggior luce inonda l’ampia ed austera sala del trono, il vessillo vivente di una natura primigenia e possente si mostra magnifico ed imponente.

Le nodose radici, avviluppate tra loro ed avvinghiate alla montagna tanto in profondità da affondare dentro al cuore della terra, sono le fondamenta dei due rugosi ed argentei tronchi che, giuntatisi alla base, sono pilastri dell’immensa volta frondosa che punta all’eternità. Non c’è più stanchezza nel fermarsi in sua compagnia. Non c’è meraviglia più genuina che lo scoprirlo da ogni angolazione ed un brivido nasce nell’accarezzargli la dura scorza. Si vorrebbe quasi volerlo accompagnare quanto più possibile tra i secoli, quasi a cercare d’essere depositari un poco anche noi di tanta manifesta saggezza. Il re, comprensivo e mansueto, attende il suggello di ogni primo incontro. Una e una sola domanda si ha disposizione da porgli. Io mi sedetti su di un suo vicino immenso ramo schiantatosi al suolo e chiesi. La primavera incombente gli incastonava i rami di smeraldine gemme, tutte in gioco a danzare con la luce del primo mattino. Ottenni solo un leggero ed impercettibile stormire alla leggera brezza di quel giorno. Mi bastò; eccome!

Pizzo d’Alben
Sulla direttrice principale della dorsale, a monte del nucleo abitato, un lariceto di squisite proporzioni e spaziatura, accompagna il ben marcato sentiero fin poco sotto la regale croce di vetta del Pizzo d’Alben. Raggiunta la cima, lo sguardo, complice la già metabolizzata e non dissimile superba vista da Chiarino, è tutto rivolto a Nord. Un selvaggio e vergine crinale, lambito inizialmente da sporadici residui larici, innesta un moto armonico di alti e bassi su di una linea di cresta vorticosamente precipite sulle visibile e parallele Valli di Piancone, Foppone e d’Ombrega. A nulla può la perfetta ambientazione da merenda del Pizzo d’Alben. La chiamata è suadente ed irresistibile. Raggiunto tutto d’un fiato un primo brullo cimotto, la cresta Nord del Pizzo Cornagera si mostra in pienezza; un aggrovigliato ed altalenate filo teso, esposto tra la Val Marcia e quella di Barconcelli.

Cornagera
Ogni elevazione minore e ogni depressione va conquistata senza abbandonare l’aereo filo di cresta in un contesto grandioso e remoto. La fine cavalcata giunge bruscamente, anticipata da una marcata anticima e dalla sempre più prossima costiera settentrionale della Val Biandino; aspra e ripida testata terminale delle due laterali già nominate. La cresta termina così diramandosi, facendosi vetta e con il progressivo schiudersi di un nuovo mondo a sfondo. Il Cornagera domina, dalla sua posizione centrale, tutta la lunga costiera che dal Cimone di Margno corre fino al Pizzo Tre Signori. Da questo lato, immensi prati scivolano decisi per lungo tratto in entrambe le direzioni prima di tuffarsi ripidi in Biandino. Si è a tutti gli effetti su di una cima di frontiera situata sulla cresta confine tra la giurisdizione, i colori e le proporzioni delle cime di Premana e quelle della circoscrizione del Tre Signori. L’ineffabile contrasto dona carattere e calore allo spoglio poggio ed invita alla sosta ed alla contemplazione.

Laghitt
Dopo tanto cammino, ora sono gli occhi a vagare e a posarsi liberamente su tanta possibilità di scelta. La direttrice di discesa è presto definita dalla curiosità nata dalla vista di un solitario monolite conficcato tra le morbide ondulazioni erbose dove l’opposta costa della Valle di Barconelli si giunta con la cresta est del Cornagera. Avvicinandosi si scopre che esso è la minuscola ed arcaica cappella della località Laghitt. Aliena e immateriale, magnifica e sigilla l’incanto mai venuto meno di questo fiabesco errare.

Raffaele Negri

Sono Negri Raffaele, ho 29 anni e, se devo ridurre me stesso ai minimi termini per definirmi in poche parole, direi che disegno; da quando neanche mi ricordo. Sono nato e vivo a Lecco; sempre alla perenne ricerca del materiale grezzo della vita per poterlo osservare, vivere e ritrarre.


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