Saggio

#18 • Accanimento

"La gelida terra che verrà sopravviverà a se stessa, anche con la morte del sole, ma l’uomo no"

testo e foto di Vittorio Giacomin

Abbattuto ma non vinto
19/12/2019
4,50 min
informazioni
Guardi impotente questo vuoto, con incredulità, con sgomento e rabbia, con la mesta consapevolezza che non ce la puoi fare.

Ti senti nudo e ti accorgi che l’ignoranza e l’arroganza regolano i fenomeni sociali e muovono le masse, che della tua sensibilità di uomo agli altri uomini non frega nulla, soprattutto a chi detiene il potere, che essere rispettosi significa essere coglioni, che la regola è quella del più forte, del più furbo, del cinico, dell’indifferente.
In un ambiente asfittico dove la cultura prevalente è quella dei giullari, dei social intasati di banalità, dell’arroganza, dell’aggressione, del pregiudizio, della prevaricazione del bene personale sul bene comune, della rozzezza, la vera manifestazione tangibile di tanta bravura e intelligenza è l’accanimento.

Ci si accanisce su chi non si può difendere, ci si accanisce sul “foresto”, ci si accanisce sui simboli, ci si accanisce sulla memoria, ci si accanisce sul paesaggio, ci si accanisce sul territorio, ci si accanisce sulla bellezza.
Ciò che ha ancora un senso – un’essenza – viene stuprato senza pietà per mano dell’uomo, perché è solo l’uomo, e non la natura, che infierisce sull’uomo stesso. Ciò che può destare un ricordo, un momento di poesia viene annientato con accanimento.
Ci si dimentica che una città è il luogo delle relazioni, come scriveva Italo Calvino: “non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure e lo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato.”
E il grande cedro abbattuto segnava questa relazione.

Quelle motoseghe che per due giorni consecutivi si sono accanite su un albero di oltre trecentocinquanta anni, indifeso ma fiero, erano come dei fucili che sparavano sulla folla disarmata.
E quelle motoseghe – strumenti messaggeri di paura – non si sono fermate di fronte ai rami mozzati, non hanno cercato un dialogo con nulla; ossessive, indefesse e accecate dalla foga purificatrice, si sono accanite fino alla fine, fino a vincerlo, finalmente, questo albero ingombrante, fino a cancellarne per sempre la memoria, fino a mostrare che questo tronco era sano, che si poteva salvare, fino a mostrare che ciò che conta è solo la voce del padrone, di chi nella transitorietà del mondo, in quel momento, è più forte.

E chi se ne frega se il paesaggio sarà mutato, per sempre, questo paesaggio che era lì da secoli, chi se ne frega se questo provocherà vero dolore a qualcuno, a chi crede che un albero sia una cosa viva. Del resto che male si fa? Si è abbattuto solo un albero, non è stato fatto del male a nessuno.
Quanta ipocrisia in questi pensieri e quanta cattiva educazione, quanta ignoranza, quanta incapacità di capire la grande utilità della bellezza che davvero può trasformare il mondo.
Forse a furia di stare con ballerine e cantastorie si arriva davvero a smarrire il senso della realtà. Tutto diventa vuoto e opaco e questo vuoto lo si vuole trasmettere a tutto il mondo esterno, giusto per lenire un bisogno interno che non si riesce a colmare in altro modo.
Il deserto interiore viene proiettato all’esterno creando una grande tabula rasa che passa attraverso scelte come questa, incomprensibili, orrende e imperdonabili.
Prepariamoci a questo deserto.
Questo è il mondo in cui viviamo e questo è un mondo che mi ostino a non accettare sapendo che non sono solo.

Deliberata follia dell’uomo
L’agorà della pietà e del ricordo

“In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova
un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese;
le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.” –
Apocalisse, 22, 2

Il grande cedro è morto, nessuna guarigione sarà possibile, è stato ucciso deliberatamente, e con lui la sua memoria, per sempre, come per sempre il grande vuoto che celebrerà la sua assenza sarà per noi monito per non chinare la testa, per pensare che c’è sempre un modo diverso, per non trovare scuse, per non tradire il principio del rispetto in qualsiasi scelta della vita, per ricordarsi che il mondo non è nostro e che noi siamo solo di passaggio e che pertanto abbiamo il dovere di lasciare spazio e vita – e gli alberi sono vita – a chi verrà dopo di noi.

Mani ignote e dolenti hanno posato dei lumini su ciò che resta del grande cedro con il suo bel tronco sano; è stato straziante, ma è anche il segno che nelle tenebre serve sempre tenere una luce accesa, per quanto piccola.
Un proverbio dice che è meglio accendere una candela che maledire l’oscurità, ovvero, riprendendo Calvino, che è necessario “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Ma anche questo dare spazio, magari con il ricordo, con l’affetto, deve essere reciso, annientato; non si ammette che il cedro possa vivere nella memoria di chi lo ha amato, nel ricordo di un ragazzo, nella dimensione di un sogno.
Ci si accanisce ancor più, con maggiore ferocia, con mezzi ancora più potenti, con furia cieca, estirpando con violenza quel poco che ancora può legarlo alla terra, alla vita, alla storia, alla speranza, al sogno, al conforto, perché del grande cedro non deve rimanere nulla.

Parafrasando Erri De Luca, troppo rischioso che qualche sognatore – come quel tale, cieco, miracolato da Gesù, che per la prima volta vede, parla degli uomini come alberi che camminano – si aggiri intorno a questi resti ancora aggrappati alla terra, che ne parli, che lo ricordi come una piccola luce nelle tenebre.
Quel pellegrinaggio di persone giovani e meno giovani, di giorno e di notte, deve cessare, il prima possibile, per sempre.
Le tenebre devono avere il sopravvento.
Di questo albero ostinato e maestoso, che per secoli ha vinto la furia della natura e dell’uomo e che fortunosamente ha potuto vivere, contrariamente ai suoi fratelli, non deve rimanere traccia. E così è stato, senza pietà, con lucido accanimento.

La gelida terra che verrà sopravviverà a se stessa, anche con la morte del sole, ma l’uomo no.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Vittorio Giacomin

Scrivo, qualche volta; cammino, quando posso; immagino, sempre.


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