Racconto

#28
GLI SCARPONI NUOVI

Sotto una coperta di cartoni, giornali e giubbotti mi addormento nella mia macchina, parcheggiata sotto un lampione, nella piazzetta di Selvino.

testo e foto di Marco Triches  / Belluno

Veduta del fondovalle con il torrente e la strada regionale.
09/01/2022
8 min
Marco_Rossignoli_014

Gli scarponi nuovi

testo di Triches Marco

Sotto una coperta di cartoni, giornali e giubbotti mi addormento nella mia macchina, parcheggiata sotto un lampione, nella piazzetta di Selvino (Bergamo, Val Seriana).

Dopo un pranzo variegato, la stufa a gas sul tavolo e racconti di alpinisti in elicottero o russi, Mario Curnis, al cospetto della sua gigantografia, mi dice: «Chi va in montagna deve fare tabula rasa!» E così mi rinchiudo tra le coperte, con i vestiti che chiudono i finestrini, a tentare di cancellare i pensieri, con la condensa che si alza e la brina. Senza tetto occasionale, non posso non pensare a quel tale, tra i tanti, nascosto da una coperta tirata nello scasso di un palazzo, in una via secondaria di città. Riparato leggermente dal freddo notturno e dai tagliagole.

Il fatto è che non riesco a stare senza elucubrazioni. I rari momenti in cui mi è capitato, la montagna era finita, probabilmente scendevo, e ci deve essere stato un bel panorama di boschi in qualche vallone sottostante. Ottimo esempio di un presente intonso!
Il resto del tempo: preoccupazioni per il tratto di sentiero a venire, incertezze sul percorso, pensieri per i valligiani in attesa a casa, idee fosche per il futuro, le questioni sociali. Una tempesta di grattacapi. Cammina e rimugina!
Meglio cambiar sport?

Sono tra le otto e le nove, al punto stabilito, in cima. Appoggiato al masso, con le correnti fredde che mi trapassano la schiena, pochissima voglia di aprire lo zaino, contemplo le montagne che spuntano dalla mia visuale. Tolgo dalla tasca un foglietto, piegato e completamente zuppo, dove la sera prima avevo accuratamente trascritto la relazione per l’itinerario. Con le mani chiazzate d’inchiostro, cerco e trovo nel fondo dello zaino parecchi utensili in disordine, una borraccia che perde acqua e un mare di briciole e pezzettini di pane sparsi.
«Certo che così è dura!»

Una jeep nera sfreccia nel rettilineo della strada regionale della valle, il torrente, tra massi bianchi, anse melmose e ghiaccio invisibile, è il teatro degli inseguimenti invernali del lupo ai cervi, una locanda ha l’insegna illuminata anche di giorno.
Questo compare tra le mie scarpe, a penzoloni sul ciglio del monte. Guardo le punte dei monti intorno con il binocolo per vedere se qualcun altro è in qualche cima, come una specie di cecchino all’orizzonte, magari col panino, il telefono, la borraccia, i bastoncini, tutto contemporaneamente nelle mani.
Nel punto in cui sono io è tutto finito: tutte le relazioni escursionistiche conducono qui.
Il fatto di essere giunto al termine del monte però non sortisce l’effetto sperato: non mi sembra di aver concluso niente.
L’importante è il centro della montagna.

Nelle descrizioni e nelle mappe preparatorie ci sono almeno tre o quattro sentieri diversi che consentono di esplorare zone sconosciute, posti che almeno una volta vorrei vedere, per comporre idealmente nella mia mente la geografia concreta della regione. In questo momento ci sono troppe zone d’ombra, collegamenti invisibili.
Decido dunque, piccolo puntino nero in mezzo alla catena alpina, di percorrere a ritroso il mio percorso, tentando di portare un po’ di luce nel buio, pur cercando di non mettermi nei guai, o tardare troppo sull’ora del rientro. C’è qualcosa che mi spinge a valle.

"Si segue il crinale con un piccolo andirivieni in corrispondenza di una cresta rocciosa fino a uno spiazzo prativo 820 m c. con ruderi e masso erratico."

Promontorio con tracce, ruderi e masso erratico.

Parto spedito, con il mio equipaggiamento che dondola, per la scarpata.
Devo trovare il bivio giusto. Mentre cammino rileggo gli appunti. Il punto che cerco sta a metà tra due frasi perfette, chiarissime, eppure mi sembra che manchi la descrizione di cui ho bisogno: servirebbe una nota in più.
Si segue il crinale con un piccolo andirivieni in corrispondenza di una cresta rocciosa fino a uno spiazzo prativo 820 m c. con ruderi e masso erratico.”
Si prosegue con moderata pendenza, si traversa una piccola frana e poi un caratteristico foro naturale nella roccia.”

Il tutto assomiglia agli enigmi della sfinge di Edipo: l’arcano sentiero è nascosto, ma è esattamente lì dove è sempre stato, celato dall’erba o da un boschetto.
Leggo almeno dieci volte lo stesso passaggio sperando di risolvere il mistero, e mentre lo faccio quasi sbatto contro un faggio in discesa. Niente da fare!
Trovo miracolosamente una traccia, seminascosta dall’erica, i rami di un nocciolo e i mughi. L’erba alta nasconde quasi tutto e per giunta cominciano a spuntare, nero presagio doloroso, le zecche sui pantaloni. Questo fatto delle zecche non è per tutti, e nemmeno per tutti i momenti. Una fretta aggiuntiva mi spinge a sbrogliare la situazione, in una maniera o in un’altra. Desidero arrivare alla strada e pulirmi per bene.

Per questo sbaglio! La traccia finisce su un promontorio dove la storia montana degli uomini del luogo non ha avuto alcuno sbocco: non c’è nessun motivo (fieno, pascolo, legna, caccia) per arrivare fino a qui.
Risalgo faticosamente il sentiero e ricomincio a cercare. Controllo gli appunti, spiego la mappa, mi guardo intorno, spio il cielo, i monti davanti, l’orologio.
Appena raggiungo l’ultimo punto certo ricomincio da capo la mia ricerca: un ramo tagliato di un frassino, con i getti nuovi cresciuti intorno come una corona, è il segnale. Seguo uno stretto camminamento, leggermente più alto di quello prima, avanzo per almeno un quarto d’ora e poi mi arresto di nuovo in un bosco insignificante, con frane tutto intorno. A questo punto mi siedo, bevo qualcosa, cerco di mantenere la calma e trascrivo il mio percorso in un foglietto.

«Eppure il segnale era chiaro!».
A furia di guardare la mappa sbuca dai segni colorati una piega del sentiero che il compilatore ha voluto descrivere, qualcosa a cui non avrei mai dato peso in vita mia. Un’idea! Raggiungo ancora il frassino tagliato, rimango in contemplazione, segmento per segmento, della veduta che ho davanti: erba giallissima piegata a valle, alberi non più larghi di un pugno di carpino, un pino, un abete seccato, una parete rocciosa, dei ruderi seminascosti.
«Quota 820, ruderi e un masso erratico», ci siamo!
Quasi corro in quella direzione.

Un colle, circondato da pale erbose e salti di roccia, pianeggiante, al termine di un crinale che, come tutto il resto, è in forte pendenza. Un momento di pace.
Tuttavia, il problema di posti come questo, dove un tempo era evidente quale fosse la via di accesso e quella di uscita, perché tutto era in ordine, oggi si presentano peggio dei sentieri che hanno intorno. Per capirne qualcosa è neccessaio percorrerne per intero il perimetro, anche più volte. Tutto è calpestato, ci sono buche nell’erba alta, sassi ruzzolati, tane.
Non ho il coraggio di abbandonare questo punto certo, che compare esattamente allo stesso modo davanti ai miei occhi, nelle relazioni e nella mappa.
A malincuore riparto e, con una buona dose di fortuna, comincio a incasellare segnali sempre più evidenti, raggiungo bivi che al 90% riconosco come giusti.
Poi il monte finisce, ma sono a 400 metri dal fondovalle, sul ciglio di una parete a strapiombo. Mi siedo: acqua finita.

Ci saranno ancora un paio d’ore di luce, senza contare che avrei dovuto stare fuori casa, per accordi presi, fino a circa adesso.
Un corvo imperiale vola nella valle, si sente l’eco di un elicottero lontano e il rumore della corrente del torrente sotto di me.
Riconquisto con grandi sforzi il pendio alle mie spalle, vado quasi alla cieca per una traccia trasversale nell’erba alta, mi tengo agli alberi per non cadere, finché sbuco in una salvifica faggeta. Non c’è erba a confondere l’orientamento. Il tappeto di foglie rosse per terra non riesce a nascondere completamente una bellissima serpentina di tornanti che cala dolcemente nel bosco. Muretti a secco, qualche bollo rosso.
«Grazie al cielo!».

“A questo punto mi siedo, bevo qualcosa, cerco di mantenere la calma e trascrivo il mio percorso in un foglietto.“

Mappa trascritta durante l’esplorazione.

La prova notturna degli scarponi nuovi.

Quando realizzo il punto esatto dove mi trovo (sempre continuando a camminare) arriva il buio. Lontane luci di lampioni sbucano tra le fronde degli alberi e segnano che la gita è ormai al termine.
Il sollievo istantaneo lascia spazio al tempo dei bilanci.
Come di consueto, o quasi, non ci ho capito niente! Non ho nessuna chiara cartografia della zona, solo qualche squarcio qua e là, qualche luogo isolato sparpagliato per il monte che, per qualche motivo, è in realtà interconnesso.
Serpeggia una certa insoddisfazione, sarà l’abbassamento di quota o la stanchezza. Provo a racimolare le poche certezze che ho raccolto, a soppesarle con un minimo di ottimismo, e riordinarle per la prossima esplorazione. Non è che mi possa lanciare in  zone analoghe, devo studiare, verificare, ritornare ancora sul posto. Ma così facendo è quasi un anno che la mia montagna sta rinchiusa in un pugno di pochi chilometri.
Ci vuole tempo!
Ci vuole tempo!

«Babbo mi porti in montagna con te? Ho gli scarponi nuovi!»
Un colpo di martello in piena testa! Un fulmine! Ma che diavolo… No!
Mi sono dimenticato!
Ma come è possibile? A furia di fare il vuoto nella testa per poter andare in montagna senza rischi e cali di concentrazione, mi sono anche completamente scordato della nostra promessa.
Non c’è più tempo!
Avevamo stabilito che, prima di ripartire per il nostro paese, avremmo trovato un momento per visitare qualche posto in compagnia. Il proposito era chiaro, nato quando, preparando il mio zaino, lui aveva espresso il desiderio di unirsi a me.
«D’accordo! Ci andiamo!»

Avrei eliminato uno dei miei preziosi itinerari per partire con lui. Come quando uno interrompe una poesia perché qualcosa di più serio gli sta accadendo accanto.
E invece non ce l’ho fatta. Le smanie di conoscere portano lontano, e non è sempre l’ora di allontanarsi così tanto! E poi è salutare non confondersi mai con la propria meta.
Salgo in macchina, getto lo zaino di dietro, slaccio gli scarponi e sgaso lungo la strada regionale. Fanali puntati sulle sparute case isolate della gola.
Avrei voluto ricominciare tutto da capo. Maledetto me!
Entro nel vicolo di ghiaia, illumino la casa, una sagoma nel cortile con la torcia in testa.

«Eccoti! Ma dove eri?».
«Scusami, non mi sono accorto… Non ho fatto in tempo… Il babbo non voleva…».
«Andiamo adesso?».
«Ma come? È troppo tardi per andare in montagna!».
«Andiamo qui. Partiamo a piedi. C’è il bosco».
Una chiesetta con un recinto, un carpino, un faggio, un castagno. Scricchiolano le foglie e vola un gufo.
Boschetti secchi sulle alture, campi arati di pannocchie, ruscelli, fango, prati a perdita d’occhio e colline illuminate dalle stelle e da pochi lampioni arancioni accesi.
«Andiamo avanti? Mi piacciono i miei scarponi!».
Pausa.
«Cosa ci sarà in quella luce laggiù?».

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Marco Triches

Marco Triches

Sono una guida, appassionato di montagna. Nato a Belluno, abito nella provincia di Pesaro Urbino. Cerco di frequentare il più possibile, raccontare e accompagnare nei miei luoghi d'elezione: la campagna e i monti.


Il mio blog | Fatti di Montagna, un progetto di racconto della montagna sotto le sue varie forme, ospita da più di un anno un mio viaggio a tappe nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
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