Reportage

#46 IL CAVALLO SOTTO LA MONTAGNA

testo e foto di Massimo Sorci  / Genova

22/12/2020
7 min
Il Bando del BC20

Il cavallo sotto la montagna

di Massimo Sorci

Diciamo che non si tratta di una vera e propria montagna. Una cosa da sgambata domenicale, più che altro.

Però è stata la prima salita che ho fatto insieme a Francesco. Io e lui da soli. Cinque anni appena compiuti, panino nello zainetto e una schietta giornata d’inverno. L’altura-da-gita è poco fuori Genova. Strada Aurelia, si gira e si va su da Bogliasco e poi, arrivati a San Bernardo, la strada finisce in un piazzale con una fila di lecci da una parte e dall’altra una specie di dopolavoro dove servono caffè e spume come ai vecchi tempi.

La salita dura neanche un’ora e non è poi tutta ‘sta gran bellezza. Il sentiero è spelacchiato, come mutilato. Cammini respirando sempre la città che ti arriva alle orecchie con i suoi rumori e alla vista con il costruito sulle colline. La chiesa da raggiungere è consacrata a una Madonna di qualcosa e di fianco c’è un rifugetto col camino, la legna già tagliata e una stufa Superblanka con lo sfiato che sputa fumo dal tetto. C’è anche una stanzetta attigua dove uno, se vuole, può stendere i materassini e fermarsi a dormire. L’alba da lassù è bella come una rinascita e vale la pena arrancare su quel sentiero un po’ sparuto. Nelle giornate limpide, da quella terrazza naturale, si vede l’Elba e la Corsica e – a ovest – la catena delle Alpi Marittime.

Io e Francesco siamo in macchina e ci piace stare lì dentro, l’uno al volante, l’altro sul seggiolino a ruminare il presente. Il ronzio del motore guadagna i tornantelli e – in sottofondo – c’è lui che parla di carte Yu Gi Ho e delle imprese che sanno compiere quei mostri tremendi. Ci sono draghi dalle creste merlate, enormi biscioni squamosi che sbuffano veleno dalle narici, esseri non meglio precisati che neanche in un bestiario medievale. Chissà se ha mai pensato di doverne affrontare uno, in un qualche angolo della sua cameretta. Ora ci stiamo accingendo a portare a termine un’impresa disumana: salire in groppa a un cavallo che dorme sotto la montagna.

– Come, Mapi?
– Sì, acquattato sotto terra, c’è un cavallo che sonnecchia. Non bisogna disturbarlo.
– Dai!
– Certo! E quando arriviamo in cima, se siamo fortunati e se gli siamo simpatici, ci fa un saluto.
– Se gli piacciamo?
– Sì, credo che una spedizione come la nostra possa piacergli parecchio. Hai preso l’acqua?
– Sì.

La salita inizia tra una ragnatela di case che diventano sempre più rade. Una residenza per anziani con una mimosa enorme davanti, giardini curati, cani sonnacchiosi alla catena e linde porte verdi. L’asfalto lascia il posto alla lingua della cementata e poi finalmente arriva la mulattiera. Gli ulivi intorno ridono d’argento. La settimana precedente è piovuto un po’ e il sabato è stato baciato da un sole dritto e scodinzolante che ha intiepidito l’aria tersa di febbraio. Tutto è netto. I gatti smandibolano stiracchiandosi distesi sulle pietre d’ingresso delle case e Francesco sale pensieroso. La storia del cavallo lo ha incuriosito, ma anche un po’ allarmato.

– E se si sveglia e ci butta giù?
– Di solito i cavalli che dormono sotto le montagne piccole come questa sono puledri che, al massimo, fanno solo muovere gli alberi. Basta sedersi, accarezzare una roccia e si riaddormentano subito.
– … e le montagne più alte?
– Beh… quelle… è un altro discorso… bisogna essere cavalieri esperti per salirci sopra e non è detto che basti.
– Perché, cosa fanno?  
– Niente, se decidono che non gli vai bene inarcano la schiena e ti piegano come una carta Yu Gi Ho.
– … non ci sono solo draghi e bestie nelle carte Yu Gi Ho. C’è pure Cavallo Incubo.
– Ah sì… è forte?
– Livello 4, Mapi.
– Cavolo! Facciamo finta che qua sotto ce ne sia uno molto più pacifico.
– Sì, lo chiamiamo Pippo… però perché facciamo finta?

Questa cosa delle montagne animate non si racconta così per scherzo. Parecchi lo hanno pensato. Alcuni ci hanno messo pure le persone sotto la pelle delle montagne. Prendete Atlante: Perseo – dopo averlo tramutato in pietra – lo trasformò in una catena montuosa, quella, appunto, che prende il suo nome e sta in Marocco. Ossa che spuntano dal deserto e vanno in alto, con l’apertura alare delle scapole e degli omeri. Che, a vederle sotto questa prospettiva, sembra veramente che abbiano uno scheletro, le creste e le gobbe che si rincorrono. E non è poi così strano che in antichità si pensasse fossero esse stesse le impalcature del mondo. Se uno prova a guardarle da lontano dopo un paio di giorni di pioggia quando tutto è più delineato e scolpito, il susseguirsi  delle selle e dei picchi non è altro che un gigantesco drappo di seta appoggiato sopra la groppa di un animale. O di un titano che, per qualche ragione, è stato punito.

Sul sentiero che stiamo percorrendo io e Francesco, c’è una leggera fanghiglia. Francesco sdrucciola sui suoi scarponcini e sta attento a non cadere. Vedo davanti a me un cappello di pile con i copri orecchie penzoloni e – sotto – la testa di un cagnolino che caracolla e annaspa in salita. Il cane si gira e ha due guance paonazze come mele e lo sguardo di uno che ha macinato pensieri fitti.

– Qui dove siamo?
– Come, dove siamo?
– L’abbiamo superata la coda?
– Uh, da un pezzo, abbiamo cominciato a salire sulla schiena. Non senti queste rocce a forma di vertebra come sono dure?
– Mapi, stiamo attenti.
– Ok… comunque non ci sono solo cavalli sotto le montagne, sai?
– Come?
– Sì, ci hai fatto caso che alcune sembrano enormi tartarugoni? Guarda quella davanti a noi, per esempio.
– È vero sembra che abbia le righe come una casa di tartaruga.
– Ecco, se sali su una montagna molto alta che viene tenuta in piedi da una tartaruga, beh è molto probabile che la tua salita sia tranquilla. Se si muove, si muove con più dolcezza.
– E ci sono anche altri animali sotto le montagne?
– Oh, certo. Ne conosco una, in Umbria, che sotto c’ha un bue.
– Come, un bue?
– Sicuro, un bue! E infatti si chiama monte Bove. Ci andavo da ragazzo.
– È vicino a dove abitavi prima di stare qui con noi a Genova?
– Sì… e ce n’è una, accanto al bue, dove sotto dorme un maiale.
– Nooo!
– Te lo giuro. Pizzo Berro. Si chiama così perché verro significa maiale… sta col muso all’insù e la cima è la sua faccia, pensa te!
– Ahah! E se fa il verso quando sei sopra?
– Cavolo, non ci avevo mai pensato.

Ormai siamo sulla sella. Il segnale è un casottino messo lì da qualche cacciatore di passo. L’aria è dritta e tenera e modellata come deve essere, e c’è la contentezza di potersi dire tutto in quei momenti che non smettono mai di durare e che non sono eterni perché il tempo non c’è in quei momenti lì e quindi di quale cavolo di eterno vuoi parlare?  Guardiamo in basso: da una parte luccica il mare e Genova si stipa alla rinfusa tra le colline dell’Appennino e la costa. Francesco si ferma e mi scruta, poi si mette in ascolto di un segnale. Alla nostra destra il sentiero prosegue verso la chiesa e, da quella posizione, la collina sembra davvero la linea del collo di un animale adagiato con l’enorme muso nascosto. Mancano ormai soltanto una decina di minuti di marcia. Li percorriamo in silenzio. Francesco ha smesso di chiedere ed è come se i suoi quindici chili scivolassero sulla superficie e lambissero leggeri le rocce per non disturbare nessuno. Io lo osservo e so che l’alba è la migliore ora dell’uomo e delle montagne. I pensieri e le possibilità si rizzano e cominciano a saltellare in testa, scrollandosi via la rugiada della notte con movimenti decisi e naturali come i grilli che si risvegliano.

– Di che colore è?
– Cosa?
– Il cavallo che dorme qui sotto?
– Di che colore pensi che sia?
– Marroncino… lo abbiamo disturbato?
– Io dico di no.
– Mi piacerebbe vederlo.
– Anche a me piacerebbe.
– Hai mai visto quel maiale e quel bue?
– No, però so che ci sono.
– Come fai a saperlo se non li hai mai visti?
– Lo so e basta… mica tutto quello che esiste si può vedere e toccare…

Arrivati in cima, Francesco si guarda intorno per vedere orecchie e occhi che spuntano dal terreno, ma niente, tutto è calmo, tutto è montagna della domenica. Poggiamo gli zaini sulla panca davanti al rifugio e facciamo un giro all’interno. Il camino è ancora caldo. Qualcuno ha dormito lì la notte precedente e non deve essersela passata male. La notte è stata limpida e lo spettacolo del cielo è stato sicuramente all’altezza. Usciamo fuori e ci sediamo accanto agli zaini. Francesco estrae il suo panino e cominciamo a mangiare al tepore del sole pallido di febbraio. Il mare ci si squaderna davanti come un libro blu. L’aria è ferma e le Alpi descrivono un orlo bianco di spuma laggiù verso la Francia.
– … hai sentito, Mapi?
– Sì, è stato il vento, Franci.
E fu così che ci trovammo aggrappati al tronco di un pino senza neanche rendercene conto. La montagna sotto di noi si era alzata in piedi e nitriva contenta.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Massimo Sorci

Massimo Sorci

Vivo a Genova da più di vent’anni, ma con la testa di un umbro. Per campare faccio il giornalista e ho 50 anni suonati. Della montagna mi piace tutto, specialmente camminare sulle creste e mangiare pane e mortadella quando arrivo in cima. Se rinasco mi piacerebbe essere Shakleton.


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