Racconto

#49 • Viola: origine di una specie

Viola andava per i nove anni, era magra e curva, aveva arti nodosi, duri ma ancora piuttosto agili, e dal reticolato di capillari erano spuntate foglioline orbicolari...

testo e foto di Jury Romanini

01/01/2020
4,50 min
informazioni
C’era una volta una bambina che sembrava come le altre bambine. Aveva occhi lucidi e orecchie morbide, piedi lunghi e mani sporche.

Tutto rientrava nei parametri: sangue, polsi, costole, peluria e tutti gli altri accessori di cui è dotato un corpo. Il suo comportamento non destava sospetti: piangeva, poppava, faceva la cacca. E lo faceva nei tempi e nei modi attesi da una neonata. Il suo nome era Viola.

Come molti suoi simili Viola aveva una mamma, un papà e una sorellona: Gloria, che di anni ne aveva “così”. Nei primi tre mesi Gloria tentò di liberarsi della piccola per quattro volte: passeggino abbandonato in discesa, volo d’angelo sul lettone, soffocamento da peluche e sabotaggio del fasciatoio – ma nessuno sapeva dei settantacinque progetti di eliminazione falliti. Uno dei piani più ingegnosi fu ispirato da Draculone, il Vampiro Scoreggione. A Gloria piaceva molto quella storia e il suo papà non perdeva occasione di infilare nuovi dettagli nel tentativo di movimentare una storia che per la figlia doveva essere sempre identica, sia nelle parole che nell’interpretazione.

Quella volta, Gloria, più sveglia e ispirata del solito, si soffermò su un dettaglio che non aveva mai notato. Volle sapere dove dormisse Draculone quando il sole era alto e i vampiri, com’è noto, non possono girare liberamente ad asfissiare le persone con le loro flatulenze. Il padre si esaltò nel descrivere la bara di mogano piena di terra, il corpo del mostro che affondava, il lavorìo dei Vermi Solleticoni, eccetera eccetera. La bimba ne rimase impressionata.
Il giorno dopo Gloria andò in giardino, riempì più volte il secchiello di terra e lo vuotò nella culla di Viola. Viola dormì come se niente fosse fino al momento in cui l’ultimo secchiello le si svuotò sulla faccia.

Anni dopo, quando la pianura marcì sotto il caldo e le alluvioni, e migrare in appennino diventò inevitabile, la leggenda aveva già raggiunto e seminato la realtà. In assenza di una spiegazione scientifica germogliò il mito: dalla Valle al Passo tutti conoscevano la storia della bimba verde e del Battesimo della Terra.
Quando la famiglia lasciò la via Emilia e partì per Boresasco – tre case appese al Centocroci – Viola riusciva ancora a parlare ma camminava appena. Il suo corpo maturava seguendo una propria natura.

Dicono, gli Altri, che fosse a causa della terra raccolta dalla sorella che iniziò la trasformazione. Terra di palude, antica, mai coltivata. Che avesse risvegliato qualche dio dimenticato, o qualche maledizione. La famiglia non ci credeva, Viola stessa confortava la sorella assicurandole che la verità doveva essere più semplice e che, se anche fosse stato, per lei andava bene e lo viveva come un privilegio.

Intorno al sesto mese di vita i medici si accorsero che la fontanella sulla testa della piccola non si chiudeva, anzi, si stava allargando. Non solo. Sotto la pelle qualcosa cresceva e riempiva lo slargo tra le ossa del cranio come un cuscinetto. Ecografie, radiografie, analisi del sangue. Per diversi mesi l’unica cosa certa era l’impossibilità di intervenire chirurgicamente. È il primo caso di questo tipo, dicevano. Intanto lei cresceva, imparava a stare in piedi e a lallare.

Era molto precoce. La parte alta della testa si allargava, la pelle induriva e virava su toni più scuri. Pur muovendosi lentamente arrivava dove voleva, conquistando autonomia giorno dopo giorno. Intorno ai tre anni la testa iniziò a sgonfiarsi. Per qualche mese mantenne fattezze gradevoli, qualcuno credette in una guarigione ma i valori del sangue erano semplicemente inspiegabili.

Non dovrebbe essere viva, dicevano. Prima del compimento del quarto anno i capillari avevano disegnato un reticolato verde molto evidente sotto la pelle diafana. Sulla sommità del cranio, in corrispondenza del precedente gonfiore, la pelle si era screpolata fino a spaccarsi in un solco profondo dal quale usciva un odore insolito, con un po’ di coraggio lo si sarebbe potuto definire profumo.

Viola non sentiva alcun dolore, giocava e rideva più di ogni altra bimba del paese. Iniziavano le Grandi Piogge, le prime epidemie preparavano il terreno per la Peste Bianca, accenni di carestia si manifestavano a macchie, in tutta la pianura. Viola sembrava immune, fisicamente e mentalmente, a qualsiasi disastro. La sorella e i genitori si ammalarono alla prima ondata, per questo si salvarono. Quando la seconda e la terza ondata colpirono la valle i loro corpi erano preparati. Dopo la quarta ondata la metà degli abitanti era morta, l’altra metà si preparava a raggiungere le terre asciutte, verso le Alpi e l’Appennino. Molti di loro non fecero nemmeno in tempo a partire. La Peste Bianca uccideva in poche ore: ti addormentavi sano e ti svegliavi nell’altro mondo. Chi non morì nel primo mese si chiuse in casa e aspettò che il mostro passasse, coi piedi nel fango e la testa nel Mog, la nebbia inquinata.

Viola andava per i nove anni, era magra e curva, aveva arti nodosi, duri ma ancora piuttosto agili, e dal reticolato di capillari erano spuntate foglioline orbicolari, crenulate ai margini, a ciuffetti di quattro o cinque. I bulbi oculari le erano diventati neri, luccicavano per l’eccessiva lacrimazione. Sorrideva sempre. Era la cosa più felice di tutta la pianura padana. Poi trovarono un carro e un paio di animali adatti a tirarlo. Quando finalmente Viola e la sua famiglia partirono seguendo una delle comitive organizzate dallo Stato per il ricollocamento montano dei sopravvissuti (CRMS), una gioia profetica le illuminava lo sguardo.

Arrivarono a Boresasco che era estate. Tra il paese e il Passo c’erano dei colli gialli, spogli, pelati dal vento. Viola salutò i genitori e salì con la sorella su uno di essi. Si sdraiò sulla cima dove la terra era asciutta e si sbriciolava sotto i piedi. Si accoccolò tra le curve di una roccia spaccata. Accanto a lei c’erano solo Gloria, molte lacrime e un’orecchia d’orso. Dal solco sul cranio si eressero tre piccoli amenti rosso scarlatto. Il cielo era pulito, il sole scaldava senza bruciare. Viola chiuse gli occhi e divenne Appennino.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Jury Romanini

Sono un grafico. Scrivo, disegno, corro e cammino. Ogni tanto incontro le montagne.


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