Racconto

#61
IL CORPO CHE ABITO

Anna si è sollevata e ha visto il proprio corpo, fermo, finito entro i confini della pelle che pure prima la tratteneva.

testo e foto di Chiara Pezzoni

25/01/2022
7 min
Marco_Rossignoli_014

Il corpo che abito

di Chiara Pezzoni

Sabato.
Anna si è sollevata e ha visto il proprio corpo, fermo, finito entro i confini della pelle che pure prima la tratteneva. Ha provato tenerezza e smarrimento e una sensazione piacevole di distacco, di possibilità, di possibile libertà.

Vicina e già lontana. E ha osservato, ha osservato e osservato a lungo. E sorridendo un sorriso premuroso, ha chiesto: «Non affannatevi, non son più lì».

Il soffio che animava il suo corpo, il verbo, la parola pronunciata, l’ha abbandonata, come l’abito lasciato sulla sedia a tarda sera, dopo la festa, svuotato. Non la sentono, non la vedono, nella sua impalpabile essenza e si muovono per la sala, nella mattina fredda e luminosa, i medici e gli infermieri, le loro azioni rapide e decise, le mani sulla linea di confine fra il tentativo ostinato e la lucida presa d’atto.

«Non affannatevi, davvero! Non ho più vincoli adesso. Non sono aria e non sono fluido, come l’aria mi muovo sospesa, come l’acqua scivolo via e muto. Sono la danza aerea di un gruppo di storni: le forme che disegnano nei cieli muovendosi all’unisono, le curvature dei repentini cambi di direzione, le oscillazioni delle discese in picchiata. Accarezzerò i vostri cuori affranti, quando avrete capito che i vostri sforzi non sono bastati e vi arrenderete al senso di sconfitta. E starò accanto alla donna che ho abitato, le terrò la mano per tutto il tempo, finché giungerà il momento di andare. Allora andrò dove so che mi stanno già aspettando».

B. riceveva molta gente, tutti i giorni, gente che veniva da lontano e gente che veniva da vicino. Seduto in silenzio, nella penombra, davanti a sé sulla scrivania aveva qualche libro e fogli, alcuni scritti, altri ancora bianchi. Teneva la testa bassa, gli occhi socchiusi, una severità inflessibile, un’austerità distante avvolgevano la sua persona. Rivolgeva una rapida occhiata a chi si presentava davanti a lui, poi ascoltava il motivo della visita. Gli bastavano poche parole, non era forse neanche quello che aveva ascoltato, non certo quello che aveva visto in quei pochi istanti. Lui leggeva attraverso. Non vedeva il viso, la corporatura di chi gli stava di fronte, gli abiti che portava, forse nemmeno la sua apprensione, materializzata in rughe sulla fronte, in occhi stanchi e segnati.

No, non vedeva una donna, un uomo, giovane, maturo, anziano: vedeva il loro peso, la storia che li aveva portati lì e le sue implicazioni, tutto in un attimo. Come un gomitolo di lana che cade a terra e si srotola per la stanza, sbrogliando il groviglio, svelando tutto di sé. Da quel colpo d’occhio gli era manifesto cosa sarebbe successo, a cosa avrebbe potuto porre rimedio, cosa bisognava fare per ottenere il risultato sperato; ma anche cosa era inevitabile, perché non si sarebbe dato ascolto alle sue parole o semplicemente perché così doveva andare e non ci poteva fare nulla. Appeso al muro, alle sue spalle, c’era un quadro scuro, del Volto; talvolta rispondeva che ci avrebbero pensato loro, indicandolo: proprio così diceva e così accadeva.

“Come un gomitolo di lana che cade a terra e si srotola per la stanza, sbrogliando il groviglio, svelando tutto di sé.“

Cannuccia di palude

Aveva ricevuto un dono che aveva accettato e onorato di una dedizione assoluta e che si sarebbe portato addosso fino alla fine. Giunto alla fine l’avrebbe poi passato a qualcun altro, qualcuno che ritenesse degno e capace di portarlo avanti a sua volta; era questo il patto, la regola non scritta. Aveva la facoltà imperscrutabile di essere un tramite, un canale dell’Energia Altra e Alta, un’energia “anà logos” sopra la parola, sopra la ragione e con questo dono aiutare chi si rivolgeva a lui, carico di speranze e di paure. Ascoltava e sapeva e ti consegnava una risposta essenziale, perentoria, poi scriveva sopra uno dei suoi fogli bianchi, con tratti rapidi e netti, senza parlare. Scriveva la “medicina” da preparare a casa, usando prodotti comuni, facili da reperire che andavano miscelati nelle proporzioni da lui indicate e lasciati sobbollire: pozioni scure da bere ogni giorno, per diversi giorni. La cura era corroborante per il corpo, ma soprattutto per lo spirito: un frammento del mistero dell’universo che agiva dall’interno. Questo accadeva.

Giovedì.
L’avevano portato in ospedale nel tardo pomeriggio. Faceva ritorno a casa dopo una lunga vacanza studio. Avrebbe riabbracciato il papà che sempre veniva a prenderlo in aeroporto al rientro da un viaggio. Sarebbe poi andato a trovare la mamma in un secondo tempo, perché ormai lei abitava in un’altra città, col suo nuovo compagno. La vacanza era stata entusiasmante anche perché le lezioni di ‘Fine Cioccolateria’ si erano alternate a splendide giornate di sci alpinismo sulle cime circostanti e a camminate nei boschi coperti di neve, a sprofondarci dentro fino alle ginocchia e a sudare per uscirne.

Si erano imbarcati in orario, anche il decollo era avvenuto con pochi minuti di ritardo, mentre sulla pista cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve dell’anno appena iniziato. Sedutosi aveva preso a scorrere le foto fatte in quei giorni, a ricordare un paio di episodi che non avrebbe dimenticato facilmente. Ogni tanto chiudeva gli occhi e si addormentava per qualche minuto, quando li riapriva guardava fuori dal finestrino in attesa dello spettacolo delle Alpi: l’enorme distesa di vette imbiancate, pizzi aguzzi e creste frastagliate e qua e là cumuli di nuvole, in un trionfo di bianco da lasciare senza respiro. Aveva cominciato a sentirsi strano. Che il pranzo gli fosse rimasto pesante e la tensione del viaggio gli stesse giocando un brutto scherzo?

Forti fitte alla testa, improvvise, ma com’erano venute se n’erano velocemente andate. Non voleva chiedere nulla alla hostess che stava giusto passando accanto alla sua fila, era abituato a stare calmo e a portare pazienza e di solito tutto rientrava nella norma presto o tardi. Poi un leggero formicolio alle mani, seguito da un senso di stordimento, poi… più nulla. Qualsiasi sensazione se n’era andata, non aveva più alcun fastidio, né doloretto, ma poteva sentire voci amplificate intorno a sé e vedere come delle strisce di colore. Le voci dicevano che non sapevano cosa fare per il ragazzo, che serviva con urgenza l’intervento di un medico. L’intervento di un medico l’intervento di ma fermi tutti, quel ragazzo era lui! Che situazione era mai quella?! Era lui e vedeva il suo corpo. E com’era possibile che stesse facendo questi pensieri? Era vivo o morto?

“Era sicuro di essere un’entità astratta, non sapeva bene di che natura, di certo nessuno attorno dava segno di vederlo.“

Clematis Vitalba

Clematis Vitalba

«Un morto non pensa» si disse. O magari sì, era la prima volta che provava ad esserlo. Ed era scoppiato a ridere, una risata dissacrante che aveva sciolto la tensione montata negli ultimi istanti. Solo lui aveva riso, è chiaro. L’altro lui era stato sdraiato dal personale dell’aereo sul pavimento del corridoio, pallidissimo, con un occhio semichiuso, i capelli sudati tirati all’indietro. Non sapeva cosa fosse successo e anche questo gli sembrava strano: come poteva non saperlo nemmeno ora che era il suo stesso fantasma? Perché cos’altro poteva essere se non quello? Altro vociferare concitato, stava arrivando qualcuno da una fila lontana, presumibilmente un dottore, gli avrebbe praticato un massaggio cardiaco; le hostess avevano acconsentito e gli avevano fatto spazio, si era chinato sul suo corpo e cominciava a premere ritmicamente sul suo torace. Era tutto pazzesco, se solo avesse potuto raccontarlo, ma a chi?

Era sicuro di essere un’entità astratta, non sapeva bene di che natura, di certo nessuno attorno dava segno di vederlo e neanche di percepire in qualche modo la sua presenza. Era, ma non era più. Il momento che stava attraversando poteva fare una paura abissale, fargli venire voglia di piangere, di urlare d’orrore, non fosse che in realtà si sentiva bene, rilassato, sereno: se ne stava lì e semplicemente guardava. Il massaggio cardiaco batteva il suo ritmo. D’improvviso un venir meno e una forza che lo risucchiava verso il basso, poi… più nulla. Il suo viso aveva ripreso un flebile tono rosato, il petto si sollevava e riabbassava da solo finalmente, gli occhi erano ancora chiusi, ma dei lievi movimenti increspavano le palpebre. Qualche suono ovattato sfiorava di nuovo le sue orecchie.
«Riesci a sentirmi?».

Venerdì.
Sedevano nella saletta d’ingresso che precedeva lo studiolo, arrivati di buon mattino era ormai pomeriggio inoltrato. Fra le altre persone, come loro in attesa, i due uomini aspettavano, silenziosi, pensierosi, qualche espressione del volto tradiva appena la tensione del momento. Scambiavano due parole di tanto in tanto, per far passare il tempo, per farsi coraggio e dirsi che non erano soli.

«Sono qui per mia nuora Anna, la operano domani. È una cosa seria. Vediamo cosa mi dice…».
«Io voglio chiedere di mio nipote, sa l’hanno ricoverato ieri, si è sentito male in aereo, ora gli stanno facendo non so quanti esami».
«Tocca a lei entrare» gli disse con lo sguardo, appena uscito; i suoi occhi erano velati, sul viso e sul collo erano comparse alcune piccole chiazze rosse, ma l’atteggiamento era quello composto di sempre. Si strinsero forte la mano ritrovandosi in piedi, vicini.
«Auguri per suo nipote!» disse all’amico di quel giorno.
«Grazie! E stia bene anche lei».

Fuori, nella luce rarefatta del crepuscolo, qualche fiocco di neve trasportato dal vento del nord volteggiava già nel cielo.

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Chiara Pezzoni

Scrivere è dare un po' di sé agli altri e fare anche i conti con te stesso, ti porta a guardar fuori e guardar dentro.


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2 commenti:

    1. Chiara ha detto:

      Grazie Paola, mi fa davvero piacere che ti abbia toccato

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