Racconto

#9
AD OGNUNO IL SUO MONTE ANALOGO

Il Principio di tutto, l’Origine, il Senso di tutto! Comincio ad intravvedere, a capire, a sentire. E non con le orecchie.

testo e foto di Marina Consolaro  / Varese

08/12/2021
8 min

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Ad ognuno il suo Monte Analogo

di Marina Consolaro

“Una quantità di piante che hanno molta importanza nella fissazione dei terreni mobili, …”(¹). Ma certo! Sogol, cioè, Logos!
Il Principio di tutto, l’Origine, il Senso di tutto! Comincio ad intravvedere, a capire, a sentire. E non con le orecchie.

Ma partiamo dal principio (o poco dopo). Agosto 1968 o 1969, cima del Monte Marana, collina di circa 1550 metri con un capitello; si raggiungeva dai luoghi nativi del nonno e di papà e oggi facilmente recuperabile in internet con Google che fornisce anche molte foto. La mia prima cima, che non mi ha dato evidentemente grandi soddisfazioni, visto il broncio; forse l’età, non ero ancora alle elementari. Il nonno svetta impettito, da orgoglioso alpino, con un cannocchiale che sicuramente gli ha regalato una grande vista verso la pianura veneta. Verso la metà degli anni ’70, la passione per la montagna di papà e di alcuni zii e cugini ci porta oltre i 1500 metri del Marana: zaino commisurato all’età e al sesso, si fanno mini-trekking di alcuni giorni tra le nostre Alpi; mete preferite: Campo Franscia, Rifugio Musella, i mitici Sette Sospiri, Carate, Marinelli Bombardieri e da qui gli uomini partono per la Marco e Rosa e poi Bernina, Roseg, mentre mamme e figlie si godono il piazzalone del Marinelli e lo spettacolo delle vette che lo circondano; si scende dal Bignami e poi di nuovo a casa, nel varesotto.

Qualche anno, invece, la scelta cade sui Rifugi Pizzini, Casati e Città di Milano che consentivano agli uomini del gruppo di salire il Gran Zebrù e a noi ragazzine di arrivare insieme a loro in cima al Cevedale, soddisfacente bel panettone di 3700 metri che aveva un suo perché di nevai e ghiacciai (erano pur sempre gli anni ’70). Poi arrivano le belle e lunghe vacanze ‘a pascolar per Dolomiti’, su e giù per vie ferrate e canaloni ghiaiosi in discesa che terminavano in pratoni infiniti in cui ripulivamo le scarpe dai polveroni delle sassaie. Ci muoviamo sempre in una ventina, almeno quattro famiglie, come per i mini-trekking degli anni ’70; il rito è il panino sotto le croci delle vette, tirato fuori dal sacchetto della signora Rosa dell’Hotel Bellavista, insieme all’immancabile mela. Tra una vetta dolomitica e un giro tra i laghetti della vicina Svizzera (qualcuno ha ancora i pieghevoli della Banca del Gottardo che hanno fatto scoprire angoli reconditi, silenziosi e stupendi dei Cantoni confinanti con l’Italia o poco oltre?), Castore, Iazzi, Margherita più di una volta, sempre con amici diversi, Gran Paradiso.

Ma niente Monte Bianco. Allora troppo lontano, troppo ambizioso, troppo alto. Troppo.

Salire al monte, salire il monte, non è solo una questione fisica, di altezza, di sentiero, di ore, di dislivelli, di difficoltà, di ambienti diversi; è una questione di benessere, di bene-stare: camminare è mettere un piede dietro l’altro, ascoltare il proprio respiro, il cuore che accelera i suoi battiti, sentire i propri pensieri muoversi, adattare il passo alla stanchezza, al compagno di viaggio; camminare è sbirciare verso la cima cercando di capire quanto manca, dimenticandosi ogni volta che il colle che pare vetta è in realtà pre-cima, anti-cima o, peggio, ti accompagna verso un piccolo avvallamento che ti separa ancora dalla cima, quella vera.

Il gusto sta nel salire, il senso è tutto nel pre-gustare l’arrivo in vetta, il sedersi ad ammirare gli spazi e le vette intorno, le valli dall’altro, la pianura in fondo, di solito annebbiata. Il piacere, la soddisfazione è dirmi che anche questa volta ce l’ho fatta, ho raggiunto la vetta: non importa che vetta sia; adesso, nel 2021 non sono più le vette da 3500 o 4500 metri, sono le cime dell’Ossola, della Valtellina, sono i grandi anelli tra una valle e l’altra, le lunghe camminate a mezza costa o su crinali panoramici: il gusto non cambia, la soddisfazione neppure, perché non è cambiato il viaggio dentro di me, il desiderio di stare nella natura, di guadagnare la vetta, da assaporare i miei pensieri.

“Il gusto sta nel salire, il senso è tutto nel pre-gustare l’arrivo in vetta, il sedersi ad ammirare gli spazi e le vette intorno.“

Agosto 1969, con il nonno sulla cima del Monte Marana

E quante volte capita che quella preoccupazione o quell’idea che non trovava posto nella testa in settimana, qui di colpo si assesta, si aggiusta, trova la quadra! Quante volte in cima o subito a casa, ho appuntato un’idea, un pensiero da giocare nella vita e nel lavoro qualche giorno dopo.

«L’andare in montagna ha ben poco di eroico per me, è più un vivere la propria quotidianità con curiosità e semplicità; mi piacerebbe che dopo questo mio racconto, qualcuno di voi possa prendere spunto per andare a visitare qualcuno dei luoghi che vi presenterò, per viverlo in modo del tutto personale, … per vivere la montagna basta avvicinarla in modo semplice, rispettoso, sincero con sé stesso, innanzi tutto». (2)

E poi i figli! Già. Non ci si propone di passare loro delle passioni: quelle sono personali, ciascuno ha la sua; ma noi non potevamo non coinvolgerli in qualche salita, graduale, dal Sacro Monte dietro casa a qualche vetta dolomitica o in un po’ di vita in rifugio. Non ci interessava plasmarli o obbligarli ad amare la montagna, ma di certo non potevamo non trasmettere quello che per noi è salire, camminare, faticare, gioire in una giornata in montagna. Ci interessava il metodo, non il contenuto: vivete la passione, vivete con passione, scoprite il vostro talento, la vostra vocazione, perseguiteli, non fermatevi alla prima difficoltà, al primo dosso che credevo fosse la cima e invece no, accidenti, c’è una valle in mezzo! Fate passi misurati al vostro fiato, respiri profondi; un occhio al gruppo, se siete in gruppo, ma facendovi leader non gregari, aiutando a salire o rispettando le fermate; un’attenzione in più a voi stessi, se siete soli.

I figli crescono, viene spontaneo leggere ogni loro piccolo o grande successo attraverso la metafora della salita su un sentiero di montagna; ogni loro tappa è una nostra tappa e ogni loro ripartenza è una nostra ripartenza.
Giona segue la musica e bruciando una tappa dietro l’altra, provando, riprovando e riprovando ancora, infinite volte, per settimane intere un passo, qualche passo d’orchestra (passo, no? sarà mica un caso che il camminare c’entri anche qui?) con il suo clarinetto comincia a girare il mondo (pandemie permettendo). Ed io con la mente, con l’immaginazione, su e giù per aerei, dentro e fuori da sale prove e teatri con lui.
Matteo sceglie invece di salirle davvero le vette: dall’ammissione al corso per Guida Alpina all’esame brillantemente superato di Aspirante; sale il Rosa, il Bianco, il Bernina, un infinito numero di vie in ogni angolo delle Alpi. E’ in Svizzera, sull’Eiger, in Verdon, nei Tatra, in Georgia; in Patagonia, i ‘mitici’ tre Mattei aprono una via e ne salgono altre, alcune in prima ripetizione.

Ed io a salire con lui, attraverso la lettura dei post, ascoltando i podcast, guardando i documentari, contemplando le foto di panorami meravigliosi di cui solo chi bivacca in parete può godere; io, ahimè, no.
Salire non mi fa grandi problemi, anzi: ho imparato ad ascoltarmi e a calibrare il mio passo e le mie forze, ma anche a scegliere l’itinerario che può darmi soddisfazione senza mettermi nella condizione di dover tornare indietro per aver esagerato nell’ambizione. Non sono una competitiva, amo fare il passo secondo la gamba e alzare semmai l’asticella lì, al momento, quando ho calibrato le forze: c’è sempre il modo per raggiungere un’altra cimetta o per fare un bell’anello o un bel giro in discesa.

A proposito di discesa, che fatica scendere! Forse perché si danno le spalle al traguardo, si guarda verso il basso, si sente l’aria di rientro, di fine giornata, non so; ma che fatica scendere.

Un giorno poi, la fatica è stata improba. No, improba non è esatto, è stata incomprensibile: 6 agosto 2020, giorno del mio compleanno, discesa da una cimetta sopra il Passo del Sempione; ‘sguirlo’ in continuo, come diciamo noi: cioè, è come se sotto lo scarpone, anziché la vibram, ci fossero le rotelle. Le bacchette si incastrano in ogni sasso, come fosse la prima volta che le uso. Ma diamine! Per consolarmi, propongo un giretto un po’ più lungo prima di rientrare, su un bel sentiero solido, sterrato e molto panoramico. Tiè!

“I figli crescono, viene spontaneo leggere ogni loro piccolo o grande successo attraverso la metafora della salita su un sentiero di montagna; ogni loro tappa è una nostra tappa.“

Agosto 1976, verso la Cima del Cevedale

Agosto 1984, Rifugio Quintino Sella verso il Castore

A casa ripenso a questa strana discesa e mi viene la stramba idea di provare a raccontarla all’alpinista di famiglia, il quale – peraltro – non si è ancora degnato di chiamare la mamma per gli auguri di compleanno. Lo so, sta bivaccando sulla Est delle Grandes Jorasses con Matteo e Luca: stanno aprendo una nuova via; ma in fondo, se stanno bivaccando che cavolo di altro hanno da fare? Mica romperò le palle perché lo chiamo per farmi fare gli auguri (sgrunt!) e per raccontargli che non sto in piedi sulle roccette.

«Ciao mamma, auguri!» Un paio di ragguagli sulla via, la salita procede bene, si sente soddisfazione e poi cade la linea. Un messaggio: “Qui non prende un ca**o, ti chiamo domani”.

Il domani è fatto di una telefonata alle 15.50, di un viaggio silenzioso verso Courmayeur, rotto solo dalle telefonate degli amici e agli amici (certe notizie girano così in fretta) e da lacrime continue, silenziose, salate solo all’inizio; poi finisce anche il sale, ma le lacrime no. Il domani è fatto da una bara in cui rivedo mio figlio: lui vigore, vita, gioia, spensieratezza, sorriso, risata, sguardo limpido; lui lì, fermo, immobile, il viso un po’ tumefatto ma sempre bello, come le sue montagne.

E siamo sotto il Monte Bianco.
Ora troppo vicino, troppo silenzioso, sempre troppo alto. Ancora troppo, ma in modo diverso. Sa di casa, però, sa comunque di bello perché tanto amato, conosciuto e rispettato da Matteo.

Il Monte non è più un luogo, non è uno spazio.
Il Monte è un tempo, un domani diventato arrivederci, ad-Dio, eternità.
Il Monte è l’abisso in cui la morte di mio figlio mi ha trascinata; coincide con il profondo della di-sperazione, del senza speranza; rimani senza futuro, perché il futuro che è tuo figlio non c’è più.
Il Monte è quella dimensione dalla quale non posso stare lontana troppo a lungo perché mi dà tanto, ma è quella dimensione che mi ha tolto tanto, tantissimo. Contraddizione estrema.

Ecco la titubanza nella discesa, ecco l’inciampo continuo, era allenamento, prova generale per l’Inciampo, per la Discesa all’Inferno del dolore. Però ho sempre preferito salire, però la montagna resta sempre metafora della vita.
Ma certo! Sogol, cioè, Logos! Il Principio di tutto, l’Origine, il Senso di tutto!
Come ho toccato quel profondo abisso infernale, ho sentito una spinta verso le stelle, un desiderio di ricominciare a camminare, a salire il mio Monte Ana-logos, verso l’Incontro, l’Abbraccio, l’Eterno.

Così nasce Casa Matteo Varese, il mio Monte Analogo, il Fondo a servizio della Comunità di Varese, che non è una casa reale, non ha una sede (almeno al momento), non è un luogo: è un tempo che giovani dedicano ai giovani, è occasione di progettazione, di rete tra persone per far sbocciare le vocazioni dei giovani, per rivedere in tanti sorrisi il sorriso unico di quel figlio ‘strafelice’ nel portare gente sulle montagne.

Ora ho quasi la certezza che discese non ce ne saranno più, dovrò sempre salire. Ma, in fondo, a me non piace salire più che scendere?

_____
1 Daumal R., ‘Il Monte Analogo’, Biblioteca Adelphi 19, 1968, 2020, pag. 119.
2 Pasquetto Matteo, Aspirante Guida Alpina, 1994-2020, appunti per una conferenza del 2017.

Questa storia partecipa al BC2021.
Cosa ne pensi di questa storia? Scrivi qui sotto il tuo commento.

Marina Consolaro

Marina Consolaro

Sono Marina Consolaro, una laurea in filosofia e tanti lavori diversi nel corso degli anni; ricordo poche vacanze al mare da piccola e tante escursioni in montagna, prima con mamma e papà e seguendo da lontano mia sorella Daniela istruttore di arrampicata; poi con mio marito e i nostri due figli. Scrivo perché mi rilassa e mette in ordine i miei pensieri. O almeno, a me sembra così.


Il mio blog | Non ho un blog, altitudini è la mia rivista digitale. Altitudini mi piace perché mi fa stare in montagna anche quando sono in città; mi piace perché ogni lunedì mattina mi fa camminare verso l'ufficio leggendo una storia a colazione; mi piace per le foto, per i racconti, per i pezzi di storia e gli squarci di presente che ci regala.
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13 commenti:

  1. Nadia ha detto:

    La forza di una grande donna, una grande mamma, diventata punto di riferimento di altri suoi ragazzi, che hanno avuto la fortuna di incontrarla sul loro cammino.

    1. Marina Marina ha detto:

      Grazie, Nadia.
      E’ un commento commovente.
      Grazie di cuore.
      Marina

  2. Chiara ha detto:

    Quando penso a te Marina mi arrivano forza, coerenza, direzione e profondo amore. Grazie per come sei 🙏🏻🤗

    1. Marina Marina ha detto:

      Chiara, grazie!
      Sai che la forza circola e quando la comunichi ti torna.
      Per fortuna!
      Grazie per il tuo commento,
      Marina

  3. Lorenzo ha detto:

    Splendida, Marina.

    1. Marina Marina ha detto:

      Vita vera, Lorenzo!
      Grazie per aver letto!
      Marina

  4. Silvia Taini ha detto:

    Passano i giorni e questo articolo lo lascio lì, non voglio entrare nell’abisso. Ma lo hai fatto tu e ti faccio mia guida novella Virginio. Sto nella tua ombra sapendo che ci prenderemo per mano e continueremo il viaggio. Non c’è ragione, non c’è spiegazione, non c’è metodo. È una strada e va percorsa, passo dopo passo in salita e in discesa ma assieme, con profondo affetto e stima. Tu aspirando a Dio io aspirando a mettermi in gioco.
    Ti abbraccio fortissimo

    1. Marina Marina ha detto:

      E’ arrivato il tempo di leggerlo?
      Le mete sono più vicine di quanto pensiamo …
      Un abbraccio,
      Marina

  5. Chiara ha detto:

    Sei una roccia!.. da sempre, così minuta ma così massiccia. Una guida anche tu nell’accompagnare noi studenti (di un tempo) ad appassionarci allo studio delle materie che insegnavi. Ed è proprio quella passione lì che tu e tuo marito avere naturalmente trasmesso ai vostri ragazzi. Soddisfazioni vere, genuine. Passioni così diverse, così uguali. Grazie per trasmettere Forza, in quello che vivi, in quello che scrivi. La tua salita mi rimanda all’immagine della Via Crucis.. con Gesù che con immane fatica percorre la sua celebre Salita. Sei un Gigante dentro di Te, meravigliosa Donna, Moglie e Madre.
    Ti abbraccio.

    1. Marina Marina ha detto:

      Chiara,
      ho avuto la fortuna di incontrare tanta bella gente nel mio cammino.
      Grazie per aver letto. E per aver commentato!
      Marina

  6. Alessandra ha detto:

    Urca, che boccone amaro, che pugno nello stomaco! Quella discesa così faticosa ti stava mettendo alla prova, ti stava raccontando qualcosa e tu non potevi non accorgertene. Donna di speranza, di forza, determinazione e di amore. Donna-esempio, donna-sorriso, donna-forza. Grazie!

    1. Marina Marina ha detto:

      Alessandra … E nulla cambia in intensità di dolore pur cambiando il tempo, l’età …
      Grazie per aver letto e condiviso.

  7. Damiana ha detto:

    Marina sei un amica unica e come sempre rimango senza parole davanti a quello che scrivi….e adesso anche senza lacrime….un abbraccio forte forte

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