Saggio

L’INFERNO BIANCO DEL FRENEY

Terminate in Val Venosta le riprese di Bianco, il film di Daniele Vicari con Alessandro Borghi nei panni di Walter Bonatti, tratto dal libro di Marco Albino Ferrari. In attesa dell’uscita nelle sale, può essere utile approfondire la storia narrata e il suo contesto culturale.

testo di Ledo Stefanini

Da sinistra: Jonas Bloquet, Quentin Faure, Finnegan Oldfield, Pierre Deladonchamps, Daniele Vicari, Marlon Joubert, Alessandro Borghi, Alessio Del Mastro (foto di Alfredo Falvo).
24/01/2026
7 min
Sono terminate in Val Venosta le riprese del film “Bianco”, tratto da un fortunato saggio-romanzato di Marco Albino Ferrari (Freney 1961, edito da Ponte alle Grazie nel 2018), diretto da Daniele Vicari e che ha come interprete principale Alessandro Borghi, nella parte di Walter Bonatti.

Dovremo attendere qualche tempo perché esca nelle sale e sarebbe utile impiegarlo a documentarci sulla vicenda narrata nel film (e nel libro) e sul suo sfondo culturale.

I fatti
Domenica 9 luglio 1961, Walter Bonatti (31 anni), Andrea Oggioni (31 anni) e Roberto Gallieni (32 anni), salgono al Rifugio Torino sul Colle del Gigante con la funivia e ne ripartono nella notte per raggiungere il bivacco della Fourche, già occupato da quattro alpinisti francesi: Pierre Mazeaud (32 anni), Robert Guillaume (25 anni), Pierre Kohlmann (25 anni) e Antoine Vieille (22 anni), provenienti da Chamonix. Scoprono che il loro obiettivo comune è il Pilastro Centrale del Freney, che con l’estrema cuspide (La Chandelle) giunge a oltre 4800 metri di quota.

Unite le due cordate, italiani e francesi, alle 9 del mattino del 10 luglio partono per la scalata con tempo ottimo. Martedì mattina, portato a termine il lungo avvicinamento, attaccano il Pilastro Centrale. In testa sono Bonatti, Oggioni e Gallieni; seguono Mazeaud, Guillaume, Kohlmann e Vieille.

La scalata procede regolarmente per tutta la giornata e parte della notte. Mercoledì 12, alle 3,30, quando gli alpinisti sono ad un centinaio di metri dalla meta (nel disegno, la posizione è indicata dal n. 1) a quota 4600 metri, si scatena una prima bufera con la temperatura che scende a 20 gradi sotto zero. Bonatti, Oggioni e Gallieni si sistemano su un terrazzino, in un sacco-tenda. Su un altro terrazzino si trovano tre dei francesi; mentre il quarto si ripara sotto una roccia sporgente.

Per tutta la giornata i sette, senza possibilità di muoversi restano sotto l’imperversare della bufera che continua per tutto il giorno di giovedì e la notte seguente. Allo scopo di consentire al francese isolato di ripararsi nella tenda degli altri, Mazeaud raggiunge quella degli italiani che gli fanno posto nella loro. All’alba del venerdì, sotto l’infuriare della bufera, Bonatti dà l’ordine della ritirata e i sette cominciano a scendere con una lunghissima serie di corde doppie. Per primo Bonatti, poi Mazeaud, e gli altri. Oggioni chiude la fila.

Al calare della notte i sette sono riuniti sul Colle di Peuterey dove affrontano il quarto bivacco sotto una bufera che è aumentata di intensità. La mattina del sabato la situazione rivela il suo volto più tragico. L’unica possibilità di salvezza è puntare verso il Rifugio Gamba, calandosi per la cresta dei Rochers Grüber. Nella neve altissima si fa strada Bonatti, seguito da Oggioni e Gallieni, aprendo la via ai quattro francesi.

Sfinito, Antoine Vieille si abbandona sulla neve e muore alle soglie del ghiacciaio del Freney. Il giovane viene assicurato ad una roccia e abbandonato. Poco dopo, Pierre Kohlmann, colpito da edema cerebrale per il freddo intenso, perde la ragione, e viene trattenuto con le corde. Il gruppo si muove sul ghiacciaio del Fréney alla volta del Colle dell’Innominata per raggiungere il rifugio Gamba. In testa è Bonatti, seguito da Gallieni, e da Kohlmann che procede come istupidito. Vengono poi Guillaume e Mazeaud; Oggioni chiude la serie.

Dopo alcune ore di marcia nella tormenta, raggiunta la base del Colle dell’Innominata (indicata dal n. 3 nella cartina) muore Guillaume. Bonatti, nonostante lo sfinimento, riesce a disporre una corda per coloro che lo seguono. Quindi supera il colle seguito da Gallieni. Nelle prime ore di domenica il doloroso dramma volge all’epilogo. Kohlmann è riuscito a passare l’Innominata per la via attrezzata da Bonatti, nonostante le sofferenze provocate dall’edema cerebrale.

All’una dopo mezzanotte anche Oggioni e Mazeaud sono ai piedi dell’Innominata. Oggioni sale per qualche metro, ma, stroncato dalla fatica e dal freddo, ricade indietro trascinando anche il compagno e alle 2 muore. Sono le 3 quando Bonatti giunge con Gallieni al rifugio Gamba dove trova i soccorritori. Li avverte che altri lo stanno seguendo e subito alcune guide si precipitano fuori.

Kohlmann viene trovato mentre si trascina nella neve a non più di 60 metri dal rifugio e portato al coperto. E’ ancora vivo ma in condizioni disperate: muore alle 4, nonostante le cure del medico Luciano Luria, salito al rifugio con la spedizione di soccorso. Altre guide hanno raggiunto l’Innominata e portato al rifugio Mazeaud che, pur con diversi congelamenti, è vivo e la salma di Oggioni. Viene anche recuperata la salma di Guillaume, mentre è impossibile raggiungere la posizione in cui è stata abbandonata quella di Vieille. Infine, un elicottero militare partito da Courmayeur porta in ospedale i feriti e i morti all’obitorio.

Da La Stampa, 18 luglio 1961.

Da La Stampa, 18 luglio 1961.

Ciò che il cinema può rappresentare è appunto tale sofferenza, suscitata dalla lotta per restare in vita e la tentazione di abbandonarsi.

Ciò che il cinema può rappresentare
Quando, nel 2015, uscì il film “Everest” diretto da Baltasar Kormákur, che narra una disastrosa spedizione commerciale che comportò la morte di cinque partecipanti, Reinhold Messner espresse chiaramente un giudizio negativo sull’opera perché, a suo parere, non indagava abbastanza a fondo sulle sofferenze sopportate dai partecipanti nella loro marcia verso la salvezza e sulle motivazioni che li avevano spinti ad esporsi a tali rischi. Fra il gruppo di Bonatti del ’61 e i “clienti” che avevano pagato una forte somma per realizzare il sogno di salire in cima all’Everest, una prima differenza salta agli occhi.

Mentre Bonatti e compagni erano alpinisti esperti, forgiati da un passato di imprese alpinistiche di estrema durezza sulle Occidentali, in Dolomiti, in Himalaia e sulle Ande, quelli descritti dal film di Kormákur sono dei “clienti” convinti di poter comprare un’impresa che, per molti, trascende le loro capacità. Questo si traduce in una diversa capacità di iniziativa e di sopportazione; ma la sofferenza che morde l’attaccamento alla vita, quella è la stessa, a prescindere dalle motivazioni.

Ciò che il cinema può (cercare di) rappresentare è appunto tale sofferenza, suscitata dalla lotta per restare in vita e la tentazione di abbandonarsi, come i sassi e i fiocchi di neve, a quella che appare come una volontà superiore: tutto, purché questa abbia termine. La sofferenza comportata dalla volontà di sopravvivere alla stanchezza, al freddo e al dolore è rappresentabile con una cinepresa, anzi il cinema ne ha elaborato la sintassi già dai primordi della cinematografia di montagna.

Il topos ricorrente è quello che contrappone il fondovalle (luogo degli ambienti caldi di affetto e sicurezze) al gelo feroce delle altezze, l’alienazione assoluta e la solitudine nei rispetti dell’ umana fragilità. Se ne trova un esempio in un film muto diretto nel 1929 dai registi tedeschi Arnold Fanck e Georg W. Pabst: Das Weisse Hölle vom Piz Palu.

A quei tempi riusciva impossibile concepire un inferno peggiore di un bivacco sul Pizzo Palù. Riesco a immaginare Alessandro Borghi nei panni di Bonatti, Deladonchamps in quelle di Mazeaud, Joubert in quelle di Oggioni, che devono esprimere col viso e i gesti la sofferenza di quella discesa, fatale per quattro di loro. Impresa attoriale quant’altro mai difficile, non per propria inadeguatezza; ma perché la gran parte dei futuri spettatori non potrà collegare i segni visivi della sofferenza fisica e morale ad una propria personale esperienza. Si tratta di un importante ostacolo al necessario canale di dialogo tra l’opera cinematografica e lo spettatore.

Ma non è il maggiore. Il più difficile da superare è la condivisione delle motivazioni alpinistiche di ognuno dei personaggi che agiscono sul granito del Pilone. Un problema che Dino Buzzati poneva in una pagina del Corriere della Sera nell’immediatezza della tragedia:

Ma quando la smetteranno? Perché non si decidono a proibire imprese di questo genere? Che costrutto hanno queste pazzesche scalate? Che vantaggio danno alla collettività? Possibile che ogni estete si debba stare col cuore in gola per qualche pazzo che va a sfidare la morte su per gli strapiombi?
Dino Buzzati, «Ma non è una pazzia?», Corriere della Sera, 18 luglio 1961.

Stalle e fienili della Strada dei Bastianet, anni ’50

Stalle e fienili della Strada dei Bastianet, anni ’50

Andrea Oggioni.

Walter Bonatti con Roberto Gallieni.

Bivacco della Fourche con, dal basso verso l’alto: Pierre Mazeaud, Robert Guillaume, Pierre Kohlmann e Antoine Vieille (da desnivel.com).

L’alpinismo era per me una sorta di ubriacatura nella quale tutto ciò che era lacerato nella nostra civiltà veniva sommerso (Eugenio Guido Lammer).

E ciò che il cinema non può rappresentare
L’alpinismo è un fenomeno culturale complesso, che partecipa della natura di quelli che il vecchio Marx (Karl) avrebbe definito “sovrastrutture”, con caratteristiche profondamente diverse in relazione al periodo storico e al gruppo sociale che lo esprime. Siamo passati dall’alpinismo dei gentiluomini inglesi di fine ottocento che avevano consapevolezza del rischio e ne trasferivano la maggior parte sulle guide, ma ne facevano oggetto di insuperati esempi di understatement, a quello tedesco tra le due guerre nel quale la possibilità di morire era una componente essenziale. Ne testimonia lo stile intriso di humor con cui gli alpinisti inglesi descrivevano le situazioni più rischiose:

Dovevamo scavare gradini larghi come piatti di portata perché una scivolata avrebbe avuto la conseguenza di farci trascorrere il resto della nostra vita a precipitare lungo il pendio di ghiaccio, anche se la cosa non sarebbe certo durata abbastanza a lungo da diventare monotona.
Leslie Stephen, «L’Eigerjoch» in Il terreno di gioco dell’Europa, Vivalda, Torino, 1999, p. 86.

Ben diverso era lo spirito di cui sono intrise le narrazioni degli alpinisti di cultura germanica, fra i quali una delle principali figure di riferimento fu l’austriaco Guido Lammer, il cui libro cominciò ad diffondersi in Italia solo negli anni Venti.

L’alpinismo era per me una sorta di ubriacatura nella quale tutto ciò che era lacerato nella nostra civiltà veniva sommerso, ma più dell’ebrezza dell’oblio mi rese felice la scoperta del rimedio salutare. […] La coppa dell’azione superba, della lotta corpo a corpo col pericolo, la mia anima la bevve a pieni sorsi. Alcuni gravi infortuni, se da una parte mi fanno vergognare per gli errori tecnici compiuti, nel ricordo si sono trasformati in perle preziose, che nella mia vita, altrimenti smorta e sbiadita, hanno gettato i bagliori dell’aldilà.
Eugenio Guido Lammer, Fontana di giovinezza, Vivalda, Torino, 1998.

Il fatto che non ci sia alpinista, sia di modesto che di eccelso valore, che non abbia pubblicato uno o più libri sulle sue imprese, sta a dimostrare il forte legame sociale che l’alpinismo ha con la cultura e l’immaginario diffuso. Lo conferma il fatto che grandi alpinisti neghino la legittimità alpinistica (e delle poetiche alpinistiche sulle quali si reggono) delle imprese compiute in stagioni successive a quelle che hanno celebrato i propri successi. Non per nulla la repubblica degli alpinisti è l’arena in cui si generano e si radicalizzano senza sosta feroci contrapposizioni sui parametri alpinistici.

Attrezzatura, metodi di protezione, misura delle difficoltà sono temi sui quali si sono registrati dibattiti appassionati. La stessa scelta dei terreni sui quali porre in atto le proprie ideologie alpinistiche è determinata dalle ideologie stesse.

I grandi 4000 delle Alpi svizzere e francesi, le Dolomiti dei gentiluomini inglesi, le pareti dolomitiche rivendicate dai rappresentanti della Scuola di Monaco, gli “ultimi tre problemi delle Alpi” contesi da tedeschi, italiani e francesi, via via fino al Nuovo Mattino trapiantato dallo Yosemite in Val di Mello e le ripetizioni invernali, sono alpinismi diversi che poggiano su una propria summa ideologica incommensurabile con le precedenti e le concorrenti. E la cosa è resa ancora più evidente da una quantità di manifestazioni esteriori che vanno dall’abbigliamento all’attrezzatura, al linguaggio adottato.

La spedizione italiana al K2 del 1954.

Oggi vicende come quella del Pilone Centrale sono impensabili. Per i diversi strumenti tecnici disponibili: materiali, informazioni sulle condizioni fisiche delle pareti e, soprattutto, previsioni meteorologiche più precise e attendibili, hanno radicalmente ridotto il livello del rischio.

Interpretazione popolare dell’alpinismo
Va tuttavia riconosciuto che l’alpinismo italiano degli anni Cinquanta e Sessanta aveva alcune peculiarità che sono andate perdute. Permaneva l’immagine dell’alpinismo diffusa dal cinema tedesco anteguerra con i capiscuola Pabst e Trenker, ma la scossa culturale venne dalla grande spedizione al K2 promossa e guidata da Ardito Desio nel 1954, nella quale Bonatti giocò un ruolo di grande rilievo. Fu a partire da quel successo che l’alpinismo divenne un tema di interesse per una società che, in gran parte, non aveva alcuna conoscenza della montagna nelle varie sue forme. In anni in cui gli italiani si contrapponevano nel tifo ciclistico fra Coppi e Bartali, l’alpinismo trovò i suoi adepti da bar, divisi fra i sostenitori di Bonatti e gli appassionati seguaci di Cesare Maestri.

Oggi vicende come quella del Pilone Centrale sono impensabili. Per i diversi strumenti tecnici disponibili: materiali, informazioni sulle condizioni fisiche delle pareti e, soprattutto, previsioni meteorologiche più precise e attendibili, hanno radicalmente ridotto il livello del rischio, naturalmente in relazione alle capacità personali e agli obiettivi. Se si verifica qualcosa di simile oggi sulle Alpi, allora si parla di “disgrazia”, cioè di un evento sì connesso all’alpinismo, ma con scarse probabilità che si verifichi.

Diverso fu il clima culturale che determinò l’interpretazione diffusa della vicenda: la lotta per la sopravvivenza venne interpretata come componente essenziale dell’alpinismo. Ne testimoniano le decine di articoli (anche in prima pagina) che i giornali del tempo dedicarono alla tragica ritirata, con decine di inviati, alla spasmodica ricerca di sempre nuove testimonianze sui soccorsi e sullo stato d’animo di amici e parenti.

La vicenda avrebbe richiesto una conclusione adeguata al clima di dolore e rispetto che la morte di quattro uomini, era legittimo aspettarsi avrebbe suscitato. Il lunedì successivo al giorno in cui erano state portate a valle le salme di tre del gruppo (Vieille verrà recuperato una settimana dopo) e i sopravvissuti ricoverati all’ospedale, i giornali del 17 davano notizia della conclusione, mentre si accendevano le polemiche. E invece la vicenda non era conclusa.

Il 30 agosto successivo la stampa dava notizia che il Pilone Centrale del Freney era stato finalmente vinto. La cordata di punta era costituita dagli inglesi Christian Bonnington e Donald Williams, seguita da una, costituita dal polacco Dlugosz e dall’inglese Clought e da un’altra formata dai francesi René Desmaison, Yves Pollet-Villard e Pierre Julien con il friulano Ignazio Piussi, arrampicatore di punta.

Le cronache informavano i lettori che alle 4,30 di domenica 27, Bonnington e Williams erano al Colle del Peutérey e alle 8 si trovavano già alla base del Pilone. Da qui avevano attaccato la parete seguendo la via che anch’essi, nella loro relazione, hanno chiamato “Bonatti “, e dopo dieci ore di scalata si trovarono a circa tre quarti del percorso: alle 7 di martedì erano sulla vetta del Pilone. Dopo meno di un’ora, anche il polacco Dlugosz e l’inglese Clought avevano toccato la cima del Pilone che, verso le tre del pomeriggio, era stata raggiunta anche da Piussi e dai francesi. In loro onore andava rilevato che avevano recuperato il ritardo iniziale di 24 ore con cui erano partiti. Il corrispondente da Courmayeur de La Stampa poteva concludere il suo pezzo in maniera lapidaria: «La corsa al Pilone era terminata. Il Pilone Centrale del Bianco scalato per la prima volta».

Il regista Daniele Vicari.

L’IMMAGINAZIONE VINCE SULLE PAURE E SUL SENSO DEL LIMITE

«Dopo l’ultimo ciak di Bianco, tre mesi tra 3000 e 3500 metri d’altezza», dichiara il regista Daniele Vicari all’indomani della fine delle riprese «ci siamo resi conto di non aver avuto nemmeno un cedimento, solo il desiderio di continuare ad essere lì. La montagna dà energia, ci guida verso l’alto e ci chiede solo di essere rispettata. La nostra troupe lo ha fatto, l’ha rispettata e lei ci ha dato una quantità tale di bellezza che basterà per anni, come un carburante miracoloso ci porterà lontano, dove l’immaginazione vince sulle paure e sul senso del limite, le cose per le quali vale la pena continuare a fare cinema».

Il film è stato girato in Valle d’Aosta, nei luoghi reali della vicenda, dal Flambeaux alla Fourche fino al Peuterey e ai piedi del Pilone Centrale del Frêney, una immensa parete di roccia verticale alta 800 metri. Le riprese sono poi continuate a Roma in teatro di posa dove sono state ricostruite con estrema verosimiglianza, attraverso tecnologie avanzate, la parete e le cenge del Frêney. E si sono poi concluse sulle nevi dell’Alto Adige.

Oltre Alessandro Borghi, il cast è composto da Pierre Deladonchamps, Finnegan Oldfield, Marlon Joubert, Quentin Faure, Alessio Del Mastro, Jonas Bloquet.

Il film è tratto dal libro Frêney 1961 – La tempesta sul Monte Bianco di Marco Albino Ferrari che, insieme a Massimo Gaudioso, Francesca Manieri e Daniele Vicari, firma soggetto e sceneggiatura. Il direttore della fotografia è Gherardo Gossi, la scenografia di Marta Maffucci, i costumi di Emmanuelle Youchnovski, il suono di Alessandro Palmerini, il montaggio di Benni Atria e la musica di Luca D’Alberto.

“Bianco” è una coproduzione Italia, Francia, Belgio – è prodotto da Mattia Guerra, Laurent Fumeron, Joseph Rouschop, Eva Curia. È una produzione Be Water Film con Rai Cinema, The Project Film Club, Tarantula con il contributo del MIC-DGCA Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, con il sostegno di IDM Film & Music Commission Südtirol, di Fondazione Film Commission Vallée d’Aoste e di Wallimage, in collaborazione con Moncler, con il sostegno di BCC Valdostana e del Club Alpino Italiano e il patrocinio dei Comuni di Courmayeur e di Chamonix e con Skyway Monte Bianco come partner location.

Ledo Stefanini

Docente di fisica all'Università di Pavia (sede di Mantova), studioso di storia dell'alpinismo.


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