sembrano portare in sé la loro ragion d’essere, quasi un destino inesorabile, come se nella frequentazione dei monti non vi fosse altra opzione che quella della casella che si è determinata nel tempo.
Per parafrasare Monsieur Jourdain, il borghese di Molière che voleva essere gentiluomo, «Per cinquant’anni ho girato per le montagne; ed ero un escursionista senza saperlo». Nel dopoguerra, Manara Valgimigli, grande studioso di letteratura classica e camminatore, scriveva:
Io non sono un alpinista, e tanto meno uno scalatore di rocce; sono un camminatore, un viandante, un randagio. Ho nel mio sacco quello che basta. E non ho fretta. Se sono stanco, se è bello il luogo, e c’è acqua vicina; se l’ora è serena e caldo il sole, mi fermo dietro un sasso che mi ripari dal vento, mi spoglio mi asciugo mi lavo mi cambio; bevo tè caldo o un sorso di grappa; riguardo la mia pipa che non abbia intoppi e sia netta, la carico e l’accendo; e mi sdraio al sole …(1).
Difficile trovare parole che rappresentino in maniera più compiuta il piacere del cammino senza meta, del viaggio lento e ozioso, manifestazione sperimentale del detto tedesco «Der Weg ist das Ziel». Certo, il precorritore di sentieri è, più o meno consciamente, un cercatore di una libertà personale alla quale era molto sensibile John Ruskin, eminente figura di intellettuale dell’epoca vittoriana. Fra i motivi di interesse per la sua multiforme personalità, non è secondario il fatto che sia stato fra i membri più influenti dell’Alpine Club, a cui aderì con una posizione che funse da esca ad un intenso dibattito sul significato culturale dell’alpinismo.
Il fatto che nella moderna frequentazione dell’ambiente alpino non sia rimasto nulla delle contrastanti forme del rapporto con la montagna, non costituisce una positiva testimonianza della profondità del nostro sentire. Scriveva Ruskin in un suo celebre libello, pubblicato l’anno prima della sua adesione all’Alpine Club (1868):
Voi [alpinisti] avete disprezzato la natura; cioè tutte le profonde e pure sensazioni che vengono indotte dallo scenario naturale. I rivoluzionari francesi trasformarono in stalle le cattedrali di Francia; voi avete ridotto a piste da corsa le cattedrali della terra […]. Non avete lasciato una città straniera in cui la diffusione della vostra presenza non sia indicata, fra le belle antiche vie ed i felici giardini, dalla lebbra consumatrice di nuovi alberghi e negozi di profumi: le stesse Alpi, che i vostri poeti cantavano con reverenza, vi appaiono come pali saponati in un parco di divertimenti, che vi proponete di scalare, scivolando in basso con strilli di gioia (2).
Se l’alpinismo in generale ha, in varia misura a seconda della forma con cui si esprime, un contenuto di contestazione culturale, la percorrenza dei sentieri rappresenta, in nuce, una contestazione interna della concezione egemone dell’alpinismo.







Che profonda conoscenza e riflessione. Mi sono sempre chiesta perche’ gli inglesi siano cosi’ curiosi esploratori di cammini nuovi e tracce antiche ( v. P.L. Fermor, B. Chatwin……..). Quando l’ho chiesto a loro in piu’ di uno mi hanno risposto: ” perche’ noi abitiamo praticamente in un’isola, in cui il tempo non e’ bello per la maggior parte dell’anno.. Secondo me non e’ solo questo.. Grazie per aver condiviso queste testimonianze e riflessioni.
Che bella lettura e che bella analisi. Molto completa
A me non piaceva camminare in montagna e spesso camminavi tu con me in spalla. Non di rado sbagliavi la strada del ritorno e questa cosa mi inquietava(adesso ci rido). Non posso dire di essere mai stata una che arrampica ma sono alpinista perché figlia tua e nemmeno una che cammina meditando (faticoso) adesso però sento vivo più che mai il rumore dei passi sulle pietre, o sugli aghi di pino, che guardo i pini maghi con affetto, e li accarezzo e li annuso (sciroppo al pino mugo). Sento addosso l’odore di quel sudore che si ha addosso solo se si percorre un sentiero di montagna, sento la stessa paura ed inquietudine del cielo che cambia improvvisamente, sento l’odore del prati insieme alle merde delle vacche, la musica dei campanacci in lontananza che mi rassicurano. Sento ancora le parole che dicevi durante le ore ed ore di cammino. I segni di colore rosso che indicano che la strada è giusta mi ricordano sangue che cola (quando Pino si tagliò mentre affettava il salame) e mi piace. Bastano per me anche solo i ricordi di quello che significava camminare. Quindi di noi non è perso nulla. Grazie papà.
La tua ultima frase mi batte in testa, poiché nelle nostre escursioni alla Pietra di Bismatova ci vedo esattamente questo: “la capacità di trasformare il gesto semplice del camminare in un atto di cura, conoscenza e rispetto”. Avevamo la Michi e io, giusto 5-6 anni. E la totale inconsapevolezza che quelle giornate di sole in faccia, escursioni e uova sode nel cestino da pic-nic, sarebbero rimaste un meraviglioso e indimenticabile atto di cura.
Grazie