Racconto

LA NOTTE IN CUI RUBARONO LE DOLOMITI

Una storia di paesi, uomini e antiche valli, di un mondo che lentamente si dissolve e di un orologiaio capace di vedere ciò che tutti gli altri avevano smesso di guardare.

testo di Diego Cason

07/11/2026
8 min
Di giorno non accadeva quasi mai. Forse, qualche volta, quando la valle si riempiva di nebbia dopo alcuni giorni di pioggia.

Tutto iniziava quando i primi rapaci notturni si mettevano in caccia e finiva quando le loro scorribande silenziose cessavano. Per questo motivo gli abitanti non s’accorsero di nulla. La maggior parte di loro, al tramonto, rientrava nelle baite avvicinandosi al focolare o alle stufe per riscaldarsi dal freddo serale.

Da maggio a settembre poi, la maggior parte degli uomini e dei ragazzi saliva in malga e di quello che accadeva nel villaggio non sapevano più niente. Sì, capitava ogni tanto che qualcuno portasse su qualche notizia. Il più delle volte si trattava di una cartolina arrivata dal Distretto militare, informazioni su un parto oppure su qualcuno ammalato, su altri passati a miglior vita.

Raramente arrivava su il cappellano, sudato come se fosse appena uscito dal torrente vestito, con il suo zaino con dentro i paramenti, una scatoletta con le ostie, una roncola e un litro di vino. Allora giungeva la notizia di un matrimonio, di qualche funerale e, in via del tutto eccezionale, qualche lettera.

All’imbrunire, sistemate le vacche da latte, controllato che la porta del deposito del formaggio e del burro fosse ben chiusa, gli uomini si rintanavano nei loro giacigli e sprofondavano in un sonno duro e senza sogni. Di cosa avrebbero mai potuto accorgersi, sempre presi dal lavoro incessante? Era un mezzo miracolo se notavano il fischio di una marmotta e il mutare del tempo.

Al villaggio non era diverso. Le donne avevano un bel daffare, prima i bambini più piccoli, poi le bestie, poi l’orto e la campagna. Arrivava l’ora del rosario serale e s’addormentavano prima dell’ultimo gloariapatriamen. Come avrebbero mai potuto sentire o vedere qualche cosa.

Qualcuno c’era in giro la notte. Loro sì che avrebbero potuto ma… gli ubriachi erano, forse, in grado di mettere un piede davanti all’altro, sperando di farlo nella giusta direzione e di non cadere dentro la roia delle zate.
Che volete che vedessero. Gli innamorati, i cui occhi abituati al buio erano accecati dalla passione. Anche se avessero visto qualcosa avrebbero tentato di baciarla prima ancora di sapere se fosse una capra o Marisa.

Allora giungevano con grandi carri che caricavano di tutto quello che trovavano sul loro cammino.

C’era Aldo Curti, la guardia comunale che doveva sorvegliare il riposo altrui. Ma spesso, per fare bene la sua parte, dormiva pure lui in un fienile poco fuori dal paese. A che scopo vegliare se non c’era niente da rubare?

Il medico condotto talvolta veniva chiamato la notte ma, sia lui sia chi lo andava a chiamare, avevano altro cui pensare. Si disturbava il dottore solo per casi urgentissimi e gravissimi così, all’andata, il dottor Sandri pensava a correre, al ritorno bestemmiava perché l’avevano chiamato a visitare un morto stecchito.

Per farla breve, un paese di ciechi non sarebbe stato così cieco come questo.
Solo che ogni giorno era peggio. Ma lo sapete anche voi come vanno queste cose. Se accadono lentamente, un po’ al giorno senza fare troppo baccano non se ne accorge nessuno. Come con i figli, crescono, sì. Ma se ti stanno sotto gli occhi non fai a tempo ad abituarti e te li ritrovi in casa alti come armadi, pronti a fare il militare e ad andare a farsi ammazzare sui monti Scarpazi. È proprio così che è andata.

Ogni notte arrivavano dal Fadalto, dal San Boldo, da Praderadego, dalla valle della Piave e del Cismon. Erano una moltitudine ma ognuno arrivava per i fatti suoi.

Nessuno s’avvedeva degli altri. Come le oche canadesi arrivavano, solo che erano silenti, fors’anche muti. Nessuno lo sa perché nessuno ha mai avuto occasione di parlare loro. Si muovevano svelti, elastici, fluidi. Cinque sei passi e una corsetta, quando potevano correre senza far rumore sui prati umidi o sulla sabbia. Sulle foglie, nei campi di granturco, sulle strade di ghiaia, invece, si muovevano con passi accorti, lenti. Uno raccoglieva uno stecco, un altro un fungo, un terzo delle pietre lisce, qualcuno più robusto tagliava i rami di un salice.
Altri, meglio organizzati riempiono le loro bisacce di pigne, di fragole e mirtilli.

Qualcuno con la mano lesta e leggera strappava la lana dal ventre delle pecore addormentate. Ce n’erano di esagerati, staccavano una tavola dal recinto, cavavano un palo, estirpavano degli alberelli. Alcuni riempirono delle ceste di sabbia. All’inizio era così. Un lavoro artigianale. Poi piano piano, imparando l’avidità dagli uomini, cominciarono ad agire in modo più organizzato.

Allora giungevano con grandi carri che caricavano di tutto quello che trovavano sul loro cammino. Ancora oggi non si sa come facessero a far sparire le tracce delle grandi ruote dipinte di blu scuro. Ma il mistero più incredibile è che passavano per viottoli o mulattiere strettissimi, con carri quattro o cinque volte più larghi. Caricavano i carri in modo inverosimile e anche a questo non si può credere: erano tre volte più alti e larghi delle gallerie che dovevano percorrere.

Ogni notte le montagne venivano depredate, tagliuzzate, tritate, ridotte in strisce, scavate in cunicoli e tunnel. Le acque captate, deviate, incanalate, portate altrove. Gli alberi pativano del ballo di San Vito e dopo la danza precipitavano a terra senza un suono. Subito sramati, tagliati, caricati e portati via nel silenzio più totale. Talvolta capitava che dei massi rotolassero a valle e il fragore sordo si propagasse per le valli.

Il lavoro più lungo e difficile fu portar via la gente, senza ch’essa se ne accorgesse. Pensatela come volete ma questa fu un’impresa memorabile.

Allora, per pochi attimi tutti si fermavano trattenendo il respiro. Prima ancora che la polvere si depositasse l’alacre lavoro riprendeva. Anche le abitazioni, i fienili, le malghe, le maiolere, i capitelli, le chiese, le croci, i bivacchi e i rifugi furono portati via, pezzo dopo pezzo. Gli alberghi vennero demoliti infilando nelle tasche e nelle valige degli ospiti una posata, un candelabro, poi una tazzina, delle federe, il collare del cane.

Si racconta che ad un certo punto dall’hotel Panorama di Misurina portarono via l’intera cucina, infilata nei bauli della moglie del Visir di Islamabad. Il lavoro più lungo e difficile fu portar via la gente, senza ch’essa se ne accorgesse. Pensatela come volete ma questa fu un’impresa memorabile.

Non è che puoi mettere il dottor Sandri in un baule e sperare che non se ne accorga. In verità nessuno di loro li sfiorò nemmeno con un dito. Fu sufficiente lasciare in giro qualche bigliettino, due o tre cartoline illustrate, dei manifestini del ballo di Capodanno di una città appena dall’altra parte del confine, una lettera di un emigrante. Fu sufficiente far apparire su questi messaggi delle immagini di cene con capponi ripieni, lucaniche appese sopra il capo dei commensali, botti di birra stracolme, ragazze dai seni morbidi ed enormi, sale luminose e luccicanti. Nella lettera di un migrante fasullo si scrisse che, nel paese dov’era, ogni casa aveva un albero in giardino che produceva monete d’oro tre volte l’anno e, se il tempo era buono, anche quattro volte l’anno.

Poi un post-scriptum: molti proprietari non si curano nemmeno più di raccoglierli. A questa scemenza non credette nessuno ma… prima Alfio Pomarè, seguito da Ariano De Zolt, poi il Pinin della Cesira, Bastian, Ganimede Pompanin d’Ampezzo, Ferruccio il figlio del guardaboschi di Somadida chiamato Piero Pin e molti altri partirono.

All’inizio erano tutti giovani e scapoli. Quinto Veneroni, detto Totip, se ne andò il giorno stesso in cui trovò il suo compare di nozze, Bruno Masoch, placidamente disteso nel suo letto coniugale a fianco di sua moglie Ersilia; Cencio Ganz, per dire, aveva un bel po’ di debiti di gioco. L’esodo dalle famiglie iniziò con Erminio Da Pos da Carfon, nella val del Biois, che partì una mattina presto, lasciando tre bambine e la moglie senza alcun sostegno. Poi molti altri che non credettero alle illusioni mai ma, chissà come e perché, partivano.

Famiglie intere e clan e, in alcuni casi, interi paesi. Come California che, quando le vene delle miniere di mercurio s’esaurirono fu lasciata, vuota, in meno di una settimana. Nelle case abbandonate c’era ancora la polenta in mezzo al tavolo in cucina, alcuni avevano dimenticato le capre nella stalla e il cane ancora legato alla catena. Così fu ancora più facile prendere tutto e farlo man mano sparire.

Forse era l’unico che sapeva che sotto le mentite spoglie della realtà dolomitica si muovevano altri mondi sconosciuti, misteriosi e incogniti.

Alla fine, queste orgogliose montagne furono ridotte a collinette, dalla catena dal Cesen alla Palantina divenne una modesta serie di dune di sabbia grigia e molle che con la pioggia diventava una mota appiccicosa. Le montagne migliori e più note furono smontate e riassemblate alcune addirittura a Dubai, a Wuhan e poco lontano da Oslo.

Qualcuno ci fu che se ne accorse. Era un orologiaio che restava alzato fino a ore tarde la notte. Curvo a curare splendidi orologi che gli arrivavano da ogni parte del mondo, per essere riparati. Col suo monocolo ne esplorava i meccanismi con cura e precisione straordinarie. Ricalibrava bilancieri, torniva nuovi rocchetti, rifaceva daccapo corone di carica e ruote di scappamento. Ma non si limitava alla meccanica, sistemava le casse, cesellandole con una abilità ignota.

Dipingeva quadranti, decorava con minuscoli brillantini le lancette, produceva in proprio catenelle d’oro e d’argento nelle quali intrecciava figurine d’osso e d’avorio. Cuciva morbide tasche di pelle sulle quali incideva mirabilmente le iniziali del proprietario. Come tutti coloro che stanno altrove, fuori dal consueto e frequentatissimo mondo “normale”, egli abitava in un altro luogo, popolato di immagini, riempito dai suoni degli orologi che sul banco di lavoro formavano una galassia spendente di luci, lontanissime dal nostro sistema solare.

Forse era l’unico che sapeva che sotto le mentite spoglie della realtà dolomitica si muovevano altri mondi sconosciuti, misteriosi e incogniti. Lo sapeva probabilmente perché egli ne abitava uno, scarsamente popolato nel quale la maggior parte del tempo lo trascorreva da solo. A fine giornata, fossero anche le due del mattino, Fonso Favero detto Ocet, orologiaio emerito bellunese, si caricava una pipa di radica che s’era fatto da solo, con un buon tabacco di Licata che gli veniva inviato da Anna, una sua amica della Trinacria.

Mentre sedeva sulla veranda di casa sentiva il brusio, i colpi sordi, avvertiva che qualcuno si stava mangiando le Dolomiti pezzo a pezzo. Talvolta intravedeva delle ombre, fu il solo a vedere i grandi carri con cui si portavano via il mondo dolomitico. La sua attenzione maniacale ai particolari gli aveva regatato una vista asimmetrica. Dall’occhio che utilizzava per ospitare il monocolo non ci vedeva a più di un metro di distanza, dall’altro, invece, vedeva cose che gli altri non sapevano nemmeno immaginare. Fece il suo dovere di cittadino e informò il Sindaco, il Presidente del Consiglio, la comunità intera. Non gli credette nessuno e da allora gli rimasero ben pochi amici.

Uno di loro ha raccolto questa storia ricavandola da molti dettagli, da documenti sopravvissuti, da qualche testimone da tempo scomparso e da un libriccino sul quale Fonso trascrisse tutti i casi in cui vide quelle stranissime e silenti creature che si portarono via le Dolomiti senza che nessun altro, tranne lui, se ne accorgesse.

E oggi, in occasione del suo 134° geneatliaco, questo amico, sentendosi prossimo alla morte, gli invia questo riassuntino per fargli sapere quanto sia stato importante per lui guardare un pochino il mondo con il suo monocolo pieno di luci, di ombre dense e di colori.

Diego Cason

Sociologo, si occupa di ricerche sociali, economiche e territoriali. Cofondatore del Bard (associazione Belluno autonoma regione Dolomiti), vicepresidente dell'Isbrec (Istituto storico bellunese della Resistenza e dell'età contemporanea).


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