Racconto

DELIRIO DI FLORA D’ALPE

Perché scrivere di fiori montani? Perché sono creature viventi che riempiono di gioia lieve e sensoriale sia l’atto del camminare, sia il buio stanco delle sere invernali.

testo di Marco Macconi

25/08/2021
7 min
È davvero tramontato questo sole che già incendia i cieli di giugno?

Vano è inseguire, all’alba, il fresco sospiro della notte per sentieri, valli e boschi. Il suo strascico d’ombra cela il mistero di sabba e orge solstiziali, di radiazioni lunari dagli argentei filamenti – sostanze magnetiche assorbite dai mondi vegetali, foriere di febbri di lattici e linfe, di giochi di nettari e viticci avvinghiati a ragnatele negli angoli umidi dei prati.

Nell’afa luminescente della notte si agitano insonni simboli viventi di morte e resurrezione: le ife dei funghi ai piedi dei castagni ubriache di rugiada, i germogli di vetro verde dei faggi, a centinaia punteggianti di riflessi minuti il bruno scuro della terra, il baluginare spettrale di qualche lucciola in amore. Più in alto, dove la tenebra si libera finalmente dall’abbraccio soffocante del bosco, sui pianori carsici e i prati asciutti dei versanti, l’aria nera e rorida si stempera frizzante tra le ruvide fratture dei campi solcati.

Scheletri calcarei di giganti preistorici, vertebre e denti innumerevoli del pianeta stesso, rilucono biancastri alla luce della luna. Qui i venti notturni dell’alpe sono mossi e abitati come da spettri dai pollini di essenze circumboreali, confinate su queste cime da chissà quale remota glaciazione: fioriture rade e minute, calici panciuti dai colori accesi, petali pingui ricoperti da soffici pelurie, fiori come escrescenze cristalline dei calcari stessi. Questa è la notte dell’alpe: nera e tempestata di stelle diamantine, i gioielli perduti dall’uomo metropolitano avvezzo ormai a cieli sabbiosi e opachi.

Oggi inseguo il ricordo della notte appena passata alla ricerca di quelle gemme preziose, le fioriture delle nostre montagne. Mentre sfumano come sortilegi le ombre d’aurora incalzate dal carro solare, mi incammino alla volta degli aridi regni prealpini. Parto da casa prendendo la via del castagneto, cominciando la salita lungo mondi altitudinali e orizzonti vegetazionali, pensando quasi a viaggi iniziatici di sciamani o di ottocenteschi pionieri della botanica dai nomi polverosi – in ogni caso, questa sarà anche una ricerca di simboli attraverso la bellezza. Mi lascio alle spalle le familiari selve di castagno inoltrandomi nella quiete cupa della faggeta, dove enorme e maestoso attende un primo guardiano della soglia.

Un faggio antico di giorni, verde barbuto e silente, dal manto grigio e argento intarsiato di lettere incise da uomini forse già morti da tempo. Quella penombra di faggeta densa di frescura si tappezza, nei giorni di tarda primavera, dello spettrale candore della dentaria a sette foglie, vibrando appena sotto la mite sferza di zefiro che muove le alte fronde ornate di tenere foglie verde chiaro. Indugiare e perdersi nel tentativo di tradurre quelle rune, di riportare in superficie la cabala del ricordo da quelle lettere incise sul tronco enorme dei faggi secolari, di perdermi io stesso in quest’aria così lieve e umbratile, mentre l’incenso tetro del ciclamino aleggia come un incantesimo intorno; sognare ancora il profumo terroso di questo suolo profondo e nero, solcato da radici in geometrico accavallarsi, e comprendere infine il linguaggio degli alberi, l’espansione invisibile e misterica delle loro ramificazioni… forse il loro è un regno mercuriale, di grammatiche simboliche perdute?

In questa oziosa contemplazione, la poiana fischia ridestandomi, e allora cammino, proseguo ancora salendo verso un altro orizzonte, il cancello del quale sono le prime vere corne di chiara roccia dolomitica che si arrampicano alte e vertiginose verso le creste superiori del monte, già trafitte dai dardi incandescenti del sole. E se laggiù, nel bosco, il linguaggio delle scorze era comunque ancora umano, ma certo antico e misterioso, quello dei calcari prealpini si carica qui dei sussurri inquietanti delle ere geologiche, gli enigmi insoluti dei karren, del corrugarsi dei campi solcati, delle concrezioni stillicidiose nei ripari sotto roccia: una scrittura di bellezza tormentata, che nasconde i misteri dei mondi sotterranei. Come a suggere avidamente la pioggia distillata da cristalli di calcio e da giochi invisibili di micro-infiltrazioni in ombra d’acqua, la stessa pioggia destinata presto a svanire nelle gole buie e rocciose degli inghiottitoi assetati, ecco i fiori apparire, come allucinazioni vibranti di luce.

Là dove il carpino nero e il pero corvino appaiono ormai come poco meno che arbusti accartocciatisi sotto la sferza del gelo e dei passati venti invernali, sfolgora sulle pareti di roccia l’alta nota gialla della primula orecchia d’orso, mentre poco oltre nella stagione primaverile, la peonia, come sensuale ninfa, schiude le sue labbra rosa profondo sul gioco dei suoi organi botanici interni, incendio di colori cangianti subito spento dalla dissoluzione della sua stessa sfioritura. E salendo ancora, mentre l’aria si rinfresca, mi pare quasi di valicare i confini delle stagioni, perché se al piano già le calde foschie accecanti annunciano canicola e afa, quassù la primavera è invece ancora al suo culmine.

Nel silenzio arido degli altopiani carsici, basse distese del longevo camedrio, punteggiate da essenze più rare di natura glaciale, abbracciano di bianco e verdi sfumati lo spirito inquieto dell’osservatore insieme ad aromi sottili. I sentori pungenti e muschiati di achillee d’alta quota si stemperano in quelli vanigliati e avvolgenti della cupa nigritella, mentre i capolini rosati dell’aglio d’Insubria esalano sentori millenari, da sempre immobili nelle loro medesime e rarefatte stazioni di crescita. La raffinatezza e l’unicità degli endemismi vale tutta la loro attenta ricerca. I ghiaioni bianchi, dai movimenti invisibili e immani, sono incendiati dalle minute fiamme gialle della linaria bergamasca e del papavero retico, che ne seguono i moti lentamente, strisciando amorevolmente assieme ad essi.

Le campanule dell’arciduca e quelle insubriche cantano poesie violacee e di verdi intensi arrampicandosi lungo fessure nerastre e umide di pareti verticali all’apparenza sterili, screziate alla base dalla sassifraga retica con le corolle finemente macchiettate e dalla delicata viola di Duby. Nelle umide vallecole nivali rimangono i ricordi delle carnivore pinguicole, con la viscosità tattile delle rosette basali di uno strano verde acido, e i grossi steli rinsecchiti del farfaraccio bianco. Circondato da silenzi colorati, sigilli vegetali che racchiudono verità invisibili, questo viaggio floreale giunge al culmine nel momento in cui mi rendo conto che quello che ho visto finora non è altro che un frammento di bellezza nella temporalità nascosta di queste creature, sempre vive e rigenerantesi lungo i cicli delle stagioni.

Perché scrivere di fiori montani? Perché sono creature viventi che riempiono di gioia lieve e sensoriale sia l’atto del camminare, del perdersi vagando cercandoli, sia il buio stanco delle sere invernali, quando posso ritrovarne i colori e il carattere attraverso i libri che li descrivono. Allora il sonno è più dolce, nel desiderio di tornare a inseguire gli strascichi delle notti solstiziali salendo nell’alta luce dell’estate alpestre.

Marco Macconi

Marco Macconi

Marco Macconi, dottore in lettere moderne, è sfuggito dalla vita di città per trovare la sua strada in un vecchio borgo di montagna. Profondo appassionato delle Alpi Orobie, è partito dall’intensa frequentazione di queste per studiare i più diversi aspetti della cultura alpina con particolare attenzione al suo immaginario e alla sua componente spirituale, antica e moderna. Si dedica inoltre alla poesia e alla fotografia.


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