Recensione

IL DUCA #1

Con 'Il Duca', ultimo libro di Matteo Melchiorre, si apre la consueta proposta estiva di altitudini di cinque libri da mettere nello zaino per le camminate in montagna e se volete anche per quelle al mare.

Recensione di Davide Torri

21/06/2022
5 min
Questa estate sono in ritardo con la (tradizionale) consegna alla redazione del piccolo elenco di libri da mettere nello zaino.

Diverse le motivazioni, per lo più inutili scuse, perciò, prima che arrivi il solstizio[1] cominciamo con un consiglio, per così dire, interessato. Matteo/Maffeo lo abbiamo conosciuto ed apprezzato quando era ancora nella categoria giovani-di-buona volontà. Il suo alberón è diventato, vent’anni fa, un simbolo forte e nuovo per raccontare la storia, grande e piccola, delle terre alte. I suoi libri non ci hanno mai deluso, e, soprattutto, la sua montagna, quella che noi ben conosciamo come la Montagna di Mezzo, non ha mai nulla di posticcio.

IL DUCA

Che sia un romanzo di montagna[2] non c’è dubbio: il teatro in cui si muovono i personaggi, il paese a mezza costa di Vallorgàna, in Val Fonda scavata dal torrente Fragolfo, è dominato dai boschi spogli della Montagna.
Il nuovo lavoro di Melchiorre si apre con un’immagine che avrebbe fatto felice Alfred Hitchcock e, nello stesso tempo, ci anticipa uno dei temi centrali del libro che sta proprio nella imprevedibile quanto drammatica presenza della Natura.

Distinsi una poiana: becco aperto, occhio tremendo, ali basse. Stringeva al suolo, inchiodata con gli artigli, una cornacchia nera.

Il Duca racconta in prima persona la sua storia: ultimo della dinastia dei Cimamonte, unico erede di un consistente patrimonio e di una stirpe prossima a disseccarsi. Quello del Duca di Vallorgàna è però un titolo incauto e non solo perché il protagonista sarebbe a tutti gli effetti (anche quelli inutili) un Conte ma perché il paese stesso presenta un ordinamento sociopolitico comune a tanti paesini che non ce l’hanno fatta a stare al passo con il tempo. A Vallorgàna tutto gira attorno all’istituto informale del cortile. Vi sono cortili grandi e meno grandi, popolati o quasi vuoti (…) sereni e cooperativi (o) percorsi da antichissime ostilità.

E in quei cortili se sei di sesso maschile, sai fare qualcosa con le mani e lo fai instancabilmente, sei violento nei gesti, nelle parole e nei pensieri puoi ben diventare feudatario del cortile e vassallo[3] di Fastréda. E Fastréda sarà il principale avversario del nostro antieroe: Fastréda, quello che si è infilato nella nicchia ecologica lasciata dagli antenati del Duca, il sultano, quello che si è fatto da sé, il vecchio falso, doppio, triplo, il più canaglia di tutti.
Con Fastréda l’indolente e un po’ minchione protagonista incontrerà anche la discordia: infida, sleale, subdola, meschina (…) destinata ad imperversare per mesi e mesi, disseminandoli di insensatezze, consumando il tempo, infettando e viziando ogni cosa.

Nel romanzo di Melchiorre entrano tutti i topos della montagna, quelli più romantici e retorici. Ci entrano descritti da chi non si fa abbindolare dal richiamo del si-stava-bene-quando-si-stava-male. Legna tagliata e rubata, malghe con gerani e formagetti ad uso turistico/cittadino, lupi minacciosi e minacciati, confini spostati, stalle incendiate, boschi che corrono troppo, fiere di San Matteo, emarginati e zingari e ci sta, comoda, tutta la sapienza dell’autore (direi erudizione in gran misura) che ci accompagna nella storia, piena di casi domestici e accadimenti quali guerre, pesti e finanche una cometa, delle nobiltà del passato. Perché anche in montagna, in secoli lontani così generosi di metafore e di ingiustizie, la nobiltà esisteva ed era una questione di sangue. Punto e basta. E così lo scontro tra il Duca e il Frasnéda diventa uno scontro di classe, non nuovo, mai risolto, ma che sulla bocca dei protagonisti, nei gesti dei comprimari, persino negli stravolgimenti della Natura prendono nuovo vigore.

Il roccolo
Matteo Melchiorre

Da una parte un nobile che vive mezzo nel passato e mezzo nel presente che ha uno Stemma. Una villa. Terreni e boschi. Prati. Campi. Mobilie di altri tempi che (ha) i soldi. E dall’altra quelli che partono più indietro, che possono quello che possono e non quello che vogliono, quelli che hanno gambe più corte e che per quanto corrano restano comunque indietro.

In quel teatro delle maschere si fa avanti una donna, Maria, che riuscirà a risolvere i problemi di amichevolezza del Duca. Uomo stupefatto e stupido il Duca, che davanti a lei stava in piedi però scivolava e si lasciava coscienziosamente scivolare[4], impiegherà molto tempo per scoprire che Maria era la porta socchiusa dove poteva scorgere barlumi di luoghi, percettibilissimi profumi, strani sentori, desideri già appagati da tempo e altri ancora inespressi.

Il libro si sviluppa in luoghi mai nominati ma riconoscibili, sono (quasi) gli stessi dei romanzi precedenti di Maffeo, le montagne ripide e arcigne[5], valli strette, paesi che cercano di sopravvivere dignitosamente, grandinate che cadono ad ottobre e cieli densi di colori aranciati, grigi, blu e viola. È da un cielo così che peraltro non sembrava un cielo ma un pezzo di iperuranio[6] che l’autore infila una manciata di pagine che trascinano il lettore in un accadimento naturale recentissimo quanto drammatico.

Noi lettori, per poco ma abbastanza da intravedere quello che realmente è stato, ci troviamo dentro la tempesta Vaia. Siamo trascinati insieme al Duca in mezzo alle schiere di cavalli e cavalieri, migliaia e migliaia che in quel fine ottobre del 2018 abbatterono quattordici milioni di alberi, siamo inermi in mezzo al finimondo dove il vento trascina con sé il latrato di mille latrati[7].
La tempesta distrugge e mette tutti al loro posto. Anche la discordia e i suoi inutili contendenti. E con l’eccitazione di quando ci si scopre sani e salvi, scampati ad un evento destinato a diventare memorabile (che si inizia a) programmare il da farsi.

Il Duca mette in ordine molte cose, qualche mistero, scritte antiche e vergogne recenti e, ancora una volta e per l’ultima volta, fa la cosa sbagliata e lascia Vallorgàna per tornare in città. Là dove il cognettismo ha fatto numerosi proseliti, in realtà cittadini che già pensavano che le piccole difficoltà del vivere in montagna son poca cosa rispetto ai grandi vantaggi che se ne possono trarre a livello odontoiatri che sostengono stupiti che occorre far leva sulla montagna per cambiare il mondo.

Maffeo/Matteo/il Duca ben rispondono a queste baggianate invitando tutti questi idealisti dell’alpe di andarci su a Vallorgàna ma non una volta ogni tanto ma per giorni e giorni (…) per settimane, mesi e anni e che provino ad accontentarsi delle cose di cui si accontenta Nelso Tabióna.

E così, dopo un lungo viaggio tra antichissime Chroniche e dicerie di paese, il romanzo di Vallaresso[8] finisce con un liocorno che salta fuori dalla tana. Beh, non proprio così ma certo il Duca (e Maria) potranno finalmente mettersi al fianco delle nobilissime, loro si veramente nobili, stirpi dei Tabióna e dei Coltiàlt, dei Valíne e dei Tamburlín, dei Coente e degli Stramín.

_____
[1]
Nella fascetta promozionale che accompagna Il Duca, il nuovo romanzo di Matteo Melchiorre, esperto di storia medioevale e, come ormai viene presentato ai più, storico della montagna e dei boschi, si legge che “pagina dopo pagina si fanno le tre di notte”. Io, l’ho iniziato nel primo pomeriggio di una domenica da rovente Mauritania è chiuso all’ultima pagina, la quattrocento cinquantatreesima, all’una in punto.

[2] La definizione Letteratura di Montagna ha, in questi anni, visto ampliarsi l’ambito in cui si colloca e, pure, gli autori che, ahinoi, sono definiti i nuovi Rigoni Stern.

[3] Tutto il libro è attraversato dalla malattia di Matteo Melchiorre: questa malattia si chiama amore per la storia medioevale.

[4] Ci sono molti modi per descrivere l’innamoramento e questo è certo uno dei più nuovi.

[5] Montagne orride di quell’orrido che secoli fa diede il via alla fascinazione di moltissimi verso quelle punte aguzze, grigie e rosa.

[6] La scrittura di Melchiorre è, come in questo caso, una scrittura classica, aurea: iperuranio (agg.) situato oltre i cieli: il mondo i. (s.m.) lo spazio al di là delle sfere celesti, presunta sede delle idee platoniche.

[7] L’inutile opposizione del Duca al mostro d’aria mi ha riportato ad un giorno di fine gennaio 2019, un anno dopo la furia della tempesta Vaia, in Piazza Maggiore a Feltre, lungo simbolo della città, dove Ida Harm e Roberto Mainardi, due grandissimi artisti moderni, presentarono l’Opera invisibile. Quel tardo pomeriggio eravamo in tanti ad ascoltare in quella Piazza, straordinariamente più bianca e metafisica del solito. Sì, perché l’Opera invisibile è un suono elaborato fin nei minimi dettagli per ripresentare, ricostruire, riproporre, ricordare quell’evento drammatico miscelando l’urlo furibondo del vento, il muggire della bufera e il suo farsi strada fra gli alberi, spezzandoli e riducendoli in semplici tronchi e ammassi di legno senza forma e anima. L’Opera invisibile si sentì per quattro minuti e mezzo. Nessun altro suono, nemmeno quello del respiro di chi c’era. Solo dopo qualcuno pianse.

[8] Matteo Melchiorre è anche Maffeo Vallaresso.

IL DUCA

Autore: Matteo Melchiorre
Editore: Einaudi
Pagine: 464
Prezzo di copertina: € 21,00

Einaudi

Davide Torri

Davide Torri

Insegnante di educazione fisica. Da diversi anni promuove iniziative dedicate alle terre alte (e anche alle montagne di mezzo). Ha prodotto documentari e spettacoli teatrali, organizzato convegni, incontri, mostre, costruito progetti di microeconomia alpina, pubblicato saggi e ricerche: il tutto dedicato alle montagne e alla gente che sopra ci vive (in pace). Collabora con altitudini da molto tempo.


Il mio blog | Scrivo su altitudini.it da molto tempo. Mi piace starci perché, nonostante sia virtuale, è un luogo dove la concretezza delle persone e delle montagne è sempre lì: da toccare.
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2 commenti:

  1. Vera ha detto:

    Trovarne di insegnanti come te….

  2. Elena ha detto:

    Sempre un piacere leggerti: mai banale!

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