Racconto

L’ANTIVIGILIA

Dio camminava con il bavero del giubbotto alzato nella piazza deserta perché in quell’antivigilia di Natale l’inverno mordeva con i suoi denti più affilati...

testo di Paolo Aresi, illustrazione di Alice Pasinetti

23/12/2021
10 min
Dio camminava con il bavero del giubbotto alzato nella piazza deserta perché in quell’antivigilia di Natale l’inverno mordeva con i suoi denti più affilati e la tramontana spazzava le vie del centro.

Aveva con sé dei libri che erano stati stampati da pochi mesi, perlopiù parlavano dell’Africa. Era vestito con un piumino nero, nero come la pelle del suo volto, vecchi pantaloni di velluto, scarpe da ginnastica. Avesse avuto un’età, poteva avere cinquant’anni; una cicatrice gli segnava la fronte, sopra l’occhio destro. Portava guanti di lana che non ce la facevano a tenere calde le mani.

Un piccolo ristorante si affacciava sulla piazza; entrò e si lasciò alle spalle il gelo. Dentro c’erano luci discrete, profumo di buoni cibi, donne che ridevano con i loro uomini. Lo sguardo si posò su una ragazza dai capelli lucenti e neri, che le toccavano le spalle. Aveva la frangetta e due occhi scuri e labbra disegnate da un pittore. Stava parlando con un ragazzo dai capelli arruffati, un po’ stralunato, una giacca dal taglio vagamente militare. Improvvisamente la ragazza alzò gli occhi e incrociò lo sguardo di Dio.

In quel primo pomeriggio Francesca era tornata dall’università: aveva passato l’esame di Linguistica, il docente le aveva dato un bel trenta. Il treno ora correva tranquillo, e lei era seduta accanto al suo ragazzo e osservava il paesaggio bianco scorrere nel finestrino. Arrivò alla stazione, raggiunse il parcheggio, prese la vecchia Punto di suo padre. Accompagnò in valle il suo ragazzo, poi raggiunse il piccolo paese di montagna dove abitava, una casa antica, lasciata dai bisnonni e dai nonni contadini. Corse sulle scale, arrivò al pianerottolo, spinse la porta che era sempre aperta ed entrò come un colpo di vento gridando «Trenta!». Il papà era seduto in soggiorno davanti al computer. Francesca si fermò un momento, lo guardò: la camicia azzurra, il golf blu di lana. Disse: «Sei contento, papà?».
«Molto. Festeggiamo insieme?».
Francesca scosse la testa: «No, papà, stasera devo andare con Michele, festeggiamo in città».

L’uomo provò un senso di dispiacere, ma sapeva che era giusto così, lei ormai era grande. Disse: «Non importa, divertiti». Francesca andò nella sua camera, si fermò alla finestra a respirare un senso di gioia, si sentiva brillare come la neve che copriva le montagne e il paese. Aveva nevicato tanto quell’anno. Sarebbe stato un vero Natale.

Era una bella serata. Andarono in pizzeria. Poi al pub avrebbero incontrato gli amici. E magari sarebbero andati a suonare nella sala prove. E poi finalmente sarebbe tornata in paese e caduta nel suo letto. O forse no. Le sarebbe piaciuto fare l’amore con lui. Era così bello. Pensò che la vita fosse una splendida avventura; sentiva che poteva avere una grande vita, che non c’erano limiti, che tutto era a portata di mano. Francesca prese la mano di Michele e gli sussurrò nell’orecchio: «Ti amo».

Fu in quel momento che la porta del locale si aprì, che lei alzò gli occhi e il suo sguardo andò a incrociare quello dell’uomo di colore, con il piumino nero molto più grande di lui, il bavero alzato.
Aveva in mano dei libri. Francesca rimase a fissarlo, vide che un cameriere gli si avvicinò, notò che gli dava una moneta e lo invitava a uscire. Avvertì il soffio di aria gelida arrivare fino a lei.

Bevvero della buona birra. Era profumata. Difficile dire di che cosa profumasse, ma la birra le piaceva. Michele le sussurrò all’orecchio che era bellissima. Parlarono dell’esame, della Linguistica. A Francesca piacevano le parole, si domandava il senso delle parole. Quante volte si era chiesta da dove venissero… Dal latino, certo. Ma il latino a sua volta? Prima dei latini c’erano stati altri popoli, altre genti. Dieci, ventimila anni prima di Cristo. Centomila. Anche loro parlavano, viaggiavano, commerciavano.

I fasci di luce delle parole attraversavano i millenni.
Uscirono dopo un paio di ore, si incamminarono verso il parcheggio e si tenevano stretti, attraversarono tutta la piazza, arrivarono sotto il portico, videro l’uomo sdraiato sul pavimento. Passarono oltre, fecero forse venti metri in silenzio. Francesca si fermò, si voltò. L’uomo era là, sdraiato nel gelo.

«Che cosa c’è?» disse Michele.
«Pensi che dorma?».
«Credo di sì».
«Andiamo a vedere».
«Ci stanno aspettando».
Michele aveva ragione, dovevano andare. Francesca disse: «Vado a vedere. Un attimo».
«Lascia stare. Dorme».
«Siamo sottozero».
«Loro sono abituati alla vita dura».

Francesca disse: «Un attimo» e tornò indietro. C’era una brezza tagliente e nient’altro, soltanto il silenzio dell’inverno. Si fermò davanti all’uomo. Immaginò che non respirasse più, prese dalla tasca il cellulare, pensò di chiamare il 118. Decise di muovere un altro passo verso lo sconosciuto.
Ripensò al calore del ristorante.
Le parole dolci di Michele.
L’esame. Trenta.
Lo riconobbe: era l’uomo di colore che era entrato con i libri. La ragazza appoggiò un ginocchio al selciato e fece: «Signore…». Trovò il coraggio di avvicinare la mano alla spalla dello sconosciuto, lo scosse lievemente, poi più forte. Rimase lì, in ginocchio, prese il telefonino dalla borsa.

Michele si era avvicinato, disse: «Che cosa stai facendo?».
«Chiamo aiuto».
«Lascia stare».
«No».
In quel momento l’uomo aprì gli occhi e disse: «Sto bene».
Francesca disse: «Non può restare qui, fa troppo freddo».
L’uomo ripeté: «Sto bene. Molto bene».
«Chiamo l’ambulanza».
«No, grazie, davvero».
Francesca si rialzò, guardò Michele, poi di nuovo lo sconosciuto, si chiese da dove mai venisse quell’uomo. Disse: «E’ sicuro?».
«Sicuro».

Camminavano verso il pub; brillavano le stelle persino lì, sopra la via della città. Francesca disse: «Chissà da dove viene quell’uomo».
Michele disse con noncuranza: «Dall’Africa».
«Certo, dall’Africa. Ma l’Africa è grande. Chissà come era il suo paese».
Michele alzò le spalle nella strada buia, guardò passare due auto, fece: «Penso molto diverso da qui».
Francesca camminò in silenzio, poi disse: «Se mi dicessero di scegliere tra fare la cantante o la studiosa di lingue perdute, sceglierei di fare la studiosa di lingue perdute».
«Contenta tu».
Francesca rise. «Non ci credi?».
«Ti credo. Sei matta».
«Perché matta?».
«Diventerai un topo di biblioteca. Un po’ lo sei già».
«Guarda che mi offendo».
Accadde in quel preciso istante.

Francesca nemmeno si accorse dell’automobile che arrivava a velocità un po’ sostenuta, dalla strada rettilinea: la vide quando a venti metri da loro sbandò e i fari che ondeggiarono, sentì un rumore forte, stonato del motore, in una frazione di secondo la vide puntare verso di loro, ma non fece tempo a muoversi, a scansarsi: l’automobile salì sul marciapiede, travolse lei e il suo ragazzo. Poi lo schianto e il silenzio. Più tardi si sentirono le sirene, ma la ragazza non sentì più niente.

Il padre di Francesca stava leggendo un libro quando suonò il telefono. Rispose incredulo, poi terrorizzato. Si coprì, scese in auto, corse come un matto fino alla città, al grande ospedale. Entrò nel grande atrio, si guardò attorno, vide un infermiere, disse che la figlia aveva avuto un grave incidente, che doveva trovarsi in neurochirurgia, chiese dove dovesse dirigersi.
L’infermiere spiegò con calma e cortesia.

Il papà di Francesca non si era nemmeno cambiato. Stava sul divano con una birra e un panino quando il cellulare aveva squillato. Adesso era lì, con il cuore che batteva forte, le mani sudate, fra quelle pareti chiare, quelle luci a led. Al terzo piano, l’infermiere in camice verde gli andò incontro. Era piccolo di statura, disse: «Il signor Bonetti?».
«Sì».
«Francesca è in sala operatoria, l’intervento inizierà fra poco».
Chiese con la voce che tremava: «Cosa ha avuto?».
«Un trauma cranico forte. L’equipe è pronta».
Tommaso Bonetti provò tanta paura. «Devono operarla?».
«Sì».
«È grave?».
«Io posso dirle soltanto che è una situazione molto seria».

Il padre fissò l’uomo senza parlare. L’infermiere si sentì in dovere di dire: «C’è di turno il dottor Birolini, è molto bravo». Poi disse: «Sarà un intervento lungo, può restare qui». Fece un cenno di saluto e passò oltre la porta tagliafuoco. Tommaso Bonetti rimase nella sala d’attesa. Pochi pensieri lo martellavano senza sosta. Uno era che l’aveva vista uscire tre ore prima, felice. Tre ore prima.
Il senso di ansia gli spezzava il respiro. La sua ex moglie, mamma di Francesca, non si trovava.
Si sentiva solo come mai gli era successo.
Era solo in quell’ospedale silenzioso.
Una fatalità. Destino.
Un attimo.

Il conducente non era giovane, anche lui era ricoverato in stato di choc. Gli avevano detto al telefono che forse era stato un malore. Michele, il suo ragazzo, si trovava in traumatologia, una gamba rotta, non era grave.
Avrebbe voluto piangere. Smise di camminare, sedette sulla poltroncina.
Non poteva fare niente.
Poteva soltanto aspettare.
Era nelle mani del chirurgo.
Perché il destino gli stava facendo una cosa così terribile?
Avrebbe potuto pregare.
Appoggiò la testa al muro. Chiuse gli occhi.

Dio si alzò dal giaciglio sotto i portici che era notte fonda e non c’era nessuno e nemmeno si sentiva alcun rumore. Guardò i libri che teneva vicino alle coperte. Respirò l’aria gelida.
Deglutì. Rivide il volto della ragazza in quel ristorante, poi vide l’auto che sbandava, l’ambulanza, la sirena, la corsa verso l’ospedale. Aprì gli occhi e li chiuse di nuovo. Ora la vedeva sotto quelle luci potenti, i medici che le stavano attorno, vestiti di verde. Vide la mano del chirurgo, il braccio robotico che si muoveva sulla testa della ragazza.

Il destino seguiva il suo corso e le cose andavano come dovevano andare e non c’era né giusto, né sbagliato. Le cose semplicemente andavano come andavano nell’universo.
C’erano delle regole e tutto si sviluppava in base a quelle.
Così era.
E dolore e gioia erano conseguenze inevitabili per i viventi.
Per tutti i viventi.
Gli esseri umani lo chiamavano destino, lo chiamavano caso, fatalità.
Inalò con forza l’aria dell’inverno.
Ma no, in quel momento no.
No.
In quel momento, una lacrima rigò la guancia di Dio.
No, in quel momento il destino doveva prendere un altro corso e la realtà doveva obbedire a una volontà superiore.

Alla fine, la moglie lo aveva chiamato, aveva detto che sarebbe arrivata, che era a Milano e che sarebbe corsa lì.
Bonetti guardò l’orologio, vide che erano le quattro. Non aveva sonno, non aveva mai avuto sonno in quella notte terribile. Aveva pensato.
Tutti i suoi anni con Francesca. Tutto, aveva rivisto tutto, da quando era nata: ogni mese, forse ogni giorno, anche quello che pensava di non ricordare più…
Vide la porta tagliafuoco aprirsi, un uomo vestito di verde gli andò incontro, Bonetti si alzò dalla poltroncina. L’uomo abbassò la mascherina, disse: «Sono il dottor Birolini, ho operato sua figlia, lei è il padre?».

«Sì, sono il padre». L’ansia gli afferrò lo stomaco, avrebbe voluto che quel medico gli dicesse subito come stava Francesca, subito.
Il dottore mormorò: «Cerco sempre di essere sincero con i pazienti e con i loro congiunti».
«Mi dica quello che deve dirmi, dottore, non gli giri attorno, per favore».
«Non gli girò attorno. L’intervento è andato molto bene, Francesca ha ottime probabilità di guarire».
Bonetti pensò che sarebbe impazzito dalla felicità, ma disse soltanto: «Grazie dottore».
«Ho fatto quello che potevo. Ma c’è una cosa che mi sento in dovere di dirle. Non è facile spiegarmi, ma sento che è giusto dirlo».

Bonetti rimase a fissarlo, la gioia che gli scoppiava dentro, frenata dall’ombra del dubbio. Il dottore disse: «Quando ho manovrato il bisturi robotizzato… in realtà il bisturi ha guidato la mia mano, il computer ha modificato i miei ordini. – Fece una pausa, guardò Bonetti, continuò: – Non è stata una faccenda di pochi secondi, ma di almeno tre, quattro, forse cinque minuti. Io guardavo, e capivo che quel marchingegno stava facendo la cosa giusta, meglio di quella che avevo pensato io. Faceva di testa sua, e questo non è possibile. Ma io l’ho lasciato fare».
Bonetti annuì, ma non disse niente.
Il medico si passò una mano sul volto. Continuò: – Ho deciso di dirle questa cosa per onestà.
Bonetti non capì bene quello che il medico gli aveva detto perché nella sua mente c’era spazio soltanto per la gioia, soltanto per il pensiero che Francesca sarebbe guarita. Ringraziò ancora il dottore, e ancora, e ancora.

In quella mattina della vigilia di Natale, l’aria cominciò a schiarirsi verso le 7.30 mostrando un cielo nuvoloso. Nella prima luce del giorno, Dio andò al Patronato San Vincenzo; prese il caffè e il latte e del pane con la marmellata e poi si alzò e andò da don Davide che era seduto giù, in fondo alla mensa. Gli disse: «Buon Natale, don Davide» e il prete gli sorrise e gli disse: «Hai bisogno di qualcosa?», ma il nero scosse la testa e gli sorrise. «Come stai?» fece don Davide.
L’uomo annuì, disse: «Molto bene, don Davide. Lei come sta?».
«Sto bene, grazie. Ci hanno regalato trecento panettoni, ieri sera».
«Molto bene» rispose l’ospite, che salutò e uscì dalla mensa. Fece un lungo respiro che divenne vapore nell’aria gelida e si tirò su il bavero del piumino. Sotto il cielo grigio di nubi, con i libri sotto il braccio, Dio si rimise in cammino.

Illustrazione a acquerello di Alice Pasinetti www.facebook.com/littlepinealice

Paolo Aresi

Paolo Aresi

Paolo Aresi è giornalista e scrittore, ha pubblicato diversi romanzi e libri di saggistica varia. Il suo ultimo romanzo, "La stella rossa di Korolev" è uscito nell'aprile scorso per Delos Digital. A ottobre ha pubblicato un libro dove ha ricostruito e ripercorso in bici e a piedi la strada Priula: "Sull'antica Via Priula", Bolis Edizioni.


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