Racconto

MADONIE DI ROCCIA E DI NEVE

Di roccia, di neve e di ghiaccio: il Carbonara e le Madonie al di là dell’ordinario, tra la storia di vecchie ascensioni e nuove linee di salita.

testo e foto di Gerlando Lo Cicero  / Palermo

13/03/2022
7 min
È successo, finalmente.
Erano anni che il massiccio madonita di Pizzo Carbonara stuzzicava la mia fantasia alpinistica di salirlo dal suo versante più difficile, precluso a quanti non hanno mai praticato la montagna al di là della normale attività escursionistica.

Ma gli ultimi anni, in Sicilia, i nostri inverni non sono stati particolarmente generosi di neve, tanto da vestire i nostri monti, anche le cime del Parco Regionale Naturale delle Madonie, di quelle condizioni ambientali e climatiche che, in alta e media montagna, permettono di fare ascensioni invernali prettamente alpinistiche. Oltre a questo, la mia personale attività alpinistica ha avuto un notevole rallentamento: non avevo abbandonato del tutto le salite in montagna, ma nell’ultimo periodo mi ero dedicato più al “normale escursionismo” che all’alpinismo.

In questo inverno, invece, è prepotentemente riesplosa in me la voglia, quasi spasmodica, di tornare alla montagna alpinistica, complice anche il particolare innevamento che ha caratterizzato i nostri monti siciliani, Madonie comprese.

Ho avuto anche la fortuna di trovare sul mio cammino, in questo ultimo anno, qualche nuovo amico di montagna che, nonostante ci conoscessimo da poco, ho presto intuito che avevano un forte potenziale di passione e competenze, tanto da potermi permettere di legarmi in cordata con loro e tentare, così, salite oltre l’ordinaria attività escursionistica. Sperare poi, alla mia età di 51 anni, di trovare nuovi compagni di cordata non era una cosa scontata. Sono stato fortunato anche per aver ripreso i contatti con l’amico di vecchia data, Giuseppe Ippolito, con cui ho condiviso tante avventure in montagna. Averlo ritrovato dopo qualche anno di lontananza mi ha dato una motivazione in più ritornare a impugnare le piccozze e allacciare i ramponi, a piantar chiodi nelle fessure calcaree e indossare l’imbracatura.

Il versante più difficile di Pizzo Carbonara, sulle Madonie, è quello che si affaccia a nord ovest, baciato dalle brezze marine del Mar Tirreno che dista davvero pochi chilometri in linea d’aria. Questo versante è un immenso e quasi ciclopico dirupo, largo alcuni chilometri e alto fino a 500 metri che sorregge l’altopiano carsico dell’intero complesso montuoso del Carbonara, formato dalla cima principale di Pizzo Carbonara (1979 m) e da altre cime secondarie, definite cime satelliti di Pizzo Carbonara, intermezzate tra esse da doline e falsipiani.

Il dirupo nord ovest di questo massiccio è caratterizzato da alte pareti rocciose verticali, torrioni di roccia e ripidi canaloni che fuori dalla stagione invernale sono delle immense e ripidissime pietraie e ghiaioni, formate dalla incessante e lenta azione di sgretolamento delle pareti rocciose, dovute all’azione del gelo e disgelo e delle intemperie.

Ma è proprio in inverno che questi pareti e canaloni si trasformano in superbe vie di salita di stampo alpinistico. Si ricoprono infatti di neve e, in molti e lunghi tratti, di ghiaccio mentre le pareti rocciose verticali si coprono di vetrato che rende l’arrampicata particolarmente suggestiva, difficile e delicata. Queste vie invernali sono state percorse la prima volta in un’epoca che definisco “epoca d’oro dell’alpinismo siciliano” e cioè a cavallo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Grandi nomi del nostro alpinismo regionale hanno firmato questi itinerari, ripetuti successivamente da altri forti arrampicatori: Filippo Buttafuoco, Costantino Bonomo, Sergio Cucchiara, Gabriele Perla, Calcedonio Gonzales, Vito Oddo, Roby Manfrè e il fratello Gabriele e altri.

Si hanno notizie certe che la prima via alpinistica ad essere stata aperta sul versante ovest di Pizzo Carbonara fu opera di Filippo Buttafuoco insieme a Gianni La Barca, Alfredo Miraglia e Lucia Pagano il 13 novembre del 1963. Poi negli anni immediatamente successivi, come anche fino alla fine degli anni ’80, furono scalati nuovi itinerari, alcuni dei quali anche di notevoli difficoltà (fino al VI grado della scala classica) a opera di Roby Manfrè e compagni.

E così, questo inverno, dapprima insieme a Alberto Fazio ho ripreso in mano i miei vecchi ramponi e le mie piccozze e, tanto per riacquistare dapprima un po’ di confidenza con l’uso di questi attrezzi, a dicembre 2021 siamo andati a ripetere l’entusiasmante e bellissima cresta della Quacella (Madonie), non troppo difficile tecnicamente ma neppure mai banale, compiendone la traversata invernale integrale da Monte Quacella a Monte Mufara, lungo quel sottile e aereo filo innevato che corre tra le due vette. Poi una serie di normali uscite escursionistiche, con le ciaspole ai piedi, mi hanno visto insieme a qualche altro caro amico su e giù per altre vette e pendii delle Madonie, percorre anche notevoli distanze e superando forti dislivelli, così da tornare ad avere il giusto allenamento sul terreno innevato.

Finché è arrivato il momento di tentare la salita per alcuni di quei famosi itinerari alpinistici del Pizzo Carbonara, oltre a salire due nuovi itinerari certamente inconsueti sotto l’ottica alpinistica, ma che ci hanno regalato esperienze di un certo livello, sia sul piano tecnico che, soprattutto, emozionale: una lunghissima e ripidissima lingua di neve mista a ghiaccio sul versante nord di Pizzo Antenna (sottogruppo di Monte Cervi) e il ripido scivolo nord dell’Anfiteatro della Quacella che ci ha portati direttamente all’inizio della famosa cresta che abbiamo traversato nuovamente.

Così nel mese di febbraio siamo saliti, io con Alberto Fazio prima lungo il “canalone dell’Innominato” e dopo qualche settimana, sempre con Alberto, ma stavolta insieme anche a Calogero Pagano e a Michele Mormino, il canalone Perla sullo stesso versante. Questi due canaloni sono, come detto, veri e propri itinerari alpinistici di misto se saliti in inverno con le condizioni giuste. Il Canalone dell’Innominata, in particolare, è stato definito dal grandissimo Roby Manfrè, nel suo libro “Monti di Sicilia” della famosa collana “Guida dei Monti d’Italia” del CAI e TCI, come la salita di misto più difficile della Sicilia.

E così, oggi seduto comodo sul divano di casa e rivedendo le foto scattate durante queste nostre salite invernali, mi è facile ed emozionante rivivere quei momenti.

«È difficile salire, da qui. Ma se procediamo oltre e la montagna non ci lascerà passare dalla parte alta di questo immenso e scosceso canalone, scendere da dove siamo saliti sarà quasi impossibile. Mah si, qualcosa ci inventeremo. In qualche modo ne usciremo. Proveremo a passare in alto, traversando poi a destra per puntare verso pizzo Scalonazzo, da dove infine scenderemo a valle».

Mentre discutiamo su questi punti interrogativi, io con i miei compagni di scalata continuiamo a salire.

Entrare dentro il dirupo del versante ovest di Pizzo Carbonara è come entrare in un labirinto di vertigine. Morire? No, siamo qui per vivere l’infinita bellezza di questo canalone scosceso in un ambiente grandioso. Non puoi dire di conoscere bene il massiccio di Pizzo Carbonara, nella sua vera essenza, se non lo hai mai salito da questo lato, soprattutto in inverno. Il versante nord ovest è realmente l’aspetto più intimo di Pizzo Carbonara, insieme bellissimo e terribile.

Il grattare ruvido delle punte dei ramponi sulle rocce che affiorano dal ghiaccio mi fa capire che Alberto è impegnato in un traverso delicato. Sta salendo una lingua di neve mista a ghiaccio che sale in diagonale verso sinistra del canalone, dal basso guardo il mio compagno di scalata procedere lentamente rimanendo aggrappato alla parete verticale di roccia, con le mani che cercano appigli poco più sicuri e i suoi ramponi che mordono ghiaccio e roccia; nel punto in cui sta traversando, un salto verticale di alcuni metri lo separa dal ripidissimo e profondo scivolo di neve e ghiaccio che abbiamo risalito fino a quel punto. Procediamo slegati, le corde e gli imbraghi insieme all’attrezzatura da arrampicata la teniamo ancora dentro agli zaini, fin qui non abbiamo ritenuto indispensabile legarci. Ma adesso, guardando Alberto annaspare su questo traverso di misto, con un salto verticale di parecchi metri sotto di esso, una sua caduta lo proietterebbe irrimediabilmente in fondo al canalone di neve e ghiaccio che abbiamo risalito, mi pento di non aver deciso di legarci.

Ma ho fiducia nel mio compagno, è un ragazzo che da poco ha iniziato a fare alpinismo ma ha già un bagaglio di capacità tecnica e di intraprendenza di tutto rispetto. Ho tanta fiducia in lui che ormai in alcuni tratti della salita, anche i più tecnici e difficili, lo lascio andare avanti per saziare la sua fame di scoperta e fargli assaporare in pieno il piacere di salire da primo di cordata.

Poi finalmente mi chiama, dopo aver terminato quel traverso tecnico ed esser sparito dalla mia vista dietro uno spigolo di roccia: «Gerri, qui pare diventi un po’ più facile salire, il traverso difficile è finito, secondo me conviene che sali anche tu e continuiamo da qui per queste rocce sopra di me e più in alto riprendiamo lo scivolo di ghiaccio che dovrebbe poi portarci in cima».

Le parole di Alberto che mi giungono dall’alto mi fanno tirare un sospiro di sollievo: il mio compagno è fuori dalle difficoltà. Tocca a me, salgo quel traverso difficile che sale diagonalmente, e mi accorgo quanto è stato bravo Alberto a passare da lì senza sapere bene cosa lo aspettava oltre il traverso difficile.

Lo raggiungo, guardo in alto, la cima del dirupo ovest di Pizzo Carbonara e la cima di questo canalone di misto che stiamo scalando è ancora lontana. Avremo ancora da scalare, in alto vedo altri salti verticali di roccia che interrompono lo scivolo di neve e da lì in qualche modo, dovremo arrampicarci e salire.

Gerlando Lo Cicero

Gerlando Lo Cicero

Mi chiamo Gerlando, ma da sempre per gli amici sono Gerri. Sono nato a Palermo, dove ancora vivo. Città di mare, ma anche di montagna. Appena quindicenne sono diventato socio Cai e da allora non ho mai smesso di far montagna, spaziando dalle montagne siciliane al Gran Sasso e alle Dolomiti, salendo alcune vie classiche che segnarono la storia dell'alpinismo dolomitico. Ho scalato anche numerosi 4 mila delle Alpi Occidentali che mi portarono ad appassionarmi anche all'alpinismo su neve e ghiaccio. Vennero poi gli anni della speleologia, sempre in seno al Cai. Oggi mi dedico soprattutto l'escursionismo, anche di un certo impegno.


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2 commenti:

  1. Pietro Tomasello ha detto:

    Ma Gerri non è soltanto un alpinista ed un escursionista di salite di grande difficoltà, sa anche essere un paziente “capo branco” che guida amici ed amanti delle montagne che non hanno grande esperienza su percorsi non molto impegnativi se non addirittura facili. Questo gli fa grande onore e lo colloca nel cuore di tanti amici anche di età non indifferente.

    1. Gerlando Gerlando ha detto:

      Pietro, la primavera è vicina, porterà con sé nuove escursioni di impegno medio facile da vivere insieme, e sarà bello camminare per sentieri tra i boschi e raggiungere per le vie facili le vette. La montagna non è solo vie difficili, la montagna è poter condividere e vivere le esperienze con i buoni amici secondo le possibilità di ognuno.
      E tu sei un buon amico, lo sai!

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