Reportage

#12 VIAGGIO APUANO

Nella terra del marmo e delle cave di dentifricio

testo e foto di Diego Barsuglia  / Vecchiano (PI)

16/11/2020
9 min
Il Bando del BC20

Viaggio Apuano

di Diego Barsuglia

Il sole di mezzogiorno batte forte in Valserenaia. Mentre cammino all’ombra dei faggi e alle pendici del Grondìlice, d’improvviso mi sento chiamare da un inglese un po’ tedesco:
«Scusa, sapresti darmi un’informazione», mi chiede. Si chiama Matheus, è un escursionista bavarese. Il ragazzo prende una cartina e mi indica delle linee che disegnano delle chiazze in mezzo al Parco Regionale delle Alpi Apuane.
«Sapresti dirmi che cosa sono queste linee, non le trovo nella legenda».
«Hai ragione, non ci sono», gli dico. Indicano i confini delle cave di marmo, sono aree escluse dal parco dove si cava la pietra bianca per cui queste montagne sono diventate famose in tutto il mondo. «Sai, la Pietà di Michelangelo? Viene da qui».
«Si scava in mezzo a un parco naturale?», mi chiede.
«Sì, l’estrazione del marmo è una pratica antica, il parco è stato disegnato di recente e le cave sono state escluse dai suoi confini».
«Capisco» mi dice, «quindi queste linee rappresentano il limite di escavazione?» «Veramente no, la maggior parte delle cave è più ampia dei tracciati che vedi, e in essi non sono incluse molte delle cave inattive e abbandonate».

All’alba lascio il versante della Garfagnana e una forte pioggia autunnale inizia a battere la strada, raggiungo Castelnuovo e prendo la via di Arni. Dopo aver fiancheggiato per chilometri il Turrite Cava, la via sprofonda nel passo del Vestito, un tunnel scavato nella roccia nuda, senza luci e percorso da enormi camion polverosi carichi di blocchi bianchi. Improvvisamente la luce investe il parabrezza e mi affaccio sul bacino estrattivo di Massa. Davanti a me si dipana una cresta montuosa di sei chilometri e mezzo completamente devastata. Tagli profondi, calanchi pieni di detriti e montagne capitozzate lasciano senza fiato.
Alla fine della via panoramica inizio a percorrere la Valle del Frigido. Immersa tra i castagni umidi per la pioggia, la via Bassa Tambura si addentra tra le pendici Apuane fino a raggiungere le falde dell’area più selvaggia della catena montuosa. Mi metto la mantella e raggiungo un ovile appoggiato su un basamento roccioso bagnato dal fiume Renara. Sulla porta c’è un pastore e i cani mi vengono incontro abbaiando bagnati, sospettosi e infine docili.
Il pastore mi fa un cenno col capo e lo raggiungo. Mi chiede che ci faccio lì, si interessa subito alla questione e vuole dire la sua. Mi indica la montagna sopra di noi, la Tambura, e mi dice: «Vedi? Oltre quella montagna c’era un alpeggio importante. Con la bella stagione iniziava la transumanza e percorrevamo il Passo della Focolaccia. Ora il passo non esiste più, c’è una cava al suo posto. Poi guarda, mi fa, guarda il fiume, vedi che sta diventando bianco?»
Mi affaccio dallo sperone di roccia e controllo. Il pastore mi fa un altro cenno col capo e mi indica una direzione.
«Vai là, raggiungi la sorgente, è un buco nella pietra».
Mi dirigo verso la montagna e dopo pochi minuti vedo un turbolento getto d’acqua velata che si fa sempre più bianco, sgorga con forza e allagando prima un greto di sassi in piano, precipita a valle in gorghi rumorosi. Dopo un po’ il bianco non lascia più spazio alla trasparenza, pare che la montagna sia diventata una vacca gigantesca.

Questo effetto è dovuto alla marmettola, una polvere finissima prodotta dal taglio del marmo; drenando dai fronti di cava e dilavata dalla pioggia, raggiunge i fiumi o peggio, come in questo caso, la falda acquifera. Si riversa nelle acque a valle e mentre si dirige verso il mare si deposita sul fondo dei fiumi cementificandolo. Impedisce alla flora di crescere rendendo l’habitat sterile per la fauna e danneggiando irreparabilmente l’ecosistema. Nei piazzali, alla marmettola si mescolano oli esausti e metalli pesanti. I primi sono perdite di mezzi da lavoro, i secondi sono la macinatura delle catene diamantate. Ogni 100 metri quadri di taglio, sostengono i geologi, si disperdono nell’ambiente dai 50 ai 60 grammi di leganti metallici, per lo più rame, stagno, nichel, cobalto, ferro e wolframio.
Nel solo Comune di Massa la presenza delle cave causa un forte fenomeno di inquinamento della falda che costa ogni anno 300.000 euro di depurazione. Questa somma si trova in bolletta ai clienti finali e le aziende che causano l’inquinamento sono dispensate dall’onere di porvi rimedio.

Torno all’ovile e il pastore mi indica la strada per raggiungere la vetta della montagna. Ci salutiamo e raggiungo un luogo più alto, nel paese di Resceto.
La mattina inizio a percorrere l’antica via Vandelli; voluta dal Duca Francesco III d’Este, collegava Modena e Massa regalando al ducato Estense il tanto ambito accesso al mare. In mezzo alle nuvole basse e l’erba umida, le pietre mal tagliate che la pavimentano mi guidano verso la vetta passando sotto enormi scisti paleozoici. Superato il rifugio Nello Conti il sentiero si avvia verso la cima, dopo il passo Tambura sale in vetta e traversa tutto il crinale. Mi ritrovo nel bianco polveroso di una via di arroccamento. Lo scempio di Piastra Marina si apre sotto i miei occhi in una voragine profonda, organizzata in gradoni a oltre 1600 metri di quota. Il profilo di crinale qui non esiste più, è scomparso insieme agli oltre 60 metri di montagna.

Il giorno successivo, in attesa di incontrare Alberto Grossi, vincitore del premio Luisa Minazzi 2015 e già autore di tre documentari, visito la città di Carrara. Con il suo duomo scintillante, l’Accademia di belle arti e la pietra bianca che fa bella mostra di se un po’ da per tutto, non manca di rivelare la sua decadenza, soprattutto sulle rive del fiume Carrione, dove un borgo antico di segherie e piccole attività artigianali risulta in gran parte abbandonato.
Incontro Alberto in piazza e gli racconto quello che ho visto. Si mette a ridere e dice che mi sono lasciato il peggio alla fine; la porzione di Alpi Apuane che racchiude Carrara ha perso così tanto della sua identità geo morfologica che gli è stato rifiutato il patrocinio UNESCO. Mi fa notare che dalla strada non si capisce; mi descrive alcune delle cave visibili dal centro della città come il timido inizio dei tre bacini estrattivi.

«Sono figlio di un cavatore», mi dice «e ho alle spalle generazioni di cavatori, come la maggior parte degli abitanti di queste valli. Il marmo fa parte della nostra cultura, è ormai una questione antropologica, ma a causa della tecnologia oggi le cose sono cambiate terribilmente, di quella tradizione identitaria non rimane più nulla. In pochi anni siamo passati da un tasso di taglio di 0,5 mq  per uomo/ora a 18 mq per uomo/ora, si tratta di un rapporto 36 volte superiore».
Mi fa notare che è come se viaggiassimo in autostrada a 200 all’ora e qualcuno ci superasse alla velocità di 7200 km orari.
«Abbiamo dei documenti del 1926, a quell’epoca con circa 14.181 addetti si aveva una produzione pro capite di 35 tonnellate scarse. Oggi si estraggono più di 1.000.000 di tonnellate all’anno con meno di 1000 addetti. Questo significa una produzione pro capite di oltre 1000 tonnellate di solo marmo in blocchi. Considerando anche il detrito, ogni anno 5 milioni di tonnellate di rocce, pari al volume di 345 torri di Pisa, vengono sottratte alle montagne e per la maggior parte ridotte in polvere di carbonato di calcio, sottoprodotti vari e terre di risulta. Le montagne con il loro marmo sono una risorsa non rinnovabile», mi dice «sarebbe più opportuno parlare di distruzione e non di produzione».

Dopo esserci salutati salgo in macchina e seguo per Colonnata, il paese del lardo e del marmo. Le sue origini risalgono al 40 a.C., e vi alloggiavano gli schiavi dell’antica Roma che cavavano la pietra per la Capitale in alternativa ai più costosi marmi greci. Giunto nei pressi dell’antico piazzale di carico inizio il giro della vecchia marmifera. Quella che oggi è una strada per il trasporto su gomma coincide in parte con l’antico tracciato di una ferrovia che operò per quasi un secolo tra il 1876 e il 1964. Inizia dal bacino di Colonnata e corre in gran parte su tacche scolpite nei fianchi delle montagne e viadotti vertiginosi, i famosi Ponti di Vara. Un’opera ingegneristica audace e mozzafiato mi permette di visitare tutti e tre i bacini marmiferi di Carrara.
A parte i pochi agglomerati urbani nati per alloggiare gli operai del marmo, la via costeggia una sequenza interminabile di agri marmiferi.
Dalle cave dei Fanti Scritti la strada entra nella montagna; con l’aiuto dei soli fari dell’auto raggiungo la cava sotterranea Galleria Ravaccione, 450 metri sotto la vetta della montagna dove si perde il senso del tempo e della misura. Un ambiente sordo e umido, fatto di sale lunghe 40 metri, alte 25 e una qualità di marmo rara, lo statuario.

Accanto a realtà prestigiose come i Laboratori Artistici Nicoli, affermati da sempre a livello internazionale, c’è tutto un artigianato minore che risente necessariamente dello spostamento del baricentro dell’industria marmifera. Nell’export la quantità di marmo grezzo è superiore a quella dei lavorati, questo significa che il guadagno esiste quasi esclusivamente nella fase di scavo. La produzione di oggetti di uso comune è ampiamente decentralizzata perché paesi emergenti con la manodopera a basso costo, preferiscono lavorare il grezzo a casa loro e nell’eventualità rispedire il prodotto finito. La percentuale di marmo estratto che finisce in scultura non supera l’1%, inoltre ci sono cave che hanno aperto laboratori d’arte e per loro il costo del materiale è praticamente pari a zero. Un blocco di statuario da 100 tonnellate può costare fino a 80.000 euro mentre i costi di estrazione compresi di tasse non superano i 3000. Questo permette alle cave di invadere il settore artigianale dell’arte con preventivi così bassi da far risultare fuori mercato chiunque non abbia una cava di proprietà.

Concludo la mia visita alla terra del marmo presso il piazzale dell’Uccelliera, un punto di vista privilegiato sul bacino estrattivo di Torano. Un tempo in cava si operavano continuamente delle scelte. La ricerca della vena di marmo era un lavoro complesso e il mestiere del cavatore richiedeva davvero delle competenze che andavano al di là dell’esperienza, si diceva che il cavatore avesse “orecchio” e che fosse capace di sentire la montagna, che riuscisse a percepire dalle pieghe della pietra in che direzione sprofondasse la vena preziosa. In mancanza di materiale pregiato le cave venivano chiuse.
Oggi non è più così. I mezzi da lavoro si arrampicano sui pendii come diavoli meccanici, distruggendo e spianando indiscriminatamente crinali e vette, trasformando il silenzio in un frastuono monotono e invadente. Gli strumenti da taglio insistono sulle pareti bianche, sezionano milioni di tonnellate di montagna e trasformano un territorio di ricchezze naturali uniche nel più grande distretto minerario d’Europa.

Secondo la legge lo scarto della lavorazione non deve superare il 75% del totale estratto. Questa legge risale ai tempi della dinamite, quando l’esplosione delle pareti prevedeva una grande quantità di detriti. Oggi con la precisione dei mezzi moderni e l’abbandono dell’esplosivo, lo scarto potrebbe essere inferiore, ma è proprio in quella percentuale che si annida il business del carbonato di calcio. Di fatto, in questa porzione semi nascosta della Toscana, le montagne vengono polverizzate per sbiancare la carta delle riviste, per abbattere i fumi delle centrali a carbone, per la produzione di dentifricio, per alimentare, più in generale, gli affari di grandi multinazionali. La sensazione che rimane è più quella di un territorio sfiancato, dove gli interessi di pochi segnano in maniera irreversibile il bene comune, in cambio di una ricchezza mal distribuita che proviene più dalla polvere del marmo che dall’arte. In definitiva si tratta di un’industria ormai del tutto estranea a quella retorica romantica con cui ancora oggi si continua a parlare del Marmo Bianco di Carrara.

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foto:
1. I ponti di Vara, all’ingresso del bacino estrattivo di Miseglia, sono oggi parte di un tracciato a senso unico che permette ai camion di viaggiare senza intoppi tra i tre bacini estrattivi e di portare fuori il materiale estratto dalle cave. In parte coincide con l’antico percorso della ferrovia marmife ra che aveva il suo capolinea presso il porto di Marina di Carrara. Fu inaugurata nel 1876 e operò fino al 1964 soppiantata dalla praticità del trasporto su gomma. Oggi si può usare lo stesso percorso per visitare il distretto minerario di Carrara.

2. Gli operai si radunano per decidere il taglio. Si prendono le misure, si fora la pietra per far passare la catena e poi si accendono le macchine, che per giorni, sezionano la parete di roccia senza la necessità dei lavoratori.

2. Via di arroccamento delle Cave Michelangelo. Qui si cava lo zuccherino, un marmo purissimo. La produzione di materiali di scarto delle cave di quest’area, Amministrazione e Canalbianco, negli ultimi tredici anni si è attestata su percentuali medie dichiarate del 90% con punte del 95,4% nel 2006 a Canalbianco. Di fatto si tratta di cave di detriti, vietate dalle legge che prevede un minimo di produzione in blocchi del 25%. Immediatamente a valle si trova il frantoio della Omya, multinazionale leader del settore, dove viene macinato il detrito per la produzione di carbonato di calcio.

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Diego Barsuglia

Diego Barsuglia

Sono fotografo professionista dal 2006 e guida ambientale escursionistica, lavoro in Toscana. Frequento la montagna dall'età di 6 anni e nel tempo ho praticato rampicata sportiva ed escursionismo. Trascorro la maggior parte del mio tempo a contatto con l'ambiente naturale.


Il mio blog | Ho deciso di aprire un blog sul mio sito professionale, www.terratrails.it, durante il primo lockdown. Uno spazio in cui condividere esperienze, curiosità e magari le mie professionalità. Al momento è un po' esagerato chiamarlo blog, ma con il tempo chissà!
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