Reportage

#16 ROMPERE LE DIGHE

testo e foto di Chiara Pedrazzoni  / Felino (PR)

26/11/2020
6,5 min
Il Bando del BC20

Rompere le dighe

di Chiara Pedrazzoni

Non si può vivere al sicuro in montagna. Questo l’ho capito.
Non valgono le stesse regole della città, nemmeno quando sei in valle e le montagne, le guardi solo da lontano.

Perché il silenzio ha un sapore diverso, antico, è quello dei contadini che da millenni lavorano in mezzo ai campi e hanno capito che sì, non bastano le parole per addomesticare i pendii.
Neppure quelli morbidi, che salgono al cielo con la dolcezza delle colline.
Effettivamente è tutto qui: i rumori e i discorsi, vengono sapientemente filtrati da quell’accumulo di roccia, che ti vuole centrato sul tuo mondo fatto di caos.
La vera lotta contro l’entropia è un colosso che muta, frana, slavina, ma stando immobile.

Vengo qui per capire cosa togliere, quando la città mi vende troppe cose inutili, che mi convince di aver bisogno.
No, non si può vivere al sicuro nel tiepido calore della montagna, nemmeno quando sei in valle.
E non ringrazio mai abbastanza il mio personale Dio volubile, per questo.
Ci vuole coraggio, ovvio.
Per assaporare con questa sincerità.
Per morire qui, con questa brutalità.
Ma più ancora ne è necessario per decidere che quella montagna che ti guarda, tanto quanto la stai guardando, altro non vuole che i tuoi passi.
Penso si nutra dei nostri demoni, per puntare alle nuvole e farti trovare, in cima, solo pace.
Oggi scelgo di provarci.
Non mi aspetto nulla, non ho neanche paura.
Quello che devo trovare per stare in equilibrio, lo troverò sbilanciando l’anima su un sentiero.

Ho dato tanti esami nell’ultimo anno, mi sono imbottita la testa di nozioni scientifiche, imparate a regola d’arte, per cancellare la sensazione di bambina, quando credevo che i giganti esistessero e abitassero proprio lì, sopra i nostri occhi.
Quando ancora credevo che un desiderio avesse il potere di una formula magica.
Ma cosa vuoi, crescere è una fregatura. Se non si osserva con gli occhi da bambino.
Così oggi me ne torno alla mia scuola d’infanzia.
Ai miei sentieri, amati e odiati come l’insegnante che ti sprona a dare di più.
La salita al monte parte piano piano, mi lascia il tempo di abituare il passo, di sentire per la prima volta dopo tempo il respiro agitarsi, infiammarsi… e inopinatamente tornare regolare.
Anzi, coordinato con quello della terra.
La fatica mi pesa, ma proprio dietro un cespuglio ritrovo un mostricciattolo di sei anni, vestito di tutti i colori possibili, che decide di essere un cervo.
E corre, annusando l’aria e scovando strade nascoste, che i grandi non possono vedere.
Rido piano. Penso forte.
I passi si sommano come le lame di una preghiera, ed effettivamente tagliano dighe, che mi ci sono voluti decenni a costruire.
Acqua arginata per sembrare così come la vorrei: pacifica, domabile, calma.
Crolla tutto e nel crollare, emozioni nascoste chissà dove e chissà da quanto, mi sfuggono di mano, cadendo come lacrime sulla nuda terra.
Anche lei richiede acqua indomabile, come prezzo.
Un piccolo scotto da pagare per sentirsi vivi.
Tutto sommato, equo.

La salita comincia improvvisamente, come quei dubbi malefici che ho affrontato in questi anni, quasi sempre di martedì pomeriggio.
Ognuno ha le sue preferenze.
Le gambe si infiammano e faccio fatica a salutare i compagni di viaggio sorridenti, che scendendo, mi salutano.
Cosa avranno da sorridere poi, non lo so.
Qui brucia tutto in un unico calderone: fatica, sfiducia, gioia, paura e sudore.
La parte che preferisco meno.
In questo punto esatto la montagna ti sfida sul serio: devi osservare ciò che hai intorno, non fosse anche solo per la necessità vigliacca di vedere dove finirà la salita.
Un tormento dolcissimo, perché i profumi arrivano esattamente nel punto giusto del ricordo, i colori li ha appena rimessi in ordine un tintore, il sale dell’acqua che dalla fronte cade sulle labbra, ha il sapore della libertà.
Di una fuga verso l’alto, che quindi è ricerca, e non vigliaccheria.
Pazzesco quanto poco assaporiamo, odoriamo e osserviamo nella vita quotidiana.
Scimmie daltoniche abituate a pasteggiare la stessa monotonia.
Accenno una corsa perché vedo la forcella.

Una pietra mi guarda paziente, come se di impulsivi ne avesse visti talmente tanti nella sua infinita esistenza, da non sopportarli più.
Come quegli anziani induriti dallo sforzo della calma, che diventano rudi con i bambini.
In fondo mi ci sento in questo momento. Una bambina, dico.
Quasi potrei credere ancora in una favola, se me ne raccontassero una.
Bevo un goccio dalla borraccia sorridendo al pensiero di quella volta che mio nonno, mi fece bere dalla sua, che aveva riempito di tavernello.
Me la porse col sorriso sghembo che amavo e non seppi dirgli di no, con i miei nove anni cuciti addosso.
E la sua risata birichina quando sputai tutto.
La nonna troppo divertita per sembrare davvero arrabbiata, che lo sgrida.
Mi pare una bella storia, e mi chiedo quante di simili ne abbia ancora da raccontare, prima di esaurire il repertorio.
Poi mi chiedo se mai finirà, questo benedetto repertorio.
Suppongo che con costanza, me lo insegnerà questo monte.
Così proseguo. Fino ad arrivare alla ferrata.
Una piccola minuscola ed esposta ferrata, a strapiombo sul vuoto.
Adesso ricordo anche com’è la paura.

Mi viene in mente un ragazzo, un uomo, che ho conosciuto una volta.
Con la mente così incastrata nei ragionamenti, da non sentire più l’emozione scorrere nelle sue vene, ed incanalarle pericolosamente in quella via segreta del corpo, che porta al cervello.
Volevo dire tante cose a quel bambino ferito, ma le parole mi sfuggivano.
Adesso so, che gli direi di buttarsi in questo strapiombo, ed ancorarsi alla paura di questi cavi d’acciaio, piantati nella montagna.
Perché solo accettando di non essere mai al sicuro nei propri ragionamenti, si può vivere davvero.
Così lo faccio anche per lui, di afferrare il freddo del filo, e arrampicarmi tutta tremante verso l’ultima sfida che la terra mista al cielo mi offre.

Un passo dopo l’altro, la mano sudata ma stabile, nel tenere quel brandello di certezza.
Un passo dopo l’altro e nemmeno mi accorgo che non c’è più cavo cui aggrapparsi.
Semplicemente, è finito, e io ce l’ho fatta.
Corro verso il precipizio, che poi è solo un labile confine, al termine della montagna.
Guardo giù: vedo tutto.
La vallata, la catena di monti che si snoda accanto a quello che ho appena conquistato, e penso che la vetta ha vinto un’altra volta.
Solo una croce fa capolino. Solo lei può essere il traguardo.
Sento un fiotto di sangue, tornare dalle gambe al torace e farmi respirare meglio.
Percepisco un’emozione che erano anni che non sentivo più.
Quando avevo sedici anni, andavo in Svizzera a lavorare d’estate, da un vecchio apicoltore che credevo fosse un nonno, poi è diventato un padre ed infine ho imparato a riconoscere come un amico. Mi dava un sacco di responsabilità, e io cercavo di essere sempre all’altezza delle sue aspettative.

Un giorno, mentre prepariamo un numero imprecisate di arnie da portare in montagna, a seguire la fioritura, mi rendo conto di aver scordato di mettere le retine di protezione, davanti alle cassette di legno.
Quando mi volto, un intero sciame di api indispettite e curiose, inizia a volare intorno al pick up, facendo un rumore pazzesco. Mi mordo le labbra e sento la vergogna, accendersi come un fuoco, in fondo allo stomaco.
Penso che devo tornare da quell’uomo di settantacinque anni, piegato sul suo lavoro, che è già stato punto una miriade di volte, per dirgli delle le arnie.
Mi sento diventare piccina, scomparire dietro la maschera di seria adulta che ho voluto recitare.
Con titubanza e guardandomi i piedi gli confesso il mio errore. Mi sembra enorme in quel momento.
Lui con calma, poggia il favo che sta controllando e osserva il macello che ho combinato.
Senza dire una parola, solleva ogni cassetta e la rimette al suo posto.
E lo fa con cura, senza rabbia, ma con grande attenzione.
Io gli corro dietro ad ogni operazione, con lo smarrimento di chi non vuole toccare più nulla perché sa, che farà solo più danni.

Salendo in macchina, sento sulla mia faccia un’espressione funerea, e mentre penso al modo di rimediare, a cosa dire per non fargli perdere fiducia in me, lui inizia fischiettare.
Sono sconcertata. Lo guardo e lui mi regala un enorme sorriso.
“Beh ma cos’è quell’aria triste? Domani ci riprovi. E con l’esperienza di oggi, se sei fortunata, non rifarai più lo stesso sbaglio!”
E ricominci a fischiettare.
Tutto torna al suo posto, e quella sensazione di fine, si trasforma, ancora una volta, in un inizio.
Sono ancora qui, che guardo giù.
Mi viene la tentazione di buttarmi, quando vedo altezze simili.
Forse per levarmi dall’incomodo di stare in equilibrio sul filo caotico della vita che mi sto costruendo, procedendo per tentativi ed errori.
Penso che alla fine si riduca tutto a questo: scegliere tra ciò che è facile e ciò che è vero.
Non si può vivere al sicuro, in montagna, questo l’ho capito.
Questo me lo hanno spiegato questi panorami aspri e dolci come una ferita.
Però sicuramente se questa montagna mi parla di qualcosa, è sicuramente qualcosa di vero.

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foto:
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Chiara Pedrazzoni

Chiara Pedrazzoni

Chiara Pedrazzoni ha ventiquattro anni, si è laureata, ma ha lasciato la laurea lì dov'era, per andare a lavorare in stalla, tra i vitelli. In ballo ha un progetto di apicoltura, per completare il quadro generale e stare definitivamente all'aria aperta. La scrittura rimane l'unico luogo "chiuso" che ama, perchè apre vie insperate verso l'esterno e quindi verso l'interno. Odia scrivere le presentazioni perchè le descrizioni sa farle solo quando riguardano gli altri.


Il mio blog | Non ho un blog/pagina digitale, eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. Ho scelto questa rivista come pagina ufficiale su cui scrivere, perchè è l'unico posto in cui ho avuto la possibilità di condividere racconti sentendomi "al sicuro" rispetto l'imbarazzo che normalmente provo. Probabilmente perchè mi ha dato molto negli ultimi anni. Non ultima, la possibilità di conoscere spiriti affini, con cui parlare di cose vere.
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