Racconto

IL VIAGGIATORE INGLESE

Un racconto di vacche e turisti nel 1938

testo e foto di Angelo Longo

23/11/2020
6 min
Io e Stefano ci troviamo di giovedì. Stefano abita da solo, all'entrata del paese di Siror, nella casa che era del padre e prima ancora del nonno e del bisnonno.

E’ un edificio lungo e giallognolo, già segnato nel catasto napoleonico del 1814, dove stalla, abitazione e scantinati formano un tutt’uno di tre piani con finestre irregolari e tetto in lamiera; ad un terzo della facciata principale sale, coperta da una vite, la scalinata di pietra che porta al primo piano.
Stefano è classe 1931, allevatore, possidente, bacàn; dimostra tutti i suoi anni con occhi umidi in un viso tondo, pulito, solcato da rughe nette e geometriche; i capelli corti e bianchi, le mani grandi e nodose sempre strette alle ginocchia. Mi aspetta accanto alla stufa verde smeraldo, ingobbito sul divano, con addosso un grembiule dal blu intenso sopra a camicia a quadri e pantaloni di velluto.

Io e Stefano ci troviamo per parlare, abbiamo 52 anni di differenza; sono ormai 12 i nostri dialoghi registrati, 12 interviste per una “storia di vita”.
Di giovedì salgo le scale ed entro in soggiorno senza bussare. Siedo al fianco di Stefano e di fretta accendo il registratore, ho appena il tempo di salutare che le sue mani e i suoi occhi iniziano a inquietarsi: sono le parole a premere, a diventare prima sguardi e gesti, poi racconti lunghi e gonfi. Stefano racconta del passato, della vita da contadino: è memoria, ricordo, rievocazione del suo mondo antico segnato da avventure giovanili e attività lavorative. Racconta per aneddoti Stefano, narrandoli tutti d’un fiato, quasi in affanno come sommerso dalle parole, mettendo sé per l’alto mare del racconto. È l’11 febbraio 2016, l’ottava intervista, quando Stefano mi racconta del siór inglese.

Stefano e l’inglese
È l’estate del 1938 a Malga Ces, Stefano ha 7 anni ed è lì con il padre Giovanni, capomalga.
Ces è un alpeggio poco distante da San Martino di Castrozza, è una zona ampia e comoda, la più importante malga del Priorato: capace, nel 1839, di ospitare 200 bovini e 400 pecore. Un secolo dopo, nel 1938, i capi bovini sono meno numerosi: al mese di giugno pascolano circa 140 vacche, manze e vitelle provenienti dai prati di mezza quota. Hanno seguito la stagionalità del prealpeggio, el tramudhàr da un prato privato all’altro inseguendo l’erba: brucano e concimano, poi cambiano prato, e l’erba poi ricresce per essere falciata. D’autunno avviene l’inverso: il postalpeggio dall’alto al basso.

Gli animali della famiglia di Stefano tramùdhano per nove volte da marzo a dicembre, su quattro pràdhi differenti, ognuno dotato di casèra e stàla e tabià: dalla stalla di Siror ai Danói, poi Camp, poi Còl, quindi malga Ces; per il rientro si ripassa da Còl, Camp, Danói, poi si sale a Polìna, infine alla stalla di paese.
Il padre di Stefano è capomalga dal 1934, e lo sarà fino al 1943. A lui vengono affidati animali di Siror e Tonadico, provenienti da piccole stalle a gestione familiare: a Tonadico, in quel periodo, sono allevati 424 bovini distribuiti in 143 stalle, poco meno di 3 capi ognuna. In malga sono poi cargàdhi maiali, galline, pecore e queste vengono segnata con una “c” rossa sulla schiena e lasciate brade fino a settembre sulle creste erbose del Colbricon assieme a quelle delle malghe limitrofe.

Malga Ces, ante 1905 (archivio Gadenz Sebastiano)

In quegli anni, oltre a Stefano e al padre, c’erano come malgari el Nicoléto Pégro: uomo magro, cupo e fumatore, svelto nella mungitura; e Anséle, un ragazzo poco più giovane di Stefano, timoroso e remissivo, intriso da una leggera svogliatezza. Stefano e Anséle sono addetti alle vitelle e manze, circa 80 capi.
L’estate del 1938 promette male, appena giunti in malga un’improvvisa nevicata provoca la morte di una vitella. La neve ha spinto gli animali lontano, e lei, debole e spaurita non ha resistito: paura, stanchezza, isolamento. Stefano l’ha trovata morta sotto un grosso abete. È una tragedia la morte di un animale. Soldi persi, un investimento andato. E con l’andar della stagione estiva le cose vanno sempre peggio: poca erba, poco latte, formaggio e burro scarsi di conseguenza. Il padre di Stefano è preoccupato.

Ma, un pomeriggio d’agosto, arriva l’inglese. È da solo: ben vestito, alto e fiero, curato; Giovanni gli offre un bicchiere di latte. Stefano e Anséle accorrono incuriositi. I due adulti parlano, fanno gesti, indicano i monti e i valichi circostanti. La conversazione dura pochi minuti e dopo un silenzio di parole e gesti Giovanni si rivolge al figlio: «Vieni qua, porta quest’uomo ai laghi di Colbricon, non sa la strada».
Stefano scatta come punto, quei luoghi li conosce benissimo: verso i laghi a volte scappano i vitelli, tra i massi del ripido sentiero si gioca spesso alla guerra, quella passata piuttosto che quella che verrà, la guerra è guerra.

Si parte: Stefano cammina un poco avanti e l’inglese dietro. L’uomo è lento, subito i suoi passi sono pesanti, affannati, e Stefano si ritrova spesso seduto su un masso ad aspettarlo, col mento sul palmo della mano e i talloni nudi a ticchettare leggeri sulla pietra. Più di un’ora per raggiungere i laghi e poche e incomprensibili le parole scambiate.

Malga Ces, ante 1950

Ai laghi c’è Adriano Zignòt, in una piccola baracca vende qualche bibita. Sull’acqua c’è una barchetta. E mentre l’inglese beve seduto su una panca Stefano decide di salire e remare un poco, qualcuno gli scatta una fotografia. È una visita breve quella ai laghi di Colbricon, il pomeriggio avanzato costringe al rientro e si torna quindi silenziosi alla malga.
È quasi notte quando Stefano e l’inglese arrivano a Malga Ces. Le manze sono nel recinto, la màndra e le vacche già in stalla; la mungitura è iniziata: Nicoléto è seduto sullo sgabello, scàgn, con le ginocchia a stringere il secchio e la fronte appoggiata all’animale; Anséle porta avanti e indietro il latte munto. All’arrivo dei due Giovanni interrompe il lavoro, si avvicina all’inglese e fa segno di entrare nella casèra. Stefano quindi si allontana, non una parola e non uno sguardo, prende sgabello e secchio e si mette nella tettoia, teàth, per aiutare nella mungitura. L’inglese se ne andrà di lì a poco, senza salutare.

Inesorabile scorre l’estate e viene il mese di settembre, la stagione è ormai finita assieme all’erba: è tempo di valutazioni. Le candele rimangono accese fino a tarda notte, il lapis traccia righe e numeri sui quaderni contabili. Formaggio prodotto, burro venduto, soldi da avere o dare ai proprietari del bestiame: i quali pagano l’alpeggio per una manza o vitella perché non produttiva, ma pretendono prodotti o soldi per le vacche buone da latte. Mentre Giovanni scrive e riscrive numeri e cifre, Nicoléto fuma in silenzio, Stefano e Anséle dormono.
«Qua» dice Giovanni «co se à pagà le spese no resta pì nient: ò ciapà de pi quela òlta che se à menà su el siór ai laghi che no fà tut el guadagno de la malga» (quest’anno i soldi bastano solo a pagar le spese: ho guadagnato più soldi da quel signore accompagnato ai laghi che dall’intera stagione d’alpeggio).

Io e Stefano
Stefano smette repentino di parlare, le mani tornano lente alle ginocchia e gli occhi si placano. Mi guarda: guarda me, forse guarda l’intera mia generazione; e io guardo lui e la sua. Sono passati quasi ottant’anni dal passaggio dell’inglese e molto è cambiato: gli animali, le malghe, il territorio; il sistema agricolo sostituito da quello turistico. Malga Ces è oggi un rinomato albergo-ristornate: una larga traccia erbosa corre davanti agli edifici e un impianto di risalita collega le creste al grande parcheggio che sta più a valle, nessun animale pascola d’estate in quella pista da sci.

Non chiedo però nulla: la vicenda dell’inglese è così chiara, esemplare; uno spartiacque: la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Rimango quindi muto a guardare Stefano; senza capire se c’è rimpianto o soddisfazione nei suoi occhi e senza capire se c’è spaesamento o meraviglia nei miei. Niente da aggiungere.
Dunque, ci diamo appuntamento per il prossimo giovedì.

Stefano sulla barca ai Laghi di Colbricon
Angelo Longo

Angelo Longo

Abito la montagna: nella Valle di Primiero, cammino, arrampico, coltivo, faccio legna e mi occupo di antropologia e storia.


Link al blog

Esplora altre storie

Tempo fa, prima che chiudessimo il mondo fuori, mia moglie mi regalò un viaggio... Tempo fa, prima che chiudessimo il mondo fuori, mia moglie mi regalò un viaggio in Giappone. Intendiamoci, non è una cosa normale, dovevo essermelo meritato....

"È il tramonto del 22 marzo 2082. È tornato il sole. La neve copre... "È il tramonto del 22 marzo 2082. È tornato il sole. La neve copre i tetti del paese. Il fumo è sparito, non ci...

Quella notte, la mia corsa in montagna, cominciò percorrendo il sentiero che costeggia un... Quella notte, la mia corsa in montagna, cominciò percorrendo il sentiero che costeggia un torrente. Le sue acque erano turbolente, per le copiose piogge...

C’è un momento, giusto un attimo, in cui ti rendi conto che manca solo... C’è un momento, giusto un attimo, in cui ti rendi conto che manca solo un passo per raggiungere la vetta. Un singolo movimento di gamba...

Omar Gubeila da due anni gestisce il rifugio De Gasperi, nelle Dolomite Pesarine. La... Omar Gubeila da due anni gestisce il rifugio De Gasperi, nelle Dolomite Pesarine. La stagione è finita ed è il tempo migliore per fare...

Nel 2112 un ragazzo poco più che trentenne aggiorna i suoi follower mentre si... Nel 2112 un ragazzo poco più che trentenne aggiorna i suoi follower mentre si trova nei pressi dell’ultimo ghiacciaio del mondo, in fila per...

La nostra quarta tappa inizia in salita dall'ospitale che diede riposo nella notte dei... La nostra quarta tappa inizia in salita dall'ospitale che diede riposo nella notte dei tempi alla nostra remota guida e ci spinge su, fino...

La Polonia è un Paese che mi affascina e ci torno sempre con piacere,... La Polonia è un Paese che mi affascina e ci torno sempre con piacere, per la voglia di conoscerla meglio. Le persone di mezza età,...

Camminiamo, ciascuno col suo passo, ciascuno con il suo spazio intorno, davanti, dietro. Silenzio. Tutto... Camminiamo, ciascuno col suo passo, ciascuno con il suo spazio intorno, davanti, dietro. Silenzio. Tutto qui è silenzio, abeti e faggi. E il nostro corpo ancora...

E’ la storia di un bambino che perde la strada e non trova i... E’ la storia di un bambino che perde la strada e non trova i suoi genitori, ma è anche il racconto di come il...