Racconto

#17
CONTRO L’ENTROPIA

Sento la pioggia che batte forte sulle persiane. Ride di me e dice: «Io ti so capace di salire fino alla cima del monte in un giorno di vento...

testo e foto di Francesco Picciotto  / Palermo

29/12/2021
9 min
Marco_Rossignoli_014

Contro l'entropia

di Francesco Picciotto

Sento la pioggia che batte forte sulle persiane.
Ride di me e dice: «Io ti so capace di salire fino alla cima del monte in un giorno di vento, di discendere la grotta di cui non conosci il fondo, di amare meglio di così. Esci dunque».

Io le rispondo: «Ridi ancora un po’ e non smettere di spronarmi mentre io mi preparo».

A mettere un decimo di grado
fra noi e lo zero assoluto,
a strappare un minuto
a questa eternità che odora di nulla.
A riempire la culla
di disperate speranze
e le stanze
di impaurite risate
per scacciare l’inverno.
E girare sul perno di promesse
che devi mantenere
ché una messe di bisogni
non ti travolga.
E frammenti di gioia
a comporre il mosaico
che hai incollato sul soffitto
della camera da letto.
E uno sguardo retto,
una carezza senza un perché,
un gradino a salire
e ancora un altro.
Vestire abiti puliti,
avere sempre pronta
qualche cosa da cantare,
raccontare una storia.

Principio uno – 21 dicembre 1974 – Presepe
Forse ti lasciano andare se prometti di tornare. Forse è il patto che hai fatto quarantacinque anni fa, il beneficio che ti hanno concesso per quella partenza troppo precoce. Forse ti muovi quando senti l’odore del muschio e del sughero antichi che si sprigiona dalla valigia che conteneva il tuo piumone in raso, corredo di giovane sposa. Forse è il tintinnio delle palline di vetro colorato, la bellezza delle quali i miei non riescono a comprendere e che si stanno estinguendo, due in frantumi ad ogni anno che passa. Allora, con il tuo viatico celeste e attratta da una memoria che non si può cancellare, lasci la casa gelata, lasci la casa sulla collina, lasci il letto sporco e, per strade che non conosco, vieni a casa mia.

Ti vedo, mamma, ogni mattina, con la coda dell’occhio, come si vede Mizar, stella troppo fioca solo perché lontana, seduta in un angolo della mia cucina. Ti vedo, con la camicia da notte e la vestaglia (ché non ti permettono di indossare altro) che guardi critica ciò che quell’anno sono riuscito a produrre, sono riuscito a mettere assieme. E sposti i gemelli un po’ più vicini, una pecora su quella balza, il povero un po’ più prossimo al fuoco.

Poi a sera viene il momento in cui devo spegnere le lucine del presepe, e allora ti vedo ancora per un attimo e appena esco tu ti rannicchi sul divano e ti copri con quello che trovi. Io ti lascio sempre sesamo tostato, mamma, in piccoli sacchetti bianchi, e acqua fresca di tutte le sorgenti che nascono dai monti sui quali vorrei sempre andare, e dove ti cerco e non ti trovo.
Di notte poi ti muovi poco, tentando di non farci spaventare, e sembra che ogni tanto ti siedi ai piedi del letto del grande e lo guardi con identico amore al mio e carezzi piano il piccolo per fargli passare la tosse e i pensieri pesanti.

Per un mese intero saremo ancora assieme. Non potremo toccarci, non potrò baciarti, che nemmeno mi ricordo più che profumo avevi. Tu lontana dalla casa sulla collina, io vicino a te per come i sogni e i desideri ce lo permettono.

Principio due – 21 dicembre 2020 – Terra rossa
Questo è un voto. Non indosserò altro che magliette della “terra rossa”. Fino a quando non avremo chiuso l’associazione oppure fino a quando non saremo stati capaci di farla rinascere io non indosserò altro che le nostre magliette. In questi due anni che ci hanno distrutto, in questi due anni nei quali ogni nostro singolo progetto è sembrato non reggesse all’impatto della paura, del disinteresse, dell’insipienza, in questi due anni siamo scesi, un giorno dopo l’altro, al fondo del pendio. Ci siamo fatti togliere il senso dell’agire comune e in relazione come si tolgono le cose quando vogliono che non ce ne accorgiamo, un giorno dopo l’altro. Adesso io voglio riappropriarmene. Dove sono le energie per farlo? Non lo so. Dove sono le risorse, dove la speranza, dove la visione e il disegno conformi alla nostra idea? Non lo so. So una cosa, una cosa sola, che è poco ed è tutto allo stesso tempo: non indosserò altro che magliette della “terra rossa” fino a quando non saremo stati capaci di fare rinascere la nostra associazione. Questo è un voto.

“Non indosserò altro che magliette della 'terra rossa'. Fino a quando non avremo chiuso l’associazione oppure fino a quando non saremo stati capaci di farla rinascere.“

Principio zero – 21 dicembre 2020 / 21 dicembre 2021 – Lei
«Questo anno sta per finire e quello che sta per arrivare non sappiamo come sarà. Di sicuro non sta partendo bene neppure questo. Io stanotte per fortuna ho dormito un po’ di più anche se ho avuto alcune sveglie in cui ho faticato a riaddormentarmi. Sono così triste che davvero non so come potrò fare a muovermi nelle giornate. Io non credo più in te e non credo più in noi. Ci ho creduto sempre, anche nei momenti più bui. Ho sempre cercato di richiamarti verso di me, anche quando più volte te ne sei andato. Adesso invece non ne ho forza, non saprei su che basi ricostruire. Nulla di quello che c’era (o che pensavo ci fosse) c’è più. Avrei bisogno di nuovo di psicoterapia. Non ce la faccio da sola. Devo capire come muovermi».

—–
«Buongiorno Amore Mio. Questa poesia è per te. Come tutte d’altra parte». 

Il vento dai monti
intona distanti
dolcissimi canti.

 Minuscoli istanti
mi scorron davanti
in sogni vibranti.

 E scaccio i rimpianti
nemici insinuanti
di voli e di incanti.

 Nei passi esitanti,
di stelle cadenti
rimangon soltanto. 

Gli stenti di tanti
che tirano avanti
preda dei venti.

«È bellissima. Un po’ malinconica ma molto bella. Sei molto bravo Franci e con questo, sai come la penso, dovresti creare qualcosa. Spero di poterti aiutare».
«Spero che mi aiuterai».
—–
«Io ti amo tantissimo e voglio che la nostra vita continui in modo sempre migliore. So che per questo serve impegno e ti ringrazio per tutte le volte che nel passato mi hai tirato fuori dall’entropia e perché continui a farlo ancora. Abbiamo vite confuse e strumenti limitati ma è una sfida quotidiana. Finché avremo voglia di sfidare saremo salvi».

«… che forse dovremmo appunto provare a riempire quei silenzi cercando di stare più in contatto fra di noi piuttosto che con il resto dell’umanità sparpagliata nel ciberspazio, che dovremmo provare ad abbattere delle barriere e ad immaginare modalità nuove a costo di fatica e sacrificio. Ne vale la pena Amore Mio? Io credo di sì. Mi dirai tu se per te è lo stesso».

«Per finire sono d’accordo con te sulla necessità di ritagliarci degli spazi per stare insieme anche in silenzio. Per questo come ti ho promesso, ridurrò drasticamente i viaggi nello spazio tecnologico per vivere il presente. Se poi potremo concederci come siamo riusciti a fare qualche mese fa un tempo ed uno spazio fuori dalla quotidianità tutto sarebbe più facile. Ma intanto proviamo a restaurare giorno per giorno questa casa fatta di mattoni, anima e sentimento. È quello in cui vale senza dubbio la pena investire, ne sono certa anch’io. Salgo a prendere quella creatura misteriosa che è atterrata da un pianeta nuovo (oggi in un negozio, che non posso dirti quale sia, c’era un mappamondo in cui lui cercava la mezzaluna fertile con grande sorpresa del commesso). Ti amo tanto».

Lo zaino è quasi pronto.
Fatto il conto,
ho messo dentro,
per quando andrò lontano,
quel poco che mi serve,
tutte cose che si contano
sulle dita di una mano.
Io non dimentico nulla,
non ti preoccupare:
i sandali ai piedi,
il bastone nella destra.
E tu non dimenticare,
per quello che ti diedi,
di porre ogni tanto a sera
un lume dietro la finestra.

“Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti.“

Principio tre – 21 luglio 1991 – Sibilla
E alla fine valicammo l’ultima portella e fummo in vista dei Laghi di Pilato. L’ascesa era stata lunga e faticosa. Reduci da cinque giorni di trekking, quest’ultima salita richiese risorse ed energie che forse avevamo speso in precedenza ed altrove. Ma la Sibilla accordò il permesso e noi entrammo nella conca dove giacciono i due laghi trasparenti. Eravamo partiti tardi e tardi arrivammo.

Già il sole tramontava e breve fu la gioia della conquista, breve il riposo, ché già altre cure ci assillavano, altri bisogni richiedevano la nostra attenzione. Preparare il bivacco, provvedere alla cena, procurarsi un po’ di fuoco ché a quelle quote anche d’estate fa freddo.

Ci rendemmo subito conto che per le prime due cose, per quanto il tempo fosse poco, portavamo con noi tutto ciò che ci serviva a soddisfare i nostri bisogni. Ma non così per la terza. La notte che oramai incombeva, l’avere superato da chilometri e da tempo la quota della vegetazione, il non avere provveduto lungo il cammino a raccogliere un po’ di legna, ci mise nella condizione di avere un bisogno significativo e non avere al tempo stesso gli strumenti per soddisfarlo.
Poi improvvisamente, quando anche l’ultima luce del giorno stava spegnendosi, qualcuno di noi si accorse che tutto attorno era cosparso di bastoni più o meno improvvisati che gli escursionisti giunti fin lì nel tempo avevano abbandonato una volta completata l’ascesa. Punteggiavano le rocce bianche, abbandonati una volta in un anfratto, un’altra appoggiati ad una cengia. Li raccogliemmo in fretta ed in poco tempo accanto al nostro bivacco c’era un bel mucchio di questa legna imprevista ed eterogenea, di questo combustibile improprio e chissà quanto esotico che per quella notte illuminò il nostro campo e riscaldò i nostri corpi.

Allora noi lo interpretammo come una specie di tributo che ogni escursionista che ci aveva preceduto nel tempo aveva voluto, in maniera inconsapevole, dare al nostro fuoco di quella notte, un piccolo, singolare, impersonale, dono che veniva da lontano e che noi consumammo, senza troppo rifletterci, in una notte sola. Quando poi nel tempo sarei tornato al ricordo di quella notte avrei pensato che, forse, invece, avevamo commesso una specie di sacrilegio, un’offesa grossolana e ingorda nei confronti delle tante storie che ognuno di questi bastoni raccontava e che noi non ci eravamo preoccupati di trovare e di ascoltare. Ma quella notte trascorse tiepida e riposante e allora quello ci bastò.

Questo ricordo torna stamattina, preso dalle mie tante canzoni, dalle mie tante poesie, dalle mie tante storie, accumulate in una vita, reduci di altrettanti cammini a volte impervi, altre volte consumati sotto un sole generoso.
E dentro sento, senza paura sento, senza offesa sento, senza privazione sento, che quella sera facemmo bene, perché è così che funziona la vita, generosa fino quasi ad essere sprecona, madre dello sperma, del polline e degli ovuli, molto più dissipativa che conservativa nel suo disperato bisogno di risalire ogni volta la china entropica e, a conti fatti e prima di tutto, di sopravvivere.
Per questo non so davvero cosa sarà di tutti questi bastoni che ho portato fino a qui sopra, ma davvero sarei felice se domani qualcuno, al bisogno, volesse adoperarli tutti e in un sol colpo, anche e soltanto, per scaldarsi un po’ le mani.

Principio 4 – 21 dicembre 2021 – Contro l’entropia
Fosse anche l’ultimo dono, io ringrazierei.

Per la pioggia di questi giorni che impregna il suolo,
per il freddo che riconduce a ragione insetti e sorgenti,
io ringrazierei.
Per il dono dell’alba fedele, fosse anche l’ultima,
io ringrazierei.

Fosse anche l’ultima speranza, io partirei.
Prenderei per mano i bambini,
e con le poche cose necessarie al bisogno dentro un passeggino,
con le cose strette in un fagotto e avvolte nella plastica,
affinché l’acqua salata non le guasti,
io partirei, fosse anche l’ultima speranza,
in lunga fila con gli altri ad attraversare confini,
dentro improbabile fasciame ad attraversare il mare,
io partirei.

Fosse anche l’ultimo torto da subire, io griderei.
Griderei “io sono l’ultimo compagni!”,
oppure “no bastardi no!”,
ma io griderei.
Mi garantissero che questo, proprio questo qui, adesso,
è l’ultimo torto che subiremo,
e poi pace per sempre e per sempre gioia e per sempre famiglia,
io comunque griderei
e con la gola gonfia e troppe lacrime a scendere
stringerei, fosse l’ultima volta, al petto
coloro che amo.

Ché nessuno abbia a dire domani,
fossi io stesso di me stesso,
che non ho ringraziato,
che non sono partito,
che non ho gridato.

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Questa storia partecipa al BC2021.
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Francesco Picciotto

Francesco Picciotto

Mi chiamo Francesco Picciotto è ho 58 anni. Padre di due bambini e marito di Veronica. Burocrate, cooperante internazionale ed educatore ambientale, tutto in un'unica persona e con tutti i danni psichici che da una simile convivenza possono derivare. Scrivo ad ora incerta.


Il mio blog | Il mio blog è un messaggio in bottiglia per chi ha voglia di aprirlo e leggerlo. In esso è contenuto ciò che mi sembra di avere compreso durante la mia vita. E', per i miei figli, una scatola del tempo di quelle che si seppelliscono in giardino per andarla a riaprire cinquanta anni dopo.
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2 commenti:

  1. Jussi Jussi ha detto:

    Davvero bella cavoli…

    1. Francesco Francesco ha detto:

      Sei molto gentile e ti ringrazio tanto per il tuo complimento.

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