Racconto

IL SENTIERO DEI CASTELLIERI

Un cammino nel Carso triestino, meta ideale per la stagione autunnale, tra colori, odori e memorie.

testo e foto di Paola Cosolo Marangon

23/11/2021
5 min
Trentuno ottobre, cambiata l’ora. Abbiamo dormito un po’ di più e al risveglio la voglia di andare, sgranchirsi.

In montagna piove dunque meglio fare due passi dalle mie parti. Il cielo non promette molto ma l’importante è che non rovesci secchiate d’acqua. E’ l’ultimo giorno di ottobre, nella nostra tradizione popolare questa notte i morti usciranno dalle loro tombe e verranno a visitare le persone care. È per questo che mettiamo la zucca con all’interno il lumino, rimarrà acceso tutta la notte. E lasciamo pure un pezzo di pane e un bicchiere di vino. Una volta il giorno dopo, visto che i morti non mangiano, si distribuiva il cibo ai poveri che andavano di casa in casa a fare la questua.

È bellissimo questo periodo, andare oggi per boschi e sentieri ha un nonsoché di magico. Decido di prendere il sentiero 78 detto dei Castellieri. Si prende da Doberdò del lago ma io preferisco fare la cosa opposta, parto dalla fine. Siamo in Carso, l’imbocco è a Ronchi dei Legionari (si quel posto famoso perché Gabriele D’annunzio è partito verso Fiume con i suoi legionari), in un quartiere chiamato Zochet. Le case popolari che fanno da barriera al Carso sono allineate e si tengono strette strette. Qua nei giorni di bora non si sta in piedi, è un luogo molto esposto e le raffiche raggiungono i 100-120 chilometri all’ora. Gli arbusti sono piegati e la vegetazione tutta è costantemente “spettinata”.

Appena imboccato il sentiero, sale alle narici il buon profumo della santoreggia ancora piena di fiorellini bianchi. Avete presente le brughiere di Scozia ricoperte di erica? Ebbene qui in Carso al posto dell’erica c’è la santoreggia. Al ritorno ne raccoglierò un mazzolino da far seccare e usare in cucina per insaporire patate e minestre.
L’erba ormai secca lascia vedere le pietre grigie e appuntite. È questo il Carso, una pietraia ricoperta di erbe selvatiche che però lascia senza fiato quando, di tanto in tanto, spunta un dianthus rosa, un perfetto contrasto che fa quasi trasalire.

Il sentiero si snoda tra rocce e arbusti, di quando in quando una vampata di rosso mi obbliga ad arrestarmi per ammirarla. È il sommacco: le sue chiome rosse, arancione con alcune pennellate di giallo regalano alla terra brulla il sentore di una tavolozza fiamminga. Se non si è mai vista la fojarola (è così che chiamiamo questo grande fuoco delle foglie) vale la pena fare un viaggetto in Venezia Giulia.
Qua e là si aprono nel terreno delle forre, è sempre necessario essere molto cauti in Carso, non dimentichiamo le foibe, quelle voragini naturali usate per eliminare migliaia di persone. Uno fra i tanti grandi dolori della mia zona. È molto insidiosa questa mia terra ma i sentieri sono ben segnati e se non si va fuori traccia si procede con estrema sicurezza.

Il 78 con lievi saliscendi arriva elle alture delle Forcate e della Gradiscata, si può scorgere la grande torre bianca e rossa della centrale termoelettrica, il golfo di Panzano e il cantiere navale. Proseguendo tra ginepri, ornielli, rovi e bacche di rosa canina si giunge alla Rocca. La Rocca di Monfalcone, una fortificazione eretta da Teodorico nel 490, ora museo archeologico, è il vessillo della cittadina dei cantieri sorta ai piedi del Monte Falcone. E il falco è anch’esso rappresentato nel gonfalone. La cittadina si spalma scivolando verso il mare e poggia i piedi proprio contro le gru del cantiere, In questo periodo si possono vedere le due grandi navi da crociera in costruzione adagiate sugli ormeggi. Lo skyline è surreale, scatto una foto dove si vedono allineati il campanile del duomo, la ciminiera della centrale, le gru e le navi, sullo sfondo il mare e il lembo di terra di Trieste e l’Istria.

Continuando a camminare trovo l’intersezione con il n.82, mi dirigo verso la Cima di Pietrarossa a quota 121. Prima di arrivare sulla cimetta incontro sul mio percorso, una alla mia destra e una alla mia sinistra le trincee Joffre e Cuzzi. Siamo sulla linea insanguinata, come la chiamo io. Spesso guardano il rosso acceso del sommacco mi dico che quel colore è così vivo per ricordare il sangue dei tanti che qui lo hanno versato.
A volte, nelle giornate fredde di inverno e soffia il vento gelido da nord, quando percorro queste colline e altipiani, vengo colta da un senso di oppressione, è la terra che mi restituisce il lamento di tante giovani e giovanissime vite. Non distante da qui c’è il Colle di Sant’Elia e il sacrario di Redipuglia, monumento contenente le salme dei centomila caduti della Prima Guerra.

Dalla Cima di Pietrarossa inizia il lungo percorso delle trincee, entriamo nel Parco Tematico della Grande Guerra. Continuo sottopassando l’autostrada e seguendo il segnavia che a tratti lascia a desiderare, giungo alla carrareccia che mi porta alla vetta Arupacupa (Gorjupa Kupa). Il panorama è notevole, a nord il Carso sloveno chiazzato di rosso, a sud est il mare, da mozzafiato, non sai dove guardare.

Il cielo si è un po’ aperto e ora il sole scalda al punto che devo togliere la felpa. Mi fermo per una pausa e per mangiare il panino che mi sono portata appresso. Un viavai di passeri mi fanno la corte, vogliono le briciole o forse qualcosa in più. Li accontento.
Potrei proseguire fino alla fine del percorso (che in realtà sarebbe il suo inizio) fino a Doberdò del Lago, al Centro Visite ma scelgo di fare dietrofront perché sto camminando da tre ore e per giungere a Doberdò dovrei andare ancora per altre due, potrei fare troppo tardi, le giornate sono accorciate. Ripercorro la via a ritroso, calpesto le stesse pietre, guardo gli scenari in qualche modo capovolti.

La luce che cambia regala nuove sfumature alla natura attorno. Mi soffermo davanti ad un rovo di rosa canina, le spine mi guardano quasi minacciose e i cinorrodi rosso arancio mi ricordano dove mi trovo. Sembrano gocce stillanti, emergono dal grigio giallastro dell’erba attorno. Solitamente raccolgo le bacche per seccarle e fare le tisane per l’inverno ma oggi non posso, sento che toglierei equilibrio a questa perfezione.

Come sempre la via del ritorno appare più facile e più veloce, il cervello ha già memorizzato e non teme sorprese, si sta meno in guardia.

Alla Rocca un gruppo di bambini travestiti da streghette e maghi sta facendo qualcosa attorno ad un cerchio disegnato a terra. Noto alcuni adulti, senza dubbio si tratta di animatori che hanno preparato qualcosa per Halloween. Il luogo si presta considerando che per giungere alla Rocca c’è una comoda stradina asfaltata che sale partendo da Piazza Repubblica.
Ritrovo il mio sentiero 78, il saliscendi tra pietre e avvallamenti sembra una danza, il sole si appresta a scendere e infuoca il rosso delle chiazze di sommacco. All’orizzonte la lama di luce lambisce l’acqua del mare. Alcuni gabbiani lanciano il loro grido roco e sgraziato, mi piace pensare che mi stiano salutando.

Avvicinandomi al punto da cui sono partita raccolgo un mazzolino di santoreggia ed anche qualche rametto di mentuccia, esibisce fiorellini bianco violacei. Gli aromi delle due piante aromatiche si sprigionano con impeto e il mio naso ne gioisce. Ritrovo la macchina e slaccio gli scarponi come fosse un rito.

Penso che questa escursione voglia essere anche un piccolo omaggio alla memoria dei tanti che in queste zone hanno dato la vita nel nome di un ideale allora chiamato Patria. Spesso lo dimentichiamo.

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon

Paola Cosolo Marangon vive a Capriva del Friuli (GO) è formatrice e consulente educativa, fa parte dello staff del CPP di Piacenza. Giornalista, scrittrice, insegnante yoga registrata (RYT/PLUS) Yoga Alliance, vicedirettrice della rivista Conflitti. È da sempre socia CAI sezione Forni di Sopra (UD). Tra le ultime pubblicazioni: "E non mi chiami signora bella" Meridiana, 2021; "Storia di Rosa" Forum, 2020; "Case temporanee per Montanari erranti", Temperino rosso, 2020; "La casa lungo la ferrovia" Ed. Europa, 2018; "Fai della natura la tua maestra", Erickson, 2017; "La donna che rincorreva le nuvole" Biblioteca dell'immagine, 2013, seconda edizione Gruppo GEDI "Storie di montagna" n.23, 2021.


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