Racconto

La libertà che portano i sogni

testo di Alberto Sciamplicotti / foto © Archivio Pierluigi Bini

Pierluigi Bini
04/07/2019
4 min
A venti anni dalla prima edizione di “Rotti e Stracciati”, il libro di Alberto Sciamplicotti che racconta la storia di una nuova generazione di giovani arrampicatori provenienti dalle periferie romane che scoprirono l’arrampicata quasi per caso, l’autore ricorda quell'esperienza indimenticabile e come è cambiata la sua vita.

Ci sono sogni che porti incastrati nell’anima
Stanno lì e non sai come farli uscire, come portarli alla luce per dargli vita, come lasciarli liberi di camminare con le loro gambe in giro per il mondo. Perché i sogni sono come i figli: hanno senso solo se affrancati da vincoli precostituiti e emancipati da chi li ha generati. Bramano di vagabondare da soli e percepire emozioni, perché questo è l’unico modo in cui dai sogni possono nascere altri sogni. E’ la libertà dell’andare e provare che genera questo piccolo circolo virtuoso.
Per inseguire il sogno dell’avventura cercavo le emozioni dei grandi spazi: la montagna come il mare così come il pellegrinare fine a sé stesso di un solitario sentiero. Ma non è possibile inseguire tutte le tracce che la vita ti dipana davanti. Prima o poi devi fare delle scelte e cominciare a camminare sul quel sentiero che sembra più vicino alla tua anima. In quegli anni, quel sentiero passava fra le rocce e le pareti e iniziai così a conoscere storie, vicende e avventure di quanti erano transitati prima di me, di chi, addirittura in tanti casi, aveva tracciato per primo quegli itinerari d’avventura.

Racconti davanti ai fuochi dei bivacchi
Appresi alcune delle vicende che legavano Pierluigi Bini, Vito Plumari, Alberto Campanile, Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Angelo Monti, Roberto Zannini e tanti altri, da Massimo Marchegiani.
Furono racconti fatti davanti a fuochi di bivacchi di vacanze lontane e non cesserò mai di ringraziarlo per averli condivisi con me. Erano storie che affascinavano, simili per certi versi a quelle forse più nobili narrate da Stevenson ne “L’Isola del Tesoro”. Erano storie che raccontavano infatti di libertà, di incoscienza, di scelte, di voglia di vivere ogni momento con quella forza suprema che solo la vera passione riesce ad avere. Storie che rimbalzavano nella mente e che alla fine sembravano essere null’altro lo specchio dei sogni che portavo incastrati nella mia anima, incapace ancora di liberare.
Per questo, avrei voluto far parte di quegli eventi, cui mi separavano non solo qualche anno ma anche capacità tecniche e di avventura minori.


“Il vecchiaccio” Vito Plumari e Pierluigi Bini

L’incontro settimanale con Pierluigi Bini
Venti anni sono passati da quando raccontai con uno scritto quelle vicende. Per raccogliere tutta la storia, ogni settimana, di solito il lunedì, per oltre un anno parcheggiai la mia auto di fronte alla casa dei genitori di Pierluigi. Lui per comodità pranzava lì e nelle prime ore del pomeriggio sciorinava davanti a un registratore e a un quaderno di appunti le sue vicende di adolescente alle prese con il mondo. Una storia che in fin dei conti non era poi dissimile da quella di milioni di altri ragazzi, una cronaca che raccontava della difficoltà di capire il proprio posto nel mondo, una di quelle vicende che in letteratura prendono il nome di “racconto di formazione” e di cui “La linea d’ombra” di Joseph Conrad è il più famoso esempio. In ogni caso, ero sicuro che fosse una storia da raccontare, qualcosa che non doveva andar perso nei meandri del tempo che passa. Fino a quel momento, a parte alcuni articoli apparsi su quel gioiello che era la “Rivista della Montagna” e scritti da Stefano Ardito, nessuno aveva mai raccontato interamente la vicenda. Un particolare che in qualche modo, giocò a mio favore, perché in tanti invece conoscevano, per quel passa parola che contribuisce a far nascere i miti, diversi episodi di quelle stesse cronache. Così, ad ogni incontro settimanale raccoglievo i ricordi di Pierluigi, nei giorni successivi li ordinavo e scrivevo una nuova parte di quel libro che poi avrebbe preso il titolo di “Rotti e Stracciati”. All’incontro successivo poi, revisionavo il tutto leggendolo a Pierluigi. Un lavoro collaterale impegnativo fu quello raccogliere le relazioni e la bibliografia che riguardava gli itinerari alpinistici. Mano a mano, entravo così – quanto meno spiritualmente – in quel mondo e raccontare di quei giorni divenne il mio modo per esserne in qualche modo partecipe. Era forse la prima volta che mi ponevo un obiettivo di così ampio respiro e di così lunga scadenza. Riuscire a portarlo a termine contribuì non poco alla crescita della mia autostima.


“Rotti e stracciati. Aria di Roma sulle cime” nella prima edizione del 1996 edita dal Centro di Documentazione Alpina (il CDA di Torino) e a destra la seconda edizione edita nel 2015 da Alpine Studio.

Il duplice giudizio di Mirella e Luciano Tenderini
La collana in cui fu pubblicata la prima edizione di “Rotti e Stracciati” prendeva il nome de “Le Tracce”, era edita dal Centro di Documentazione Alpina (il CDA di Torino) e la direttrice di quella stupenda sequela di libri era Mirella Tenderini. L’avevo conosciuta avendole inviato in proposta un altro lavoro di scrittura che non fu mai pubblicato. Al telefono le raccontai invece qualche episodio di Bini e di Vito Plumari, di quelli che avevo appreso da Massimo Marchegiani. La storia, convenne, era interessante e non si era letto quasi nulla a riguardo. Mi chiese di inviarle un paio di capitoli di prova. Quello che scrissi per primo riguardava il famoso incontro di Bini e di Plumari con la cordata dei ragni di Lecco al Ciavazes e il conseguente sorpasso in parete fatto da un Heinz Mariacher slegato e con un cappelletto sormontato da una piuma di gracchio. Mirella Tenderini lesse il capitolo e quindi lo lesse anche al marito, Luciano Tenderini. Luciano, era stato un importante alpinista del gruppo dei Ragni di Lecco, amico dei più grandi arrampicatori degli anni ’50 e ’60. Salì vie fra le più impegnative di quel periodo e anche il valore di quelle aperte da lui non fu minore. Probabilmente ai più il suo nome rimane poco conosciuto. Ma in quegli anni la luce di Bonatti, suo amico, brillava di una potenza tale da oscurare tutto il resto. Conobbi in questo modo la storia di Mirella e Luciano, il loro amore, la decisione di lei di lasciare e il suo lavoro di gallerista e critica d’arte per andare con lui a gestire un rifugio. Appena completavo un capitolo, avendolo letto a Pierluigi e rivisto con lui nella successione degli avvenimenti, lo inviavo a Mirella e lei lo leggeva a sua volta a Luciano che in quel periodo stava perdendo la vista e aveva di conseguenza difficoltà a leggere autonomamente. Avere il loro duplice apprezzamento era quanto di più bello potessi sperare.

Dopo venti anni la mia vita è un’altra
La passione e la certezza di essere impegnati in un lavoro la cui buona riuscita è probabile, non fanno sentire la fatica. In poco tempo, “Rotti e Stracciati” fu completato e andò in stampa ed ora sono passati venti anni da quei giorni. Non una vita ma quasi.
La mia di vita è invece veramente un’altra rispetto a quella pre-rottiestracciati. Quei sogni che sembravano incastonati fra le pieghe recondite della mia mente, sono riusciti a rompere i vincoli che li tenevano e a volare più in alto di quanto mai avessi sperato. Ho raccontato ancora di avventura e ho provato a trasmettere emozioni sia con la scrittura che con immagini, fisse come quelle fotografiche o in movimento come quelle di un video. Soprattutto, sono riuscito a vivere in prima persona le emozioni regalate dall’esplorazione e dall’incognita e, con i miei sci, ho salito e attraversato montagne innevate in giro per il mondo, dalla Turchia alla Grecia, ai Pirenei al Karakorum, alle montagne dell’Iran, a quelle del Canada, delle isole Svalbard e della Groenlandia, della Macedonia, dell’Armenia, del Kosovo, degli Appennino e delle Alpi.
Sempre, nell’anima, la voglia di stupirmi e di emozionarmi. Quella stessa voglia che viveva in Pierluigi, ragazzino, quando in tuta da ginnastica e Superga andava ad arrampicare al Gran Sasso come in Dolomiti, con lo spirito di chi si avvia, palla sotto il braccio, a una partitella in un campo da calcio di periferia.

Alberto Sciamplicotti

Alberto Sciamplicotti

Fotografo e video maker, ho la fortuna di avere la finestra dell’ufficio diretta verso le montagne dell’Appennino. Amo arrampicare, camminare lungo sentieri solitari e praticare scialpinismo con l’antica tecnica del telemark. Il piacere di raccontare emozioni mi ha spinto a scrivere libri. Il che mi porta a spacciarmi per scrittore.


Il mio blog | La necessità di raccontare le emozioni attraverso la scrittura, le immagini e i filmati mi ha portato ad aprire il mio sito web (www.sciampli.it) e a gestire una pagina facebook a mio nome. Il resto è venuto da solo, con la voglia di vagabondare sulle montagne del mondo.
Link al blog

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