Racconto

Ombra e silenzio

testo e foto di Nicola Narduzzi

L’autore in cima al Campanile di Val Montanaia
24/12/2018
4 min
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Com’è lassù? Male! – Uno scambio di battute breve ma intenso, preludio ad una calma che definisce la separazione tra due figure legate, ma divise da marcati strapiombi.

Non voglio pensare alla faccia di Saverio giù nella nicchia una ventina di metri sotto di me. Qualsiasi cosa stia immaginando, di sicuro ha capito che sono nella merda.

C’è silenzio qui. Siamo arrivati ai piedi del Campanile in una fresca mattina di metà estate. Abbiamo girato l’angolo per rifugiarci nell’ombra del suo lato nascosto, quello che non finirà mai sulle cartoline o in qualche mostra fotografica, quello dove non ci sono orde di escursionisti che osservano ammirati con il naso all’insù, lì dove nessuno può vedere.

C’è silenzio qui. Nessuno dei due proferisce parola, non c’è molto da aggiungere al poco che è stato detto. In effetti, gli ultimi metri percorsi sembravano più difficili del previsto, privi oltretutto di possibilità di assicurazione. Li avevo affrontati di slancio, certo di trovare qui, sotto i tetti gialli che si protendono nel vuoto, due bei chiodi a cui affidarmi in tranquillità. Invece niente, solo tanta roccia fratturata in equilibrio precario. Non è stata una grande idea la mia, eppure ero salito calmo e sicuro fino a qui. Sono proprio uno stupido. Il battito cardiaco accelera, il respiro si fa pesante.

Mi sento solo, incredibilmente solo e in trappola. Guardo verso il basso, le corde che si inarcano lateralmente, scomparendo sotto gli strapiombi.

C’è silenzio qui. Anche le urla delle numerose cordate che affollano la via normale ed il suono della campana di vetta che ci hanno accompagnato fino adesso si sono zittiti, rimarcando un altro stato di separazione. Mi guardo attorno, il tempo scorre lentamente in una misura che non riesco a quantificare, mentre rimango immobile sul ripiano sul quale mi ritrovo in un precario equilibrio.
Due, tre boccate d’aria per cercare di scacciare la tensione che sta aumentando. Come posso calarmi? Tutti i blocchi attorno a me suonano pericolosamente di vuoto, inutile provare a mettere una protezione. E se provassi a scendere arrampicando? Non un’opzione fattibile per me su queste difficoltà.

Saltare? Guardo l’arco che la corda percorre sotto di me fino laggiù, a quel chiodo che sporge per una lunghezza imbarazzante da una fessura una decina di metri sotto di me. Un brivido corre lungo la schiena. Razionalmente dovrei sapere che dopo quindici o venti o più metri che siano la corda scorrerà nel freno e si allungherà imprimendo una decelerazione progressiva al mio corpo, eppure l’idea mi fa paura lo stesso. Fa paura perché cadere non è un istante ma un lasso di tempo in cui gli istanti diventano minuti e poi ore man mano che la velocità aumenta e la mente può registrare tutto quello che sta succedendo ma non può reagire, sopraffatta dall’immensità di quello che sta accadendo e da un’unica, totalizzante, domanda: farà male?

Dalla nicchia dove mi trovo, in mezzo ad un mare di roccia strapiombante, vedo una fessura regolare e solida ad un paio di metri da me. Dei blocchi instabili mi precludono l’accesso a quell’ancora di salvezza nella verticalità che si fa via via più opprimente. Provo a raggiungerla un paio di volte, ma non riesco a staccarmi dalla piccola piazzola. Mi sento solo, incredibilmente solo e in trappola. Guardo verso il basso, le corde che si inarcano lateralmente, scomparendo sotto gli strapiombi. Senza dire niente dò un calcio ai blocchi, che scivolano senza far rumore in un arco unico fino alle ghiaie.

Quel che rimane, in fondo, è soltanto un racconto di ombra e silenzio.

C’era silenzio qui, poi un boato è rimbalzato tra le pareti di quest’angolo solitario. Con calma mi sposto a destra, prendo il friend viola, l’unico rimastomi, ma quando provo a inserirlo in quella fessura tanto agognata non entra. Proprio mentre penso ormai di essere davvero nei guai, davanti al mio naso vedo una fessura sottile e profonda, talmente perfetta che sono sicuro si sia creata improvvisamente nella roccia solo per me. Pochi secondi dopo il silenzio è nuovamente interrotto: un suono metallico sempre più acuto e un sospiro di sollievo.

Dopo esserci scrollati di dosso quanto appena accaduto arriveremo sulla cengia circolare, con le braccia e la testa svuotate e lo sguardo stralunato. Verremo guardati con curiosità dalle una delle tante comitive che salgono serenamente lungo la via normale, stupite di vedere qualcuno sbucare “dalla parte sbagliata”. Una cima insolitamente solitaria sarà una meritata ricompensa e, seduto a godere del calore dei raggi del sole, mi guarderò attorno nella lucida consapevolezza di essere vivo nel posto più bello del mondo, senza alcun pensiero se non una domanda: Quanto sono andato vicino a perdere il controllo?

Sono strane le ferite che lasciano certe esperienze. Come si fa invece a capire le inquietudini che tormentano un uomo, le sue solitudini, le domande nascoste nei recessi profondi della coscienza, le distanze che lo separano dalla vita reale?
Quel che rimane, in fondo, è soltanto un racconto di ombra e silenzio.

  • Sui primi tiri della Corona Carratù
  • Campanile di Val Montanaia – parete ovest, dove passa la via Corona-Carratù

Nicola Narduzzi

Sono nato in un paesino del Friuli collinare, dove le montagne costituiscono lo sfondo quotidiano. Da quando ho 15 anni pratico alpinismo, dedicandomi non solo a ripercorrere le classiche vie che hanno fatto la Storia di questa disciplina ma anche ricercando gli angoli più nascosti che le nostre montagne offrono.


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