Racconto

#46
ALLA FINE DI OGNI COSA

Se avete davvero voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto quali vie ho già salito, quali le montagne dove sono arrivato in vetta...

testo e foto di Alberto Sciamplicotti

L’equinozio era scivolato via da un paio di giorni e la roccia su cui posavamo le mani era tiepida nella luce che arrivava radente dalle nostre spalle.
20/01/2022
7 min
Marco_Rossignoli_014

Alla fine di ogni cosa

di Alberto Sciamplicotti

“Se avete davvero voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto quali vie ho già salito, quali le montagne dove sono arrivato in vetta, il grado su roccia che faccio a vista, quali canali abbia salito e quali sceso con gli sci, e tutte quelle baggianate alla Facebook e Instagram, ma a me non va proprio di parlarne.

Quello che invece voglio raccontare è qualcosa che spaventa, che incute più timore di quanto vogliate ammettere, qualcosa che fuggite sempre perché è l’unico modo per frequentare a pieni voti quella Scuola di Pena Istantanea che è la Vita. Già, perché per voi l’esistenza deve essere appagamento e null’altro, un vagare fra minuti, ore, giorni, mesi e anni, cercando solo quello che può rendere piacevole questo andare e del dolore e della sofferenza non volete sentir parlare e fate come se non esistessero.

Solo quando state per arrivare al momento di chiudere gli occhi definitivamente, sempre che non giunga troppo all’improvviso, solo allora capite che alle somme della vita mancano degli addendi e che il risultato raggiunto non sarà quello sperato. È quello che spesso leggo negli occhi spenti dei vecchi, lo sconcerto di non aver capito qualcosa di essenziale e di essere lì, a un passo dal dissolversi, e ancora non aver compreso cosa sia questo qualcosa, tanto che comincio a pensare che l’Alzheimer sia solo un modo che il cervello ha inventato per fuggire a quest’impasse. La dissoluzione dell’incertezza della dissoluzione.

Dolore e sofferenza. Gioia e piacere.
Due piatti della stessa bilancia che per far quadrare i conti della vita si devono equivalere, con l’ago puntato il più vicino possibile allo zero. È la realtà che lo impone, ma voi questo non lo volete vedere e neppure credere. Preferite illudervi che possa esserci un’esistenza piena solo di beatitudine. Guardatevi indietro. Quale sono i ricordi che vengono riportati alla mente? Non sono forse quelli più forti, quelli dove avete amato di più ma anche quelli dove avete sofferto maggiormente? E per caso, ma solo per caso, non vi sembra che entrambi siano avvolti dalla stessa dolce malinconia, uno stato d’animo che smussa il dolore più forte come la gioia più deflagrante, rendendoli simili uno all’altra?

Così, sappiate che questa storia che state per sentir raccontare è immersa completamente e definitivamente nella malinconia, in quel desiderio forte di rivivere momenti lontani nel tempo con tutto il loro bagaglio di sofferenza e di piacere. Certo, è anche a suo modo una storia buffa, piena di coincidenze chiamate errori.

Era l’inizio di una estate di tanti anni fa, quel periodo dell’anno in cui il caldo è ancora solo una promessa di futuri giorni afosi. Il solstizio era scivolato via da un paio di giorni e la roccia su cui posavamo le mani era tiepida nella luce che arrivava radente dalle nostre spalle. Avevamo arrampicato salendo fino a metà della parete, fino a un grande terrazzo, una cengia orizzontale che divideva in due la verticalità del costone. Il nostro itinerario terminava lì. Più sopra, la mente di differenti esploratori della verticale aveva immaginato e realizzato viaggi di aderenza troppo impegnativi per noi. Seguimmo il terrazzo verso sinistra e arrampicammo verso il basso per qualche decina di metri, fino a raggiungere un masso abbracciato da quattro vecchi spezzoni di corda da cui pendeva un moschettone. Passammo le corde nell’anello d’acciaio e le lanciammo nel vuoto preparandoci a scendere appesi come ragni a quel filo colorato.

“Dolore e sofferenza. Gioia e piacere. Due piatti della stessa bilancia che per far quadrare i conti della vita si devono equivalere.“

(…) magari vorrete sapere prima di tutto quali vie ho già salito (…).

Passammo le corde nell’anello d’acciaio e le lanciammo nel vuoto (…).

Sulla terrazza del rifugio posto sul lato opposto del vallone, proprio di fronte alla parete dove eravamo, piccole figure sembravano guardare verso di noi. Prima di scendere lungo le corde, guardai verso il basso, verso quel vuoto a precipizio sul vallone e come sempre un brivido freddo mi attraversò la schiena.
Ora voi già state immaginando a un incidente occorso su quella discesa in corda doppia. Le storie di alpinismo sono piene di incidenti del genere e vi ho appena detto che non c’è piacere senza dolore. Così magari vi state immaginando che dopo la gioia della salita appena fatta ecco, proprio su quella discesa su corda possa aver trovato la sofferenza. Ma se così fosse, ben difficilmente sarei qui a raccontare quanto avvenne. No, in realtà ciò che accadde avvenne alla fine della discesa sulla doppia.

Il canale dove arrivai era bianco dell’ultima neve rimasta dall’inverno, una granita dura e ghiacciata. Feci un passo e banalmente la suola in Vibram delle scarpe perse aderenza. Scivolai per tutta la lunghezza di quello scivolo e mi fermai, rimbalzando nella crepaccia laterale, quaranta metri più in basso, dove il canale virava verso sinistra. Sì, è vero, lo zaino che portavo si prese gran parte degli urti, ma qualche botta alla schiena arrivò lo stesso. Sono stati scritte migliaia di righe sulla forza d’ascesi della montagna, su come il salire verso una vetta equivalga all’elevarsi verso l’infinito regalando maggiore capacità di comprensione dell’intero universo, ma ora dov’era quella potenza che avrebbe dovuto avvicinarmi all’indicibile? A me girava solo la testa e avevo un gran male alla schiena.

Arrivarono i soccorritori dal rifugio posto sullo sperone di fronte a noi e per, trasportarmi a valle e in ospedale, chiamarono un elicottero. Ora, è vero che l’essere umano è fallace per natura da quando perse il diritto di asilo al Paradiso Terrestre, ma certo che in quel giorno di giugno sembrò che il Signore Dio avesse deciso di dare dimostrazione di come gli individui che mise a governare il creato possano essere capaci di concatenare errori. La somma di questi, quel giorno, fu così lunga che conviene racconti solo delle conseguenze che generarono.

La barella su cui ero legato, nel momento in cui fu sollevata verso l’elicottero, iniziò a ruotare su sé stessa, a velocità sempre più forte, accelerando a tal punto che, a detta di chi era nei paraggi, divenne una macchia di colore. La fune di controllo, posizionata malamente troppo al centro, riusciva solo a verticalizzare l’asse di rotazione e più veniva tirata verso il basso più la portanza, indotta dalle pale dell’elicottero sulla barella, agiva aumentando la velocità. Ecco quanto era il dolore posto sul piatto della bilancia quel giorno. Una sofferenza inenarrabile al sentire gli occhi gonfiarsi per il sangue spinto dalla forza centrifuga e uscire dalle orbite. Un’emorragia sottocutanea diffusa ingrossò busto, collo, viso e capillari scoppiarono riempendo di sangue bocca e naso.

Fra visioni di lontani eventi, svenni per il dolore. Dall’elicottero capirono che non potevano riuscire a issare una barella rotante. Soprattutto, penso, capirono che più che soccorrermi stavano uccidendomi. Così allentarono la frizione al verricello facendo precipitare la barella a terra, dove rimbalzò un paio di volte. Ripresi i sensi nuovamente qualche metro sotto l’elicottero, durante il secondo tentativo di recupero. Al principio davanti a me fu tutto nero, come fossi immerso in un mare d’inchiostro. Il primo pensiero coerente fu la comprensione di essere stato svenuto. Poi, nel buio in cui ero avvolto, vidi venirmi incontro una figura di donna. Galleggiando nell’aria mi sfiorò con una mano la guancia sorridendo. Nel momento in cui sparì dietro di me, il velo scuro si squarciò e una luce potente illuminò la scena.

“Scivolai per tutta la lunghezza di quello scivolo e mi fermai, rimbalzando nella crepaccia laterale, quaranta metri più in basso, dove il canale virava verso sinistra.“

Ero sotto l’elicottero e il verricello stava provando a sollevarmi.

Ero sotto l’elicottero e il verricello stava provando a sollevarmi. La barella questa volta non ruotava, il recupero veloce non aveva permesso per fortuna di tendere la corda di controllo mal posizionata. Fui caricato all’interno del velivolo, come in una di quelle scene di guerra ambientate fra i soldati statunitensi in Viet-nam. Il secondo pilota, avendo intuito la sequela di errori, era in preda al panico ed era chino su di me. Gli occhi nascosti dai Ray-ban, continuava a ripetermi di stare calmo. Provai a parlare con lui. Il dolore alle orecchie e agli occhi e la lingua gonfia come quella di un vitello non lo rendevano facile. Passavo il dito in bocca e ne tiravo fuori coaguli rossi.

L’elicottero quindi parti verso l’ospedale più vicino dimenticando di recuperare da terra il medico del soccorso che dovette tornare a piedi. In ospedale poi, vedendo le condizioni del mio viso, enfiato, rosso, cosparso di capillari scoppiati e con gli occhi estroflessi dalle orbite, mi chiesero come fosse avvenuto l’incidente. Dissi che in realtà avevo battuto solo la schiena sulla roccia e che il resto era dovuto al recupero in elicottero. Non riuscii a finire la spiegazione. Il medico decise che le risposte erano incoerenti: sicuramente dovevo essere sotto shock e confondevo i fatti. Ordinò quindi un’iniezione di Valium per calmarmi. Sopraffatto dal dolore e confortato dal fatto che comunque l’avrei sfangata, sopportai anche questo.

La notte dormii poco e male, il collo serrato in un collare a bloccare la cervicale verticalizzata. Si ripresentava poi alla mente sempre quella ragazza che avevo visto prima di riprendere i sensi sotto l’elicottero. Continuai a chiedermi chi fosse.
Mi tornò a trovare a una settimana esatta dall’incidente. Mi svegliai improvvisamente di notte, gli occhi sbarrati nel buio, richiamato alla realtà da un dolore indefinibile vissuto in sogno. Non riuscivo a ricordare nulla però. Fu l’acqua calda che scivolava sulla pelle durante una doccia fatta la mattina seguente a riportare tutto alla mente. Durante la notte, avevo scoperto chi fosse che mi aveva accompagnato verso la realtà: un affetto forte bruscamente interrotto dalla morte per un incidente stradale. Era stata lei a infondermi serenità mentre giravo appeso sotto l’elicottero e sempre lei, nel sogno che ricordai nella doccia, a farmi capire come la mia strada non dovesse concludersi in quella selva di umanissimi errori.

Il dolore fisico, il dolore dell’anima, la paura della morte, tutto era stato posto su un piatto della bilancia. Sull’altro, a fare da contrappeso, solo il piacere di quell’incontro, visione che qualcuno potrebbe chiamare allucinazione ma cui invece io, ancor oggi, non posso e non voglio dare nome. So solo che accetterei di vivere ancora quel disastroso recupero se questo fosse il prezzo per poterla incontrare di nuovo.
Non è più successo da allora. La mia ascesi verso la perfezione delle vette si è fermata lì, quando in qualche modo la montagna fu il tramite per congiungermi con qualcosa che era oltre la vita. Ora, rimane solo la malinconia, una mestizia che avvolge tutto, piacere e dolore, gioia e sofferenza. Un sentimento che preme sul mio cuore, regalandomi però la speranza per un nuovo incontro quando sarà giunto alla fine di ogni cosa.”

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Questa storia partecipa al BC2021.
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Alberto Sciamplicotti

Alberto Sciamplicotti

Fotografo, scrittore e a volte videomaker, ama raccontare e condividere emozioni nella convinzione che tessere una rete umana possa aiutare a capire noi stessi e gli altri e a vivere più in armonia con il mondo.


Il mio blog | Luogo di incontro, piazza virtuale dove poter raccontare, anche quando la parola non arriva, esperienze ed emozioni con scritti, immagini e filmati. Un piccolo esperimento “in progress” sta andando avanti oramai da oltre 14 anni. Fortunatamente non sono mancati i compagni di viaggio, persone con cui condividere le emozioni di ogni giorno passato fra montagne e pianure. www.sciampli.it
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