Reportage

#102 SULLE TRACCE DELL’ORSO

testo e foto di Chiara Beretta  / Torino

03/01/2021
7 min
Il Bando del BC20

Sulle tracce dell’orso

di Chiara Beretta

«Il 2020 è un anno di pasciona. E gli anni di pasciona annunciano sempre un aumento delle nascite di orsi».

Mentre parla Giovanni, la guida, indica i rami di alcuni faggi così straordinariamente carichi di frutti, le faggiole, da toccare il terreno. È la prima volta che visito il Parco Nazionale d’Abruzzo, i suoi dolci pendii e le distese di boschi quieti. La giornata volge al termine: il sole sta concludendo la sua parabola discendente e la luce è più azzurra, morbida. Si allarga su ogni cosa e pare risvegliarla. I gitanti hanno già fatto ritorno a casa. La montagna è silenziosa, ma non dorme. Presto gli animali usciranno cautamente dalle tane per mangiare. Sono qui per questo, con qualche altro escursionista, il binocolo a tracolla e la sapiente guida di Giovanni, che conosce questi luoghi a memoria. Siamo sulle tracce del simbolo di queste terre alte: l’orso bruno marsicano.

Camminiamo da circa un’ora. Siamo partiti da Villetta Barrea, un piccolo paese nella provincia dell’Aquila, nel cuore dei monti Marsicani. Per adesso del maestoso plantigrado ancora nessuna traccia, ma mentre sono ferma nella radura al limitare del bosco mi rendo conto che sto già assistendo a un segnale del suo legame con questi luoghi. Ogni stagione i faggi, che coprono oltre il 60% della superficie del Parco, fruttificano normalmente o sotto la media: solo ogni tanto capita un’annata straordinariamente abbondante. Una pasciona, appunto. E ce l’ho davanti agli occhi. Gli orsi marsicani sono onnivori e non disdegnano qualche carcassa, se capita, ma l’80% della loro dieta è vegetale. E quando ci sono a disposizione così tante faggiole queste piccole noci croccanti, ricche di grassi e proteine, diventano il loro pasto prediletto, oltre che il modo migliore per prepararsi al letargo invernale. In realtà non sono solo gli orsi marsicani a godere delle virtù eccezionalmente nutrienti di questi frutti: tutto il bosco se ne ciba e così si ripopola e promette un’esplosione primaverile di vitalità.

Ci rimettiamo in marcia. Il passo è lento, lo sguardo si muove senza posa tra le ombre della faggeta che circonda il sentiero. Prima di partire Giovanni è stato chiaro: avvistare l’orso marsicano non è difficile in queste zone, ad agosto inoltrato, ma non c’è certezza. Potrebbe anche non accadere. E se accadrà, sarà a grande distanza. Non siamo in uno zoo: siamo ospiti. Presenze estranee che si addentrano in una terra che non va turbata in nessun modo. Per questo motivo l’accesso ad alcune aree del Parco, quelle più frequentate dall’orso, è addirittura proibito. Possiamo solo sostare sul loro confine e scrutare i pendii alla ricerca di qualche esemplare. Ho letto che nel Parco e nelle zone circostanti ce ne sono una cinquantina. Cinquanta orsi – a essere ottimisti – sparsi in oltre 49mila ettari di territorio. Sarà difficile. Me lo dico più che altro per prepararmi all’eventualità di un mancato avvistamento, per non restare delusa. Eppure, mentre cammino, penso ai tanti aneddoti che ho sentito in questi giorni.

Alla giovane coppia che ha visto un orso attraversare la strada mentre guidava verso Pescasseroli, sulla stessa lingua di asfalto che anche io ho percorso per arrivare qui. Alla bambina che l’anno scorso, proprio sul sentiero su cui mi trovo ora, aveva scorto l’animale a pochissimi metri di distanza. «Guardate, un cane!», aveva detto sorridendo ai genitori – o almeno così racconta la storia che mi è stata riportata. L’uomo e l’orso, in queste montagne, coesistono da sempre. A differenza di quanto accaduto sulle Alpi, questo animale non è mai andato via dagli Appennini: tollera la presenza delle persone, anche se cerca di tenersene lontano. Ma perché non dovrebbe avvicinarsi di nuovo? Perché non qui, adesso, sotto i miei occhi? Non posso fare a meno di sperare in un evento così speciale e sussulto ogni volta che credo di vedere un’ombra più scura delle altre nel fitto del bosco. Ma sono solo tronchi.

Sono assorta nella mia personalissima osservazione quando Giovanni si ferma all’improvviso. Beve un sorso d’acqua dalla borraccia. Sorride. «Allora, chi saprebbe indicare almeno un nome di una pianta qui intorno?». La domanda mi coglie di sorpresa. Non solo me, a giudicare dal silenzio prolungato e dagli sguardi incerti degli altri membri del piccolo gruppo. Conosco il paesaggio montano: l’ho visto innumerevoli volte negli anni. Posso dire di amarlo, di conoscerlo. Eppure, me ne rendo conto ora, non so dare un nome alle cose. È una consapevolezza strana: rinnova la sensazione di essere ospiti, non padroni. È Giovanni a svelarci questo mondo come se fosse la prima volta. Ecco le calcatreppole, fiori spinosi dalle sfumature violette. C’è anche qualche timido croco, da non confondere con il fiore dello zafferano. Proprio accanto ai miei scarponi, sul bordo del sentiero, una rosa canina cresce tenacemente tra le erbacce: i suoi frutti sono uno scrigno di vitamina C. A farci ombra è un melo inselvatichito, una testimonianza del lontano passato agricolo di queste terre. Abbandonato a se stesso, l’albero ora produce mele piccole e bitorzolute: non ideali per il consumo umano, ma un ghiotto spuntino per gli orsi marsicani. Chissà che non passino anche da queste parti, allora.

Ad attirare questi animali più di ogni altra cosa, però, è il ramno, nello specifico il Rhamnus alpinus. È proprio questa la nostra meta: un buon punto di osservazione su questi arbusti, che crescono abbastanza facilmente sui pendii rocciosi abruzzesi. «L’orso va dove c’è un ramneto – assicura Giovanni – È il punto migliore in cui cercarlo». Troviamo una piccola distesa di erba, in quota, che offre una splendida visuale del monte di fronte, che è una delle zone off limits per gli escursionisti. In basso ci sono un pascolo, qualche mucca e una casetta di legno e, salendo lentamente con lo sguardo, vedo il bosco, prima fitto e poi diradato, e oltre una distesa di erba e rocce che sale fino alla cima. Qui crescono i ramni. Ne scorgo molti, raggruppati in piccole macchie. Lasciamo a terra gli zaini e puntiamo teleobiettivi e cannocchiali. Attediamo. La luce cambia ancora, diventa blu. Fra poco si tingerà di rosa. Forse l’orso non verrà. Forse oggi non ha fame. Forse ha mangiato altrove.

Ma l’attesa non dura molto. Il nostro orso è goloso e non ci delude: lo vediamo uscire dal limitare della foresta, il pelo lucido e scuro, e dirigersi con passo sicuro e ondeggiante verso la parte più alta del pendio, dove solo gli amati ramni riescono a mettere radici. Lo vediamo agitare una pianta e banchettare, poi alzarsi e cercare un nuovo arbusto da ripulire. A qualche decina di metri di distanza alcuni cervi brucano quietamente: quando si accorgono della presenza del plantigrado corrono oltre un ghiaione, a distanza di sicurezza. L’orso non sembra nemmeno accorgersene. Ogni volta che appoggio gli occhi sugli oculari del binocolo trattengo il fiato per l’emozione, come se non volessi disturbarlo, farlo scappare. In realtà siamo così distanti che non può nemmeno sospettare la nostra presenza. Lo immagino vagare nel suo regno affidandosi al naso acutissimo più che alla vista, che non è molto sviluppata, del tutto ignaro di essere spiato nella sua quotidianità più banale e straordinaria. Questo è l’orso, penso. Di più: questo è l’orso quando l’uomo non esiste.

Quando la luna si alza sopra la montagna, raccogliamo l’attrezzatura e torniamo sui nostri passi. Abbiamo osservato il nostro orso finché è stato possibile, fino a quando non è diventato una macchia impercettibilmente più scura su una vasta distesa nera. Per il ritorno siamo muniti di torce frontali, ma decidiamo di non accenderle. Solo Giovanni, in testa al gruppo, ha una piccola lampada puntata a terra. «Meglio limitare le luci», spiega. Che vuol dire: meglio evitare di disturbare la vita notturna di queste montagne. Una volta che l’occhio si abitua, basta la luna a illuminare fiocamente la strada. Procediamo senza fretta. Il percorso è lo stesso che abbiamo fatto poche ore fa, ma adesso sembra di essere in un mondo diverso, oscuro, misterioso. Brulicante di vita invisibile.

Facciamo una sosta nel cuore del bosco, allontanandoci leggermente dal sentiero. Ci sediamo per terra in mezzo agli alberi, in silenzio. I sensi si acuiscono. Appoggio le mani sul tappeto di foglie sotto di me: sono incredibilmente calde. Conservano il calore della terra, forse di qualche raggio di sole della giornata. Chiudo gli occhi. Inspiro. Quanti odori nuovi, diversi. Non li avevo avvertiti prima, impegnata a non inciampare in una buca o in un sasso. Scopro che il bosco di notte non è affatto silenzioso e, una volta che ci si ambienta, non ha niente a che vedere con il luogo terrificante delle favole. Assomiglia a una tana, a un rifugio generoso che vigila anche su chi lo attraversa brevemente. Riconosco il bramito insistente di un cervo.

Un allocco, lontanissimo, lancia il suo inconfondibile richiamo. Intorno a me le cose si muovono impercettibilmente. Sento scricchiolii, fruscii, suoni lievi che non riesco a identificare. Immagino una volpe accovacciata vicino a un tronco a pochi metri da me o qualche arvicola che saetta fuori dalla tana. Immagino i lupi, gli altri affascinanti protagonisti degli Appennini, così schivi e timorosi dell’uomo, che si preparano alla caccia. Poco fa ero io a guardare senza essere vista. Ora la situazione è ribaltata: mi sento osservata da chi, a differenza mia, può dominare queste tenebre, può guardarci attraverso, può abitarle. È una sensazione strana, ma è una cosa che bisogna accettare se si è ospiti di un bosco, di una montagna: ecco un’altra cosa che ho imparato. Forse anche qualche orso ora sente il mio odore arrivare da lontano e assiste pigramente al mio rapido passaggio nel suo regno.

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foto:
1. I dintorni del punto di osservazione dell’orso, meta dell’escursione.
2. Il paesaggio durante l’escursione nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
3. Il monte su cui è stato avvistato l’orso, nei pressi del monte Marcolano (foto di Gabriele Calabrese).

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Chiara Beretta

Chiara Beretta

Mi chiamo Chiara, ho 30 anni e faccio la giornalista. La scrittura, la montagna e i viaggi sono le mie passioni più grandi.


Il mio blog | La montagna - le sue sfaccettature, i suoi volti, i suoi percorsi - va vissuta, amata e raccontata. Altitudini.it è uno splendido esempio di come sia possibile esplorare e lasciarsi ispirare anche dal divano di casa. Altitudini.it è la mia rivista digitale.
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