Racconto

#21 • Analessi vegetale: la foresta vergine

"Solo la natura era, sopra ogni cosa, davvero padrona. E questo era il monito ma ora abitiamo un mondo diverso e abbiamo perduto le nostre foreste"

testo e foto di Francesca Nemi

Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
21/12/2019
3,40 min
informazioni
Sulle vecchie carte geografiche ha la forma di un grosso utero verde che riposa placido e irregolare sopra lo scheletro di montagne di cui ha visto tutto il passato.

Sta in un’affilata bava di terra inarcata da monti e da vette potenti, e come la schiena di un immenso mostro arcaico si anima per emergere tra terra e cielo. Vi tira un’aria di vette, un’aria forte con l’orizzonte che misura più di quaranta miglia di diametro. Una natura impegnativa, schiva e ruvida, impetuosa e crudele, fosca e lucente, umile e sfrontata. Niente facilitazioni ma incavi che vanno cercati con fatica e compresi nei loro segni stratificati.

La selva, di cui si racconta, si dilata al crescere dei giorni di cammino, e non si può definirla altrimenti giacché non se ne conosce più la misura. Filari di piante disetanei ritmano il passo; faggi e abeti di mole più che colossale si legano fino a non permettere adito che a qualche fiacca ed interrotta lama di luce. Molti di questi alberi schiantati da folgori violente barricano la via e si frappongono. Hanno 130 palmi di altezza e diametro di 30 piedi. E qui, tra le gradualità di verde, un’armata fiera di uri resiste ancora stracciando erba perché si sa che in questi spazi si nascondono anche specie di bestie sconosciute altrove, e che tra queste alcune sembrano più ignote di altre.

A tratti si mostrano radure febbrifughe tra felci ammiccanti e rocce nude; in una scacchiera di chiaroscuri si rincorrono tronchi annodati, rami deformi, grovigli selvaggi, muschi e fusti argentei di faggi primitivi. E tutto è viziato di umidezze e fiaccato dal disfacimento del gelo.

A metà si apre una forra, è una ferita profonda rotta solo dal borbottio fondo di un ruscello. Genziane e ranuncoli sollazzano vicino le sue sponde, mescolate a felci e equiseti, mentre il picchio nero, dall’alto dei rami, riecheggia pronto. C’è un punto in cui poi la forra cala a picco come in un budello angoscioso; le pareti grasse precipitano per centinaia di metri così perfettamente erette che a stento quasi si indovina il ruscello che sprazza bava fin laggiù, godendo tra il riposo e l’abbandono che lo serrano.

Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

Lungo il cammino un selciato di muschio disperde la logica di percorso e tutto volge all’insegna della mutevolezza della vista che scruta, raccoglie e spesso, senza capire, misura; prospettive umettate e paesaggi svianti che si snodano secondo l’acutezza delle vedute, l’inclinazione del terreno e i bizzarri rigori delle intemperie del momento. Tutte le forze più terrifiche vi si trovano riunite in un contrasto di armonie e dissonanze estreme che a molti fa effetto brutale. Il silenzio prende voce senza farsi chiamare; solo in lontananza si coglie di tanto in tanto il frastuono di cascate o il gemito sommesso della brezza. Una bruma pastosa si stacca dal fondo dell’antica foresta precipitando ogni cosa in paesaggi monocromatici di forme geometriche: cerchio, linea retta, rombo. E poi la notte una luce impietosa di luna e ombre nere come fuliggine ancorano lo sguardo al cielo. Del resto perché mai si dovrebbe entrare nei dettagli del mondo qui? E’ già tutto come dovrebbe essere.

E malgrado le sue seduzioni la foresta è deserta di uomini, e le uniche tenui orme visibili al suolo sono tutte di lupi grigi e orsi, dirette verso il centro, come se da qui si andasse solo immergendosi irreparabilmente nelle profondità di verde.

Scenario dell’esperienza del raro e dell’insolito, la foresta primeva è una geografia nascosta sulla scoperta e sulla conoscenza di ciò che in natura è di essenzialmente “altro” rispetto all’uomo; ma ora, ahimè?

L’altrove era proprio lì, in quella luce cruda, in quella muta e brutale ricchezza di elementi, nel piacere amaro e acre del viaggio senza meta, nello sforzo di vie interrotte da erte e dirupi improvvisi, nelle premesse di un’esperienza naturale che resta la prova più umana, e forse anche in quel malessere che sovrasta e rende ogni uomo uno straniero al cospetto della fede naturale e dell’intuizione di una bellezza non umana. Scenari che disturbavano i sensi ingentiliti, giunti intatti e inaspettati. Vi era qualcosa di tanto velato in quelle selve fitte ed oscure da soggiogare la mente.

In quelle regioni di eroiche foreste centenarie, sullo sfondo di cime salite dritte dalle profondità marine, tra abissi rovinosi e gole di fiumane urlanti, solo la natura era, sopra ogni cosa, davvero padrona. E questo era il monito ma ora abitiamo un mondo diverso e abbiamo perduto le nostre foreste.

Linee rette nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Francesca Nemi

Vado in montagna, scrivo, fotografo. Non sempre, non per forza seguendo un ordine. Simpatizzante dei cambiamenti. Ho i miei tempi, e a non volerli rispettare si finisce sempre fuori tempo.


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