È quello che mi è accaduto entrando nella sede del Reparto Carabinieri Biodiversità di Belluno. Nell’atrio ho rivisto il Cristo di Erèra, il crocifisso che per anni avevo osservato sulla facciata della casera nella più bella prateria delle Alpi.
Restaurato, con il braccio mancante ricomposto, il Cristo conserva intatta la forza espressiva: il capo reclinato sulla spalla, gli occhi chiusi, il volto sofferente, la bocca aperta in un grido muto di dolore. Anche lontano dal suo luogo originario trasmette la bellezza di un’opera d’arte senza autore ma non senza anima.
Lo scultore rimane ignoto, come se il suo nome fosse un dettaglio secondario. Ciò che contava era la fede di chi volle quel Cristo lassù, a protezione del bestiame, dei malgari, a vegliare su chiunque passasse di là.
Ricordo che il dottor Lino Sief, allora responsabile per la provincia di Belluno dell’Azienda di Stato delle Foreste Demaniali – uomo cordiale, misurato nelle parole, con una profonda conoscenza dei beni che amministrava –, mi spiegò che sull’altopiano il crocifisso era in pericolo, non solo per l’usura del tempo. «Qualcuno avrebbe potuto rubarlo», mi disse. Per questo al suo posto fu collocata una copia, quella che si vede ancora oggi sulla facciata della casera.
La spiegazione mi colpì. Non avevo mai pensato a una simile eventualità, eppure non era così inverosimile: anni prima, nei pressi della malga, era stato sottratto un enorme masso con un grande fossile di ammonite. Se si poteva portare via una roccia di cento chili, quanto sarebbe stato facile asportare un crocifisso in legno?


Condivido questo tuo pensiero Teddy.
Grazie Luana.