Racconto

IL FUTURO CHE CI ATTENDE

La foto di due cervi che attraversano un torrente e un'altra di una cascata gelata diventano immagini-soglia di un tempo fragile, segnato da crisi, cambiamento climatico e perdita di certezze.

testo di Teddy Soppelsa

foto di Attilio Nella
11/01/2026
3 min
C’è una fotografia che in questi giorni sta circolando sui social del Feltrino e che ha attirato l’attenzione di molti.

Non solo per la sua bellezza capace di fermare un istante di vita nella natura, ma perché sembra parlarci del tempo che stiamo vivendo e di quello che ci attende.

All’alba del nuovo anno, il futuro si è mostrato con il volto duro dei conflitti irrisolti, accanto a nuove instabilità e a una crescente sensazione di fragilità globale. Ci ricorda che il mondo sta attraversando una fase di profondo cambiamento, non solo politico e sociale, ma anche ambientale.

La fotografia di Attilio Nella racconta un momento di passaggio. Due cervi attraversano il torrente Sonna, ad Anzù, nel cuore di un inverno avaro di neve. Il freddo è intenso, forse -10°C, la brina ricopre gli alberi, l’acqua scorre lenta e solleva una nebbiolina leggera. Non è una fuga né una corsa disordinata: è un attraversamento consapevole, necessario, condiviso.
In questa scena si riflette anche il nostro destino: qui l’immagine diventa insegnamento.

Il futuro non è una riva sicura che ci attende immobile dall’altra parte, ma un tratto d’acqua fredda da attraversare. Restare fermi non è più un’opzione. Il tempo che viviamo richiede scelte, movimento, responsabilità, e il coraggio di entrare nell’acqua senza conoscerne la profondità.

Come quei cervi, siamo chiamati ad affrontare un tempo difficile, segnato da conflitti tra popoli, crisi climatiche, perdita di biodiversità e da un rapporto sempre più compromesso tra l’uomo e il creato. Ci ricorda soprattutto che nessun attraversamento può essere affrontato da soli: la forza non sta nella velocità o nell’imposizione, ma nella coesione e nella fiducia reciproca.

Questa immagine ci insegna che le crisi non sono soltanto minacce, ma soglie. Attraversarle significa cambiare, lasciare qualcosa alle spalle e accettare di non essere più quelli di prima. Il nostro futuro, se vuole esistere, nasce proprio da qui: dal coraggio di affrontare l’incertezza, dal rispetto per gli equilibri umani e naturali, e dalla consapevolezza che solo insieme possiamo raggiungere l’altra riva e costruire, su quel nuovo terreno, un tempo diverso da abitare.

La cascata del Rumian (foto di Ariondo Schiocchet)

In una giornata d’inverno che non sa più essere inverno fino in fondo, scendo lungo il ripido sentiero che porta alla cascata del Rumian.

L’aria è fredda, tagliente, il bosco è spoglio, silenzioso, come se trattenesse il respiro. Sotto i miei piedi ricami di brina e foglie che scricchiolano. Cammino lento, ho l’impressione di entrare in un luogo che non è solo spazio, ma tempo sospeso.

Tra il fitto dei rami vedo una grande macchia bianca. È lì, immobile.
Quando appare non lo fa con fragore ma con silenzio. L’acqua si è fermata in una forma che sembra definitiva e invece so che non lo è. Il ghiaccio avvolge la roccia come memoria che resiste, una scrittura fragile che basta poco a cancellare. Mi fermo. Penso a questa terra, a queste valli umili incise dall’acqua e dal lavoro lento del tempo, alle persone che ne fanno parte. Per secoli il freddo le ha attraversate, è stato una certezza, una condizione con cui fare i conti ogni inverno. Oggi è diventato un evento. La cascata gelata non è più solo bellezza naturale: è un segnale che chiede attenzione.

Mi chiedo che futuro avrà questo luogo. Se continuerà a raccontare l’inverno o se, un giorno, sarà solo un ricordo. Se i boschi sapranno adattarsi, se l’acqua troverà ancora il tempo di fermarsi, se noi saremo capaci di riconoscere il valore di ciò che non torna. La cascata non mi offre risposte. Mi offre una misura.

Mi ricorda che ogni equilibrio è temporaneo, che la bellezza non è per sempre, che i luoghi sono come le persone: bisogna volergli bene, rispettarli, curarli quando occorre. Riprendo il cammino con questa consapevolezza: il futuro di queste terre dipende anche da cosa vogliamo essere. Dentro un mondo che cambia possiamo scegliere di essere spettatori distratti, consumatori di ciò che resta, oppure presenze consapevoli.

Voglio essere presenza.
Presenza per riconoscere il limite: che non tutto è disponibile, replicabile, garantito; che stagioni, acqua, freddo, silenzio non sono servizi, ma condizioni da rispettare.
Presenza per coltivare la memoria, non come nostalgia sterile, ma per capire cosa stiamo perdendo e cosa vale la pena difendere davvero.
Presenza per scegliere la misura: meno accelerazione, meno spreco, più responsabilità verso ciò che è fragile e intermittente.
Sono una presenza che sta imparando a normalizzare l’eccezione, a vivere nell’intermittenza come se fosse una nuova stabilità. Goccia dopo goccia, prima di diventare altro.

Teddy Soppelsa

Vive a Cesio Maggiore nelle Dolomiti Bellunesi. Ha fondato la rivista altitudini.it e ideato il Blogger Contest, scrive di montagna, alpinismo e ambiente. Ha ideato diversi progetti culturali capaci di unire le emozioni della scoperta alla conoscenza dei luoghi. Ama camminare nei luoghi più selvaggi delle sue valli, fuori traccia, in ogni stagione, meglio se in compagnia.


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3 commenti:

  1. Luca Fornasiero ha detto:

    Su questo tema consiglio il libro “Il tempo è l’acqua” di Magnason

    Parla di soglie, cambiamenti da attraversare e nuove consapevolezze sul clima

    Mi è piaciuto tanto e lo consiglio sempre alle persone sensibili all’argomento 🙂

  2. vittorio giacomin ha detto:

    Grazie Teddy.
    Le tue parole conclusive mi fanno venire in mente Federico Faggin quando parla dei campi quantistici, avvero della contemporaneità della particelle di essere allo stesso tempo lì e altrove, ciascuna con la propria possibilità di libero arbitrio, ciascuna con la propria coscienza.
    Ciò che fa parte dell’energia del mondo è libero arbitrio, è coscienza, che siano i nostri neuroni o qualsiasi altro atomo. In questo tempo che viviamo l’uomo ha deciso di rinunciare a questa prerogativa cosciente buttandosi a corpo morto nell’intelligenza artificiale e nella ricerca di molte altre vacuità.
    La cultura imperante è quella improntata su un discorso narrativo privo di contenuti, teso all’effimero, al vuoto, all’apparire, al tutto e subito, allo spregio di qualsiasi valore purchè prevalga l’ego; lo sta insegnando molto bene Trump questo concetto quando dice che l’unico limite per lui è la sua coscienza.
    Ci sono io e basta, tutto il resto non conta, perché devo rinunciare a qualcosa se me la posso prendere con le buone o le cattive?
    Non è il mio pessimismo antropologico come quello di S. Paolo, ma consapevolezza di una profonda mutazione culturale e antropologica che appare irreversibile soprattutto nel mondo occidentale.
    Non per questo quindi serve disarmare le coscienze, anzi sempre di vedetta.
    Concordo quindi che l’intermittenza può essere una forma di stabilità da ricercarsi, ma non tanto per essere spenti o accessi, quanto piuttosto per essere consapevoli, come il campo magnetico, della complessità, della singolarità, dell’insieme. Aveva visto bene Leibniz.
    Il futuro che ci attende per fortuna non lo conosciamo, ma la scienza ci dice che strada percorrere per cercare di non peggiorare il mondo che abitiamo.
    La natura saprà adattarsi alla nostra scomparsa.
    Chissà cosa pensano gli organizzatori di Milano-Cortina ora che stiamo vivendo il paradosso delle Olimpiadi invernali senza neve. Non credo sia per loro un problema.

    Vittorio

  3. diana ha detto:

    Grazie! 👏

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