Saggio

IL RESPIRO DEI SENTIERI

La storia, la filosofia e l’esperienza viva del camminare: i sentieri diventano quasi organismi viventi, che respirano con chi li percorre, collegando passato, presente e futuro, gesto e pensiero, natura e cultura.

testo di Ledo Stefanini

22/02/2026
7 min
Le forme secondo le quali si è concretizzato il rapporto con l’ambiente alpino, arrampicata, alpinismo, escursionismo, sci di pista, sci di fondo, sci alpinismo, sempre più precise e assertive nel discriminare fra un dominio e l’altro,

sembrano portare in sé la loro ragion d’essere, quasi un destino inesorabile, come se nella frequentazione dei monti non vi fosse altra opzione che quella della casella che si è determinata nel tempo.

Per parafrasare Monsieur Jourdain, il borghese di Molière che voleva essere gentiluomo, «Per cinquant’anni ho girato per le montagne; ed ero un escursionista senza saperlo». Nel dopoguerra, Manara Valgimigli, grande studioso di letteratura classica e camminatore, scriveva:

Io non sono un alpinista, e tanto meno uno scalatore di rocce; sono un camminatore, un viandante, un randagio. Ho nel mio sacco quello che basta. E non ho fretta. Se sono stanco, se è bello il luogo, e c’è acqua vicina; se l’ora è serena e caldo il sole, mi fermo dietro un sasso che mi ripari dal vento, mi spoglio mi asciugo mi lavo mi cambio; bevo tè caldo o un sorso di grappa; riguardo la mia pipa che non abbia intoppi e sia netta, la carico e l’accendo; e mi sdraio al sole …(1).

Difficile trovare parole che rappresentino in maniera più compiuta il piacere del cammino senza meta, del viaggio lento e ozioso, manifestazione sperimentale del detto tedesco «Der Weg ist das Ziel». Certo, il precorritore di sentieri è, più o meno consciamente, un cercatore di una libertà personale alla quale era molto sensibile John Ruskin, eminente figura di intellettuale dell’epoca vittoriana. Fra i motivi di interesse per la sua multiforme personalità, non è secondario il fatto che sia stato fra i membri più influenti dell’Alpine Club, a cui aderì con una posizione che funse da esca ad un intenso dibattito sul significato culturale dell’alpinismo.

Il fatto che nella moderna frequentazione dell’ambiente alpino non sia rimasto nulla delle contrastanti forme del rapporto con la montagna, non costituisce una positiva testimonianza della profondità del nostro sentire. Scriveva Ruskin in un suo celebre libello, pubblicato l’anno prima della sua adesione all’Alpine Club (1868):

Voi [alpinisti] avete disprezzato la natura; cioè tutte le profonde e pure sensazioni che vengono indotte dallo scenario naturale. I rivoluzionari francesi trasformarono in stalle le cattedrali di Francia; voi avete ridotto a piste da corsa le cattedrali della terra […]. Non avete lasciato una città straniera in cui la diffusione della vostra presenza non sia indicata, fra le belle antiche vie ed i felici giardini, dalla lebbra consumatrice di nuovi alberghi e negozi di profumi: le stesse Alpi, che i vostri poeti cantavano con reverenza, vi appaiono come pali saponati in un parco di divertimenti, che vi proponete di scalare, scivolando in basso con strilli di gioia (2).

Se l’alpinismo in generale ha, in varia misura a seconda della forma con cui si esprime, un contenuto di contestazione culturale, la percorrenza dei sentieri rappresenta, in nuce, una contestazione interna della concezione egemone dell’alpinismo.

Francesco Petrarca

Jean-Jacques Rousseau

William Wordsworth

“Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più: la testa se ne va in sincronia coi miei piedi”.
– Jean-Jacques Rousseau

Nobili ascendenze dell’arte del camminare
Non potremmo indicare più illustre protettore dei camminatori di Francesco Petrarca che, nel 1336 compì , insieme al fratello Gherardo, la prima ascensione al Mont Ventoux. Se non altro, perché, nel suo récit d’ascension non nasconde la paura e la fatica:

Rimessici in marcia, riprendiamo la salita, ma con maggiore lentezza, io soprattutto che sentivo maggiormente la fatica, rispetto a mio fratello. A lui che mi chiamava e mi indicava il cammino più diretto rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole sull’altro versante, e che avrei preferito percorrere un sentiero più lungo ma meno erto (3).

A lui dobbiamo una delle riflessioni più profonde sull’impulso che spinge gli uomini a salire sui monti: «e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi», tratta dalle Confessioni di Sant’Agostino.

Nella seconda metà del Settecento, quasi come una brezza che annunciava il temporale della Rivoluzione, si diffuse la convinzione che il camminare liberasse le potenzialità filosofiche, ben sintetizzata da una frase delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, instancabile camminatore: «Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo, non penso più: la testa se ne va in sincronia coi miei piedi».

William Wordsworth (1770 – 1850), uno dei padri del Romanticismo come movimento filosofico e letterario, si può considerare fra i primi che riconobbe la nobiltà dell’azione del camminare e le sue conseguenze sulla formazione culturale. Una delle sue composizioni poetiche più note (The Daffodils), risalente al 1807, inizia con parole che si potrebbero assumere come sintesi dei sentimenti del divoratore solitario di sentieri alpini:

I wandered lonely as a cloud
That floats on high o’er vales and hills,
When all at once I saw a crowd,
A host, of golden daffodils;
Beside the lake, beneath the trees,
Fluttering and dancing in the breeze (4).

Neppure questo padre nobile della filosofia del camminare non ne nascondeva il prezzo. In una lettera alla moglie dalla Svizzera le confessava: «Siamo così fiaccati dal gran camminare che abbiamo raggiunto una sorta di insensibilità alla fatica. Per diverse volte abbiamo compiuto escursioni sui monti della Svizzera quasi senza avvertire fatica, come se avessimo fatto una passeggiata di un’ora per Cambridge».

L’idea che il camminare fosse motore della creatività intellettuale non era nuova ai tempi di Wordsworth, in quanto si basava sulla convinzione che il camminare fosse, per gli antichi filosofi greci, tutt’uno con la speculazione filosofica, ovvero che gli antichi camminassero per pensare: non per niente erano detti Peripatetici, e ancora oggi il termine indica, in modo figurato, una persona che ama fare lunghe camminate solitarie.

In Europa ci sono diversi luoghi che ricordano questa associazione tra camminare e filosofare: a Heidelberg si può trovare il Philosophenweg, a Königsberg il Philosophen-damm, mentre a Copenaghen si può percorrere la Via dei Filosofi. Molti filosofi e pensatori, dopo quelli greci, furono grandi camminatori; ma la letteratura del camminare filosofico si può far cominciare da Rousseau nel senso che il filosofo ginevrino fu uno dei primi grandi intellettuali camminatori che legò l’ attività del passeggiare a quella del pensare».

Il camminare ha qualcosa che anima e ravviva i miei pensieri: non riesco quasi a pensare quando resto fermo; bisogna che il mio corpo sia in moto perché io vi trovi il mio spirito. La vista della campagna, il susseguirsi di spettacoli piacevoli, l’aria aperta, il grande appetito, la buona salute che acquisto camminando, la libertà dell’osteria, la lontananza da tutto ciò che mi fa pesare la dipendenza, da tutto ciò che mi richiama alla mia condizione, è quanto affranca la mia anima, ispira più fiducia al mio pensiero, in qualche modo mi lancia nell’immensità degli esseri per combinarli, sceglierli, appropriarmene a mio piacimento, senza imbarazzo e senza paura (5).

Tra il 1776 e il 1778 Rousseau scrisse un libro che richiamava il camminare addirittura nel titolo: «Les Rêveries du promeneur solitaire» (6). Fantasticherie nelle quali si concretizza, secondo l’autore, il rapporto tra pensare e camminare.

Molti degli alpinisti vittoriani oggi verrebbero catalogati fra gli escursionisti di confessione walking for thinking, e tra loro il più illustre fu Leslie Stephen. Nell’agosto del 1869 partì da Fiera di Primiero e in giornata risalì la Val Canali, raggiungendo la Conca Pradidali e, attraverso quello che ora è il Passo di Ball, salì in vetta a quella che era la Cima di Sora Ronz. Sceso per il versante opposto, raggiunse la locanda in cui lo attendeva la moglie all’ora di cena.

Perché non infrangere il codice di comportamento dell’alpinista? Perché non sedersi nel primo posto ombreggiato a fumare la pipa e a godere le bellezze della natura? Il diavolo tentatore non mi si rivelò in forma corporea, ma sviluppai una temibile abilità nell’argomentazione sofistica e per un momento rischiai di scivolare nelle teorie sull’alpinismo diffuse fra i fiacchi e fiacconi. Lottai valorosamente per divincolarmi dai lacci mentali che sembravano avermi avviluppato le gambe, lentamente e faticosamente, ripresi a salire (7).

Foto di Annie Spratt su Unsplash

Il wanderer non aveva bisogno di tutto questo; alla sua attività bastavano un paio di buoni scarponi e uno zaino capace e robusto.

Escursionismo: figlio di un dio minore?
Cominciamo dalla parola: fino agli anni Settanta sicuramente il termine non esisteva. Per due motivi, uno concettuale e uno di mercato.

Il primo si può ricondurre al fatto che per le rivista di montagna il camminare per i monti non rientrava nel territorio dell’alpinismo in quanto non era associato ai rischi che si ritenevano connaturati alla pratica di tale attività. Le grandi tragedie di cui parlavano i giornali, illustrate in libri e sostenute da astiose polemiche, avevano delineato una concezione dell’alpinismo che aveva al suo centro il rischio. Vero è che negli stessi anni cominciavano a prendere forma poetiche dell’alpinismo che rifiutavano ed irridevano quella che era chiamata “concezione eroica”.

Il secondo motivo era di natura banalmente commerciale. In un tempo in cui cominciavano a nascere negozi di articoli sportivi con le vetrine zeppe di corde multicolori, di scarpette e di imbraghi, non c’era spazio per gli umili scarponi. Né l’escursionista – che ancora non sapeva di esserlo – era acquirente dei nuovi strumenti per l’assicurazione dai nomi inglesi, o che tali apparivano: i nut, gli spit, i friend, nelle loro varie coniugazioni. Il wanderer non aveva bisogno di tutto questo; alla sua attività bastavano un paio di buoni scarponi e uno zaino capace e robusto.

Tutti abbiamo conosciuto un insaziabile percorritore di sentieri, con pantaloni di vissuto fustagno o, come si diceva, “alla zuava”, armato di un robusto bastone che lui stesso aveva tagliato e, spesso, intagliato. Dotato di camicia a quadri e di maglione, portava un cappello che si pretendeva tirolese, talvolta arricchito da un ciuffo di peli che sembravano ricavati da un pennello da barba. Era lui che raccoglieva stelle alpine e qualche minerale trovato in luoghi noti solo a lui.

Il primo segno di un risveglio di attenzione per il camminatore fu la comparsa dei bastoncini, inizialmente timida, si diffuse come un’epidemia a tal punto da dare origine ad una nuova disciplina sportiva alla quale venne, ovviamente, assegnato un nome inglese: nordic walking.

Quella del camminatore (più o meno) solitario è una razza estinta, anche se qualche esemplare si vede ancora. Ai camminatori, inconsapevoli discendenti dei forti travellers vittoriani, è stato dato il nome di escursionisti e alla loro attività quella di trekking, a cui si accompagnano diverse caratteristiche distintive che riguardano principalmente l’abbigliamento, l’attrezzatura e lo stato di aggregazione.

A questo proposito va osservato che gli escursionisti hanno il senso del gruppo. Nei rifugi si riconoscono perché nelle camere da letto occupano l’intero lager e nella sala da pranzo le tavole vengono accostate per fargli posto. Tutti sotto lo sguardo benevolo, ma severo, del capo gita con delega del CAI, comprovata da una vistosa scritta che porta in bella vista.

Foto di lukas Seitz on unsplash

Molto si è fatto in termini di segnaletica dei sentieri alpini, accrescendo nel contempo quello che potremmo chiamare “tasso di banalità”.

Associazioni e mercato: ruoli complementari
L’escursionismo da alcuni anni ha raggiunto lo status di disciplina alpinistica, ratificato dal mercato dell’attrezzatura, come testimonia il fatto che, nei grandi negozi di materiali per la montagna, un locale gli è riservato, con le pareti tappezzate di scarpe, scarponi, e gigantografie di visi che esprimono giubilo, mai stanchezza, e muniti dei regolamentari bastoncini.

Un risultato promosso in parallelo dal mercato e dalle associazioni alpinistiche che hanno concorso, in maniera dialettica, a reclutare masse crescenti di aspiranti escursionisti. Una promozione alla quale ha concorso, sia come causa che come effetto, la messa in opera di migliaia di nuovi sentieri, con un largo spettro di difficoltà e lunghezza, che vanno dalla strada asfaltata all’antico tratturo e al viàz che comporta qualche rischio.

Il gioco dialettico che è alla base dei rapporti economici ha condotto ad un enorme aumento del numero dei fruitori e, di conseguenza, ad un incremento di sprovveduti e incolti. Un fenomeno che ha generato, come naturale feed-back, un’intensificazione dei lavori di manutenzione dei sentieri con l’inserimento di opere che talvolta meravigliano per l’abilità di progettazione e realizzazione. Molto si è fatto in termini di segnaletica e di manutenzione per rendere più sicura la percorrenza dei sentieri alpini, accrescendo nel contempo quello che potremmo chiamare “tasso di banalità”. Fenomeno culturale che l’escursionismo condivide con quello che continua a chiamarsi “alpinismo”. Nel contempo, altre forme di pericoli si sono presentate per l’escursionista.

Un fenomeno parallelo alla diffusione dell’escursionismo, e che potremmo interpretare come una sua variante, è il ciclismo escursionistico. Le amministrazioni comunali e le società che gestiscono gli impianti di risalita per la pratica dello sci, avendo registrato una flessione delle utenze, dovuta ad una varietà di cause economiche e sociali, cercano di contrastarla promuovendo il cicloescursionismo, sostituendo in estate le piste da sci con i sentieri da percorrere in bicicletta, utilizzando gli impianti per le salite.

Altri comuni, per caratteristiche ambientali da sempre esclusi dal circo sciistico, hanno dato vigore al cicloescursionismo aprendo ai ciclisti antichi sentieri di malgari e carbonai e tracciandone di nuovi, valutandone le difficoltà in modo simile a ciò che si fa per lo sci di discesa: sentieri azzurri, rossi e neri. Predilette dal popolo degli escursionisti domenicali sono, com’è ovvio, le strade forestali, che costituiscono anche il terreno ideale per i tanti che si improvvisano cicloescursionisti, magari con le biciclette dotate di ausilio elettrico. La convivenza fra i due tipi di utenti, pedoni e ciclisti in discesa, ha prodotto nuovi rischi precedentemente non contemplati.

Foto di Anna Kulbashna su Unsplash

Il futuro dell’escursionismo dipenderà dalla capacità di trasformare il gesto semplice del camminare in un atto di cura, conoscenza e rispetto: per la montagna, per la comunità e per sé stessi.

Le ferrate come perversione dell’escursionismo
La storia delle ferrate è lunga e complessa. Nate come sentieri dotati di attrezzature di vario tipo con lo scopo di facilitare il superamento di tratti di sentiero particolarmente difficili o pericolosi, hanno subito, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso un’ evoluzione e una diffusione che sono tuttora in corso. I sentieri attrezzati classici avevano come scopo quello di consentire il raggiungimento, in tempi brevi, di alcune mete che potevano essere postazioni militari o malghe o rifugi alpini. O anche , come la celebre Via delle Bocchette, di visitare un gruppo dolomitico sfruttando conformazioni naturali come cenge o forcelle tipiche delle Dolomiti.

Il successo incontrato da queste opere presso i frequentatori delle montagne, unito ad un marcato progresso nella tecnologia dei mezzi di assicurazione (scalette metalliche, fittoni e corde d’acciaio) hanno progressivamente spostato la ragione sociale delle ferrate in direzione di un incremento dell’emozione suscitata nei percorritori. Il risultato è stato un crescente allontanamento del percorso ferrato dalla naturale conformazione del monte, allo scopo di incrementare il tasso adrenalinico prodotto dall’esperienza. Anche nei rispetti delle ferrate il mercato ha un ruolo importante.

L’attrezzatura del percorritore classico di sentieri è estremamente ridotta: buoni scarponi e uno zaino bastano a soddisfare le sue esigenze. Per contro, l’attrezzatura di un ferratista (neologismo ormai in uso) prevede imbrago, moschettoni allo scopo progettati, dissipatore di energia, casco e, spesso, telecamera che registri le imprese dell’utente. Sono nate anche imprese specializzate nella realizzazione di ferrate sempre più audaci, che garantiscono emozioni anche più intense dei moderni parchi di divertimento. Non c’è motivo di scandalo: anche nelle ferrate di nuova generazione è possibile riconoscere traccia delle motivazioni che animavano i pionieri dell’alpinismo esposti al sarcasmo di John Ruskin: i «pali saponati» semplicemente sono diventati accessibili a tutti quelli che sono in possesso di un garantito «set da ferrata».

E per il futuro?
Guardando avanti, il futuro dei sentieri e dell’escursionismo appare come un crocevia tra memoria e innovazione. La storia ci insegna che il camminare non è solo movimento, ma pensiero, riflessione e confronto con la natura. Oggi, però, i percorsi alpini si trovano a dover convivere con il mercato, la tecnologia e la crescente folla di fruitori, che spesso cercano emozioni rapide e sicurezza garantita.

La sfida per le prossime generazioni sarà riconciliare queste esigenze con lo spirito autentico del camminare: preservare i sentieri come luoghi di esperienza sensibile e riflessione, senza sacrificare l’avventura personale all’industrializzazione del paesaggio.

In altre parole, il futuro dell’escursionismo dipenderà dalla capacità di trasformare il gesto semplice del camminare in un atto di cura, conoscenza e rispetto: per la montagna, per la comunità e per sé stessi.

_____
1) Manara Valgimigli
, La strada, la bisaccia e la pipa, scritti di montagna, Lindau, Torino, 2022.
2)
John Ruskin, «La dissacrazione delle Alpi», in Sesamo e gigli, Solmi, Milano, 1907, pp. 50-51.
3)
Francesco Petrarca, «Lettera a Dionigi da Borgo San Sepolcro», in Racconti di montagna, a cura di Davide Longo, Einaudi, Torino, 2007, p. 299.
4)
William Wordsworth, «The Daffodils», in Poems in Two Volumes, Cornell University Press, 1983.
5)
Jean-Jacques Rousseau, Le Confessioni, Sonzogno, Milano, 1908, Libro IV.
6)
Jean-Jacques Rousseau, Le fantasticherie d’un viandante solitario, Lorenzo de Medici Press, Firenze, 2022
7) Leslie Stephen, «Le cime di Primiero», in Il terreno di gioco dell’Europa, Vivalda Editore, Torino, 1999, pp. 193-194.

Ledo Stefanini

Docente di fisica all'Università di Pavia (sede di Mantova), studioso di storia dell'alpinismo.


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