Intervista

LA MONTAGNA DI QUENTIN

«Torneremo a raccogliere fiori per salvare le nostre montagne» è la provocazione di Vincenzo Agostini autore di "La montagna di Quentin. Immaginari e regole di una terra confinaria", libro ispiratogli da Quentin Tarantino e dai suoi "Bastardi senza gloria".

testo di Simonetta Radice

17/02/2022
9 min
Leggere la montagna di Quentin, il nuovo libro di Vincenzo Agostini, è come camminare su un sentiero della Val Grande, o forse un viàz, per chi frequenta di più le Dolomiti.

Tu guardi avanti e pensi: di qui non si passa, qui il sentiero finisce. E invece si passa, e invece il sentiero non finisce e questo grazie alla saggezza e alla maestria degli uomini che quel sentiero lo hanno prima immaginato e poi scavato. Così, girando le pagine de “La montagna di Quentin”, ti trovi a pensare che è impossibile arrivare alla montagna partendo, per esempio, dall’analisi di “Le Bénevole” di Jonathan Littell o “Fantasie virili” di Klaus Theweleit. Libri che scavano nelle ragioni più profonde del fascismo e del nazismo, nelle ragioni più profonde del male. Che cosa c’entra, in tutto questo, la montagna? Per orientarci su un terreno decisamente infido e per nulla facile, ci avvarremo dell’aiuto della miglior guida che qui potremmo avere: l’autore del libro, Vincenzo Agostini.

Vincenzo, da dove nasce “La montagna di Quentin”, come ti è venuta l’idea di scrivere questo libro?
È successo che erano i primi giorni della pandemia. Un po’ per scherzo e un po’ per noia avevo messo per iscritto alcune mie riflessioni su Bastardi senza gloria, il film capolavoro di Quentin Tarantino. Il quale, in realtà, è una pellicola che parla molto di montagna, anzi, che secondo me è un vero e proprio film di montagna, anche se al contrario; e mi pareva che ancora nessuno se ne fosse accorto. Avevo fatto leggere queste mie riflessioni a Michele Vello, un caro amico. Il quale, invece di lasciarmi perdere, un giorno mi ha fatto trovare sotto lo zerbino della porta la sceneggiatura originale del film. Credo che La Montagna di Quentin sia nato quel giorno, da quel bel regalo di Michele, che per me è stata una suggestione molto forte, e dal desiderio di condividere con i miei lettori una radicale ripensamento del mondo della montagna del secolo scorso, dell’alpinismo in modo particolare. Volevo andare all’origine del fantastico della montagna, cercare di capire perché noi oggi la vediamo così, per disvelarne i nessi nascosti, i meccanismi di funzionamento, le conseguenze a volte tragiche. Oggi, infatti, la montagna, esattamente come un secolo fa, sta perdendo i suoi contorni reali e sta diventando un luogo del fantastico, molto spesso del posticcio, potremmo dire del fantasy, con gravi conseguenze innanzitutto per coloro che la abitano.

Nel sottotitolo tu parli di “immaginari e regole di una terra confinaria”, ma per terra confinaria non intendi certo i confini geopolitici che pure spesso sono segnati dalle montagne, ma i confini tra opposti elementi, ciò che separa la terra dal cielo, il freddo dal caldo, il verticale dal piatto. Come nasce e dove porta questo immaginario?
Io non ho mi percepito la montagna come un mondo verticale, di pinnacoli e di vette. Meno che mai come una parete da scalare. Voglio dire che mi sfugge l’idea della montagna come un verticale accessibile per pochi eletti o appassionati. Così considerata, la montagna non solo perde gran parte del suo fascino, ma anche della sua essenza storica e antropologica. Perde, secondo me, anche quella che può essere considerata, se mi si passa il modo di dire, la sua ragione di stare a questo mondo. In realtà per me la montagna è un confine, quasi un’orlatura del mondo. Chi vi si avvicina, qui sta il suo fascino che è anche la sua pericolosità e il suo significato, gode delle sensazioni che solo gli eccessi sanno dare. Solo che non sempre sono eccessi positivi, anzi! Ho trovato fondamentale, a questo proposito, il libro “Fantasie virili” di Klaus Theweleit uscito negli anni Settanta del secolo scorso. Per Theweleit, sociologo di formazione, il mondo è anche il luogo dove gli opposti del caldo e del freddo, del duro e del molle, del verticale e dell’orizzontale, del bianco e del nero, si combattono. Non si tratta certo una idea nuova, la ritroviamo anche nel De rerum natura di Lucrezio. Ma se questo è vero, e in qualche modo vero lo è, lo dice anche la nostra esperienza, dobbiamo constatare che la montagna è il luogo principe dove questi opposti si combattono. In questa visione del mondo, che mi affascina perché spiega molte cose, anche della mia vita, la montagna è un luogo di eccessi, appunto un confine: è il regno del freddo, del duro, del verticale, del bianco. È una fantasia, fra l’altro molto virile. Di questa fantasia, foriera di tante conseguenze, anche molto politiche, dobbiamo essere consapevoli: per dominarla e non restarne travolti. Per comprendere quanto sia grave questo rischio basti riflettere su come molta letteratura e cinema e narrazione pubblica oggi racconta la montagna: è un fantasy, dove la realtà non c’è più.

Una figura a cui dedichi molto spazio nel libro è quella di Leni Riefenstahl, attrice e regista del Bergfilm, del film di montagna degli anni 20, e che per molto tempo fu portavoce dell’estetica nazifascista. Qual è la montagna di Leni Riefenstahl e quale tipo di immaginario ha contribuito a plasmare la sua estetica, nel cinema e non solo?
Considero Leni Riefenstahl una delle figure più tragiche ed emblematiche del secolo scorso. Con la sua arte ha lasciato segni indelebili nella storia e nella cultura, e a noi corra l’obbligo di saperli leggere. Il mio interesse per la sua figura deriva dal fatto che la sua vita è stata un lungo viaggio attraverso gli elementi dei quali abbiamo detti prima: il bianco e il nero, il duro e il molle, il caldo e il freddo, il verticale e l’orizzontale, l’alto e il basso. Leni Riefenstahl ha visto tutto, anzi, ha voluto vedere tutto, dal paradiso all’inferno, e a questo tutto ha sacrificato tutta se stessa. In questo suo lungo viaggio durato un secolo intero, le montagne, soprattutto le Dolomiti, sono state fondamentali, suo luogo di iniziazioni e di elaborazioni artistiche tanto profonde quanto ardite. Ma la vita è ricerca della giusta misura, è mediazione, spesso è un compromesso. Da questo punto di vista trovo che gli abitanti storici della montagna i quali, salvo qualche rara eccezione, le montagne non le scalvano affatto, a differenza di Leni Riefenstahl avessero trovato la loro giusta misura, sia della montagna che della loro vita. Era un punto di quiete, un giusto equilibrio: per non perdere l’orientamento quando si percorre la terra di confine che sono le montagne. Era anche una giusta postura. Nel mio libro cerco di capire il perché di questa postura, quali sono i suoi segreti, come oggi si può farla propria per sfuggire al rischio del fantasy.

Nel libro si parla delle motivazioni psicologiche del fascismo, non legate quindi a condizioni sociali o ideologie dominanti ma al sé più profondo degli uomini, o almeno di un certo tipo di uomo. Vuoi provare a riassumerle e a spiegare che ruolo hanno le montagne in tutto questo?
La montagna possiede un fascino particolare, che deriva dal fatto che vi si possono fare esperienze impossibili in altre parti del mondo. Ma la frequentazione della difficoltà, la sopportazione della fatica, la vicinanza del freddo, il coraggio del verticale, se da una parte sono esperienze positive da vivere, dall’altra, quando vengono strutturate come momenti educativi e rigenerativi di una intera società, assumono una valenza cultuale e politica negativa. Non per caso il controllo dell’immaginario della montagna è sempre stato molto vicino alla politica. Il fascismo aveva militarizzato il CAI e anche oggi il mondo della montagna è un mondo che a me pare dogmatico nel suo modo di rappresentarsi, che spesso si autosuggestiona da sé. Si tratta di un mondo che non di rado adopera gli stessi stilemi e le caratterizzazioni estetiche di Leni Riefenstahl. Io mi auguro che l’alpinismo novecentesco sia invece prossimo a morire, sarei molto felice del suo funerale che, fra l’altro, mi pare prossimo. Quando avremo fatta nostra una nuova idea di montagna, la quale non può che essere il radicale ripensamento della montagna novecentesca, avremo anche una nuova idea di uomo e di donna di montagna, e non solo.

Citando un tuo recente post: “Qualcuno ha scritto che la montagna non è un male di per sé, ma un problema di obbedienza per gli alpinisti che sono costretti a raggiungerla in cima. Forse è per questo che i montanari di una volta non scalavano le montagne: le osservavano soltanto da lontano, meglio se al caldo di una baita, per sentirsi liberi.” Mi piace molto quest’idea della libertà dalla salita, del liberarsi di quella specie di coazione a ripetere che è propria di molti alpinisti, ti va di approfondire questo punto?
Confesso che non riesco più ad ascoltare o a leggere gli alpinisti mentre raccontano le loro imprese. Quando ne hai ascoltato uno, cosa potranno mai dire gli altri di nuovo? Trovo che l’alpinismo degli scalatori, soprattutto di quelli di oggi, sia la frequentazione, con caratteristiche e tratti molto infantili, della terra confinaria della quale abbiamo detto sopra: una fuga dalla realtà, un nascondimento del sé. Senza dire che oggi spesso si scala per lo sponsor… Non per caso i grandi scalatori sono scesi dalle loro montagne, hanno compiuto un viaggio inverso, anche molto interiore: Walter Bonatti, Guido Rossa, Ettore Castiglioni. Anche Reihnold Messner è sceso dalla sua montagna. Io credo molto nell’alpinismo del quotidiano, non in quello della retorica. Credo nell’alpinismo dei nostri avi, inteso come esperienza quotidiana, mai come impresa o scalata. Il discrimine vero, infatti, è fra il vivere in montagna e il vivere di montagna. Solo chi vive della montagna, delle sue risorse magre ma ricche, delle due giornate dure ma intense, è un vero alpinista. Io ne conosco molti, anche giovani. È gente che vive per la montagna, che ogni giorno cerca il suo equilibrio, sia interiore che esteriore. Sono donne e uomini che non vedono la montagna come vetta da scalare, e se ne sono fatti da lungo tempo una ragione. Addomesticano il loro fuoco, perché la montagna è uguale a qualsiasi altra parte del mondo. È questa, forse, la scoperta della montagna che ancora ci manca.

Alla fine del film di Tarantino è un incendio a fare giustizia dei gerarchi fascisti, ma potremmo dire del fascismo stesso, un fuoco furioso e incontrollato a cui si contrappone il fuoco del focolare, dove gli opposti si compongono, a significare una montagna che non è un “inferno bianco” ma un luogo che si può governare e quindi vivere, il luogo di chi la montagna la abita. Oggi secondo te quale è l’immaginario prevalente legato alla montagna e come vedi il suo futuro?
La narrazione attuale della montagna è preoccupante. Prevale un immaginario costruito a misura di chi la montagna non la vive ma che ha bisogno di fantastico per placare la sua paura. Di qui gli orsi che si comportano come gli uomini e gli uomini che ambiscono andare sopra il cielo. La montagna, come la natura che si scrive oramai con la maiuscola, Natura, ha assunto caratteri morali. Che senso ha dire che le montagne sono cattedrali se non lo svuotamento del reale per sostituirlo con una chiave di lettura estranea e dominante? Succede così che della montagna, purtroppo a volte anche grazie all’ignavia dei montanari, se ne fa un paradigma solo apparentemente rassicurante ma che in realtà è una parodia, quasi un eden, un luogo di impossibile salvezza. È una montagna che ha i suoi sommi sacerdoti, i suoi riti la domenica e le altre feste comandate, e le sue preghiere. In questa montagna idealizzata i montanari non esistono e, quando esistono, fanno il mestiere dei comprimari o dei figuranti. Non si tratta di una montagna per sé, da vivere, ma la scena di una recita la quale, con caratterizzazioni ecologiste che a volte sconfinano nella purezza a tutto tondo del bianco immacolato, denota come un secolo fa una tragica radicalizzazione del linguaggio. E si sa che quando cambia il significato delle parole, poi cambia tutto il resto. Solo che in questo modo va perduto il lascito più importante delle nostre montagne e di coloro che le hanno vissute, l’unico assolutamente necessario per il futuro: anche la montagna e il montanaro sanno come si addomestica il fuoco, che fra l’inferno bianco di una montagna innevata e l’incendio distruttore di un cinema francese immaginato da Quentin Tarantino esiste una terza possibilità, esiste la vita vera e non quella fantastica, meno che mai nostalgica, l’unica che merita di esser vissuta. Se la montagna ha una sua, chiamiamola così, funzione, oggi è quella di mantenersi ferma alla realtà contro i pericoli dell’immaginario dominante: deve raccontare sé stessa, la sua esperienza e la sua eredità, all’umano disorientato di questo secolo. Spero che il mio libro sia una spinta, ancorché minuta, per intraprendere questa strada.

La Montagna di Quentin

Autore: Vincenzo Agostini
Editore: Meltemi Editore, 2021
Pagine: 232
Prezzo di copertina: € 20,00

Meltemi Editore

Simonetta Radice

Simonetta Radice

Giornalista pubblicista, addetta comunicazione. Da sempre amo la montagna e tutto ciò che ha a che fare con essa. La libertà è un poco al di là delle tue paure. Vivo tra Milano e Gignese (VB).


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1 commenti:

  1. Bruno ha detto:

    Bellissima intervista. La montagna dovrebbe essere per ciascuno di noi quella che personalmente viviamo, ciascuno con la propria esperienza di vita, ciascuno con le proprie capacità competenze e idee.

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