Racconto

Nel nome del pane

testo e foto di Serafino Ripamonti

01/01/2019
4 min
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Premessa (forse) indispensabile: scrissi le righe che seguono subito dopo una corsa a Calco e molti anni dopo le scorribande di quando ero bambino.

Facendo lo slalom gli ultimi poderi agricoli e i terreni lottizzati a villette, scoprii che i vecchi sentieri di campagna erano per lo più scomparsi: chiusi o inglobati dalle recinzioni delle proprietà private. Perché tanta ostinazione nel cancellare questi innocui passaggi, quale nemico tanto temibile sarebbe mai potuto arrivare da quei viottoli sgangherati? Perché poi quell’omertà collettiva, dove tutti sanno che sono pubbliche servitù di passo ad essere violate e, per ogni sentiero chiuso, ciascuno sa di essere offeso nel proprio diritto e di perdere un poco della propria libertà di movimento. Eppure nessuno alza una voce di protesta.

Questi viottoli scomparsi sono i miei sentieri neri. La loro è un’assenza che parla. Racconta il lato oscuro di quella “cultura del pane” che ha dato ai miei genitori un futuro da costruire e alla mia generazione un benessere da godere. Il lavoro come riscossa sociale, il lavoro come dignità personale, l’orgoglio del fare, la bellezza del fare bene. Ma anche il lavoro prima di tutto: il lavoro sopra a tutto e a tutti. Ecco, questo sussurra l’assenza dei sentieri scomparsi e volentieri dimenticati: che pane è quello pagato con la perdita dell’identità, col tradimento della terra e della dignità degli altri? Che pane è quello che riempie le tasche ma non nutre la vita?

Nel nome del pane
Chiudono i sentieri. I sentieri dove per generazioni hanno camminato loro, i loro padri e le loro madri. Perché hanno così timore di quell’esigua striscia di terra?
Chissà, forse hanno paura che la morte arrivi a prenderli a piedi, battendo nella notte le pietre del selciato con quegli stessi zoccoli di legno che un tempo hanno indossato loro, o i loro padri e le loro madri: toc toc, toc toc, toc toc…
Forse hanno paura perché loro gli zoccoli non li indossano più e non se li possono cavare per prenderli in mano e volare via, a piedi nudi, più veloci dei rampini dei vecchi contadini cui da piccoli rubavano le ciliegie, più veloci della falce della morte… Che poi, a pensarci bene, non sarebbe neppure una brutta morte.
Forse hanno paura che siano i ladri ad arrivare a piedi… e anche quelli, in fondo, non sarebbero poi dei brutti ladri.

Chiudono i sentieri nel nome del pane.
Nel nome del pane fanno scempio delle cose belle, chiamandole inutili, come se queste non fossero, una per una, “parola che esce dalla bocca di Dio”.
Chiudono i sentieri, tagliano le arterie del ricordo e della leggenda e poi si dolgono che i loro figli non hanno più ideali, che non rispettano il sacro!
Ma non si ricordano che è da lì che si arriva nel bosco di Giovannino Senza Paura, poi al Sasso della Gibiana e, se uno ha coraggio abbastanza, ancora più in fondo, fino nel cuore del Mistero?

Serafino Ripamonti

Sono un grande amante della montagna e ho avuto fortuna e ostinazione sufficienti per fare di questa passione un lavoro. Da più di 20 anni, infatti, mi occupo di giornalismo e comunicazione nel settore del turismo outdoor e degli sport di montagna, collaborando con riviste specializzate e uffici stampa.


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