Reportage

Translagorai a impatto zero

Un trekking ecologico che comincia molto prima di allacciare gli scarponi.

testo e foto di Elisa Bessega

13/11/2019
6 min

Nel precedente racconto “Gli ultimi del Lagorai”, Leonardo Panizza ci ha riferito come insieme ad Elisa Bessega ha percorso la Translagorai senza lasciare tracce e in autonomia e dimostrare così che è possibile muoversi adeguandosi ai luoghi e non viceversa. Elisa, che ha ideato questa attraversata “a impatto zero”, per mantenere fede ai principi ispiratori ha deciso che lei e Leonardo avrebbero mangiato solo cibi autoprodotti, limitando in tal modo anche la produzione di rifiuti e imballaggi. Nel racconto che segue Elisa ci svela il dietro le quinte della sua Translagorai e come anche noi, con piccole azioni concrete e sostenibili, nel nostro prossimo trekking potremmo vivere un’esperienza ancora più autentica.
_la redazione di altitudini

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L’idea di attraversare la catena del Lagorai in autonomia, spostandoci solo con mezzi pubblici, senza appoggiarsi ad alcun rifugio e utilizzando solo scorte di cibo autoprodotto e conservato in imballaggi riutilizzabili, nasce da un principio e da una esigenza.

La pura essenza dell’outdoor
Il principio oggi lo sentiamo chiamare con molti nomi: zero waste, decrescita sostenibile, impatto zero, consumo critico. Tutti concetti che, sulla scia delle preoccupazioni legate ai cambiamenti climatici, sono diventati di stretta attualità e si impongono sempre più all’attenzione anche del mondo degli sport di montagna, concretizzandosi in progetti come quello del “The Outdoor Manifesto“, un collettivo nato per spingere le comunità di praticanti di sports outdoor verso una maggiore consapevolezza ecologica.
Nel nostro caso, invece, è il modo per portare in quota un’attitudine sviluppata tra le mura domestiche, nonché il contributo che vogliamo dare al dibattito intorno all’opera di “riqualificazione e valorizzazione” della Translagorai, nel timore che questo significhi piegarla ai capricci del più pigro ed inquinante dei vari turismi montani. Volevamo mostrare che “valorizzare” può avere significati diversi, uno per ciascuno dei tanti modi che esistono di vivere la montagna. E che tra questi, quelli intrapresi con maggior consapevolezza portano anche ad una maggiore soddisfazione. Il viaggio, infatti, può cominciare molti giorni prima del momento in cui si varcano i confini del bosco: vi è una differenza abissale tra consumare un’esperienza, pronta e ben confezionata, e viverla da protagonisti dall’inizio – quando prende forma come idea – fino alla fine – quando potrebbe anche concludersi con una sconfitta o con un esito inaspettato.

Adeguare i nostri principi ai luoghi
L’esigenza, invece, è data dalla necessità di adeguare i nostri principi all’ambiente che attraversiamo. Se non ci si può fermare a fare merenda in chioschi e rifugi, significa che quanto ci servirà per vivere dovremo portarcelo sulle spalle e non si possono attraversare 80 km di boschi e pietraie in quattro giorni se lo zaino è troppo pesante. Se poi vogliamo camminare senza lasciare traccia, tenendo con sé tutta la spazzatura prodotta (tutta per davvero), allora è comodo ridurla al minimo fin dall’inizio.
Per noi il viaggio è cominciato quando Tauro, azienda vicentina produttrice di essiccatori, ha accettato con entusiasmo di supportare la nostra idea fornendoci i mezzi per realizzarla. Così qualche settimana prima di partire abbiamo trasformato 16 porzioni di colazioni e cene fatte in casa, in un ridottissimo chilo e mezzo di scorte liofilizzate da reidratare durante il trekking. In coerenza ai nostri principi, ogni materia prima è stata acquistata sfusa e per quanto possibile da rivenditori locali.

Leonardo attraversa il "mare pietroso" nella prima tappa della Translagorai

Colazioni semplici e golose
Le colazioni dovevano essere abbastanza golose da convincerci ad abbandonare il tepore del sacco a pelo, in quell’ora del mattino nella quale di solito hai appena iniziato a dormire bene, e abbastanza semplici da poterle preparare alla luce gelida del frontalino, con la fretta di chi deve lasciare il bivacco prima che sorga il sole.
Abbiamo riempito due buste a chiusura ermetica con un mix di fiocchi d’avena, semi, frutta secca, mele essiccate e scaglie di cioccolato, a cui è stato aggiunto qualche cucchiaio di farina di mandorle come alternativa al latte vegetale. Basta versare il contenuto nella gavetta con acqua bollente e lasciarlo a riposare giusto il tempo di preparare lo zaino e si ottiene un porridge cremosissimo che dà tutta l’energia necessaria ad affrontare gran parte della giornata in marcia senza altre pause.

Cene pronte e disidratate
Allo stesso modo anche le cene pronte disidratate ci hanno salvato da preparazioni laboriose in ambienti spesso scomodi, risparmiando sull’uso di gas da campeggio dove non era possibile accendere fuochi. Il menù prevedeva couscous con verdure e soia, crema di zucca e lenticchie, cereali con legumi e cavolo nero per ciascuna delle sere necessarie a concludere l’attraversata.
Preparati in anticipo come un comunissimo pasto, li abbiamo poi stesi sui piani dell’essiccatore e in 12-18 ore erano pronti da imbustare e infilare nello zaino.
Il procedimento si può ripetere più o meno con qualsiasi pietanza: tolta la componente umida, il piatto si trasforma in un miscuglio vagamente ghiaioso e non troppo invitante da vedere, ma estremamente leggero e capace di conservarsi fino a qualche mese in un contenitore chiuso ermeticamente. Per dargli nuovamente sembianze commestibili è sufficiente reidratarlo, ricoprendolo di acqua bollente e lasciarlo a riposare una decina di minuti.
Non sappiamo quanto sia stato complice l’appetito del camminatore, ma vi giuriamo che il gusto non ne ha risentito (si sono rivelati comunque migliori di tutti gli equivalenti cibi preconfezionati che abbia provato fino ad ora).

I preparativi: dal piatto dell'essiccatore alla busta da trekking
Il piacere di una zuppa calda al bivacco Coldosè
Pausa snack a impatto zero: barrette energetiche di datteri e scaglie di cocco fatte in casa

Imballaggi usa e conserva
Una nota sugli imballaggi e la plastica: sarebbe bello poterne fare completamente a meno, ma che io sappia non è possibile, a meno di non portarsi nello zaino chili di vasetti di vetro. Il miglior compromesso che siamo riusciti a trovare è stato quello di usare dei sacchetti da freezer fatti di un materiale particolarmente resistente e riutilizzabile che sopporta temperature fino ai 115 gradi, così da poter essere sfruttato anche come contenitore (ad esempio quando, dopo diverse ore di marcia sotto alla pioggia, lontani da qualsiasi punto di appoggio, si trova riparo in una grotta umida a 2500 metri di altezza, senza ricambi asciutti a disposizione. Ecco, in quel caso condividere il cucchiaio mangiando zuppa da un bustone di plastica non sembra la peggiore delle cose che possano capitare).
Al ritorno, tutto quello che doveva essere gettato nel cestino erano alcune carte di caramelle e bottigliette raccolte lungo il percorso, l’incarto del pane e del formaggio a cui non abbiamo saputo rinunciare per i pranzi e qualche bustina di the. Abbiamo avanzato una cena: per colpa della pioggia incessante la nostra avventura si è conclusa prima del previsto, ma quelle difficoltà che ci hanno obbligati ad abbandonare l’attraversata sono state anche ciò che l’ha resa un’esperienza unica e molto più intensa.

Trail food, cibo per camminare con gusto
L’idea del cibo da trekking (trail food) disidratato non è nuova, ma trova molta più diffusione oltre oceano dove la vastità dei parchi naturali consente di organizzare uscite di diversi giorni contando solo sulle proprie risorse. L’esperienza mostra che nonostante il carattere del territorio richieda che siano i visitatori ad adattarsi all’ambiente, e non viceversa, questi di certo non mancano. Da questo punto di vista l’impopolarità del trail food alle nostre latitudini diventa una chiave per interpretare il diverso approccio alla frequentazione di aree naturali, dove semplicemente non ce n’è bisogno. L’abbondanza di rifugi, funivie, strade, campeggi, sentieri, pannelli informativi e altri vari ausili di cui gode il turista montano, viene esaltata come indice di progresso, ma la loro carenza potrebbe anche essere vista come una risorsa rara e da tutelare. Potrebbe segnare il confine per vivere una esperienza autentica, la differenza tra il gusto di una cena surgelata preconfezionata e una lasagna fatta in casa.

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MENU’ TRANSLAGORAI di Elisa e Leonardo
16 porzioni
di colazioni e cene liofilizzate da reidratare durante il trekking (1,5 Kg totali).
colazione: mix di fiocchi d’avena, semi, frutta secca, mele essiccate, scaglie di cioccolato, qualche cucchiaio di farina di mandorle / cena: couscous con verdure e soia, crema di zucca e lenticchie, cereali con legumi e cavolo nero / snack: barrette energetiche di datteri e scaglie di cocco fatte in casa / extra: pane e formaggio.

Cereali, legumi e cavolo nero pronti per essere essiccati
Leonardo ed Elisa

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Elisa e Leonardo sono riconoscenti a Tauro Essicatori e ad AKU per aver creduto nel loro progetto.

Elisa Bessega

Elisa Bessega

Sono Elisa, vado in montagna, fotografo quello che faccio, a volte lo racconto.


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