Reportage

#5 IL MIRACOLO DEL CIARFORON

testo e foto di Antonio Cocco  / Tollegno (BI)

La parete nord del Ciarforon (3640 m)
01/11/2020
7 min
Il Bando del BC20

Il miracolo del Ciarforon

di Antonio Cocco

Quante volte con gli amici, ricordando vecchie storie, abbiamo detto: «Sembra di riviverla ora!». Questa è una di quelle storie.

Per chi vive la montagna, l’estate non dovrebbe finire mai, ancor più quando si ha vent’anni. Siamo sull’autostrada che ci porta ad Aosta, l’idea originaria era di salire la nord del Monviso, la via non è in condizioni e quindi imbocchiamo la regionale per Pont Valsavaranche, diretti verso la nord del Ciarforon.
Giunti al parcheggio, un piazzale enorme in terra battuta attraversato dal torrente Savara, vediamo numerose auto di alpinisti, da qui parte la via di salita classica al Gran Paradiso. Credo che nei progetti di chi sale le vette questa sia un’ascensione che non può mancare.
Imbocchiamo il sentiero che ci porterà al rifugio Vittorio Emanuele a 2750 metri, famoso per la sua forma a semibotte. Giunti al rifugio il primo sguardo è per la nord del Ciarforon. E’ lì difronte a noi, maestosa e imponente, una parete di ghiaccio di 600 metri: a sinistra la via Chiara o del seracco, 70-75 gradi di pendenza (ora non esiste più, totalmente scomparsa); a destra la classica nord, 50-55 gradi e più a destra, con la cima aguzza, la Monciair e a sinistra la Tresenta.

E’ un bel colpo d’occhio, tutti sono fuori dal rifugio a puntare il dito verso le mete e i tracciati che ogni cordata ha in mente di fare l’indomani. Il gestore è fonte di notizie importanti, specialmente per le condizioni delle vie, del ghiaccio, ogni giorno raccoglie i racconti delle cordate. In particolare si chiede al gestore indicazioni meteo (siamo nel 1979, i satelliti meteo erano pochissimi e primitivi ed era necessario affidarsi totalmente al gestore e ai suoi consigli). Ceniamo tutti insieme, due parole, un bicchierino e via a dormire, da lì a poche ore sarebbe iniziata la nostra avventura.
Alle cinque siamo pronti per uscire, il gestore ci sconsiglia di salire la nord, dice che sta per arrivare una perturbazione e che le condizioni del ghiaccio sono pessime. «Bene!» rispondiamo e puntiamo decisi alla nostra meta (allora avevamo 20 anni!).
Un’ora abbondante e siamo alla base della parete. I soliti preparativi: ramponi, piccozza, piccozzino martello, viti da ghiaccio (usavamo chiodi da ghiaccio che assomigliavano a dei cavatappi, non come quelli moderni a manovella, pratici e veloci).

Formiamo una cordata a tre e iniziamo la salita, dietro a noi altri due alpinisti più veloci ci superano. Il primo tratto veloce, sui 45 gradi, ci porta nella parte centrale della parete. Inizia il tiro da 55 gradi, ghiaccio pessimo, nero, ogni colpo di picca si spacca prima di trovare ghiaccio sicuro, due tre colpi a ripiantare la picca. I chiodi fanno delle rose nel ghiaccio e staccano piccoli blocchi. E’ veramente faticoso progredire. Giungiamo alle roccette, quindi siamo a metà della salita, inizia a piovigginare misto a neve, non è fastidioso però ci dà una leggera ansia. Il passaggio su roccia è ostico, la roccia è umida, giungiamo alla famosa sosta con cordoni, ancora un tiro e si ritorna sul pendio finale di ghiaccio.
Il cuore inizia a battere forte, non è la fatica, intorno a noi è diventato tutto scuro e nubi nere avvolgono la nostra cima. Forza, siamo nuovamente sul ghiaccio. Superato il pendio di 55 gradi ci aspetta il semicerchio finale che ci porta verso la vetta. La neve ha preso il posto della pioggia, siamo in vetta, è buio e non vediamo nulla.

La cima del Ciarforon è molto ampia, addirittura c’è un piccolo laghetto glaciale, non dico che è come un campo da calcio ma poco ci manca. Una luce intensa squarcia quel buio irreale e un tuono ci spezza i timpani. I fulmini corrono lungo la vetta, l’elettricità sollevava i peli della pelle fino a far male, i tuoni massacrano la mente. Sul versante sud udiamo il rumore di rocce che cadono, a nord scrosci d’acqua, grandine e neve che corrono lungo le pareti. Ormai è sera, l’oscurità ha avvolto completamente il Ciarforon. Le nostre menti sono all’estremo, ci rendiamo conto che girovaghiamo per la vetta senza trovare modo di uscirne. Ci guardiamo (lo ricordo come se fosse ora), pensiamo che non usciremo vivi da questo inferno. Dio, lassù, ci sta punendo per non aver ascoltato il gestore. Non è un normale temporale estivo, è l’apocalisse. Tremiamo (non credo fosse il freddo, eravamo ben equipaggiati), la mente fatica ad essere lucida. Ad un certo punto Paolo dice: «Il primo canalone che individuiamo mi ci butto giù!». Conveniamo che dobbiamo uscire da quell’inferno. Enrico, più lucidamente ci grida: «Bene, ma scendiamo in sicurezza!».

Senza indugiare vediamo la pendenza variare e giù, è l’ultima possibilità che abbiamo di scappare da quell’incubo. Giù, giù, una calata, sicurezza, giù un’altra calata. Sono stremato, grido a Paolo di fermarsi, niente non c’è verso di fermarlo. Ad un certo punto tiro la corda e lo blocco: «Fermo, fermo! Un attimo prendiamo fiato» e gli stringo le mani sul viso. Un silenzio irreale ci avvolge, nessun tuono, nessun fulmine, tutto ovattato, alziamo lo sguardo al cielo e vediamo la luce di alcune stelle e in lontananza le luci del Vittorio Emanuele illuminato a giorno, per noi. Uno squarcio tra le nubi ci fa vedere dove siamo. Urlo con tutto il fiato che mi rimane: «Enrico, tira la corda. Siamo sul bordo del salto della via Chiara!». Due passi e saremmo precipitati per duecento metri di parete di ghiaccio, difficilmente sarebbe riuscito a tenerci.
«Hai visto dove siamo?»
«Sì ho visto» mi risponde Enrico.
Da lì a pochi minuti la quiete finisce e ricominciano i tuoni e i fulmini, ma questa volta sappiamo dove siamo. Ritorniamo sui nostri passi e giunti in cima ci spostiamo verso ovest, dove scende la cresta che porta al colle, verso la Tresenta. Giù, giù, un altro canalone, giù, dobbiamo trovare un salto roccioso dove ci sono i cordoni di calata della normale. Un urlo di gioia infinita copre i tuoni: «I cordoni, ho trovato i cordoni».
Il buon Dio non ci ha abbandonato. Da qui non c’è possibilità di sbagliare, giù verso il colle, poi a sinistra sul ghiacciaio pianeggiante che ci avrebbe condotto alla morena sopra il rifugio.

Sono le 5 del mattino del lunedì quando arrivammo al Vittorio Emanuele. Siamo fuori da 24 ore, un giorno intero. Ricordo come fosse ora l’abbraccio dei soccorritori che da lì a poco sarebbero venuti a cercarci. Un abbraccio forte, intenso, che scalda, un abbraccio che dice siamo vivi, ce l’abbiamo fatta. Sentiamo il calore delle lacrime sui nostri volti congelati e stremati. Non potrò mai scordare quelle braccia che stringono i nostri corpi esausti. E’ il miracolo della nord del Ciarforon.

Nella tarda mattinata arrivammo a Biella nelle nostre case.
Durante la settimana ci sentiamo per organizzare la prossima ascensione, si va sulla nord della Tour Ronde. E’ sabato e preparo lo zaino, esco in corridoio e trovo mia madre con un bastone in mano e brandendolo mi dice: «Piuttosto ti ammazzo io qui che saperti morto in parete!»
Telefono ad Enrico e Paolo e li avviso che per un contrattempo non potrò andare con loro.

Io, Antonio Cocco, ancora oggi salgo le montagne, ma presto molta attenzione al meteo. Enrico, famosa guida alpina biellese, scrive libri di salite bellissime in giro per il mondo. Paolo ci ha lasciati per sempre nei ghiacciai himalayani. Racconto ora questa storia e ho la pelle d’oca come in cima al Ciarforon, quasi da far male. Anche ora gli occhi sono umidi.
Dal 1985 faccio parte del soccorso alpino biellese, esperienze cariche di emozioni, interventi di notte e di giorno, esperienze felici e altre drammatiche. Dal 1992 faccio parte, come tecnico, nel gruppo di elisoccorso con base a Borgosesia. Ho vissuto tanti momenti che mi riportano con la mente al Vittorio Emanuele: gli abbracci delle persone portate in salvo e quelli dei famigliari del loro congiunto infortunato appena sceso dall’elicottero. Ma ci sono anche gli abbracci di chi non ce l’ha fatta. Impossibile dimenticare le strette delle mani delle mogli che chiedono dei loro mariti e lo sguardo dei figli presi per mano dalle madri. Per loro non c’è stato alcun miracolo.

E’ primavera, iniziammo ad aprire delle vie a Montestrutto. Se guardate su internet e scrivete falesia di Montestrutto, troverete un bellissimo luogo per arrampicare, anche per le famiglie, con un comodo parcheggio, bar, ristorante, due minuti a piedi ed ecco i bei paretoni. Un plauso all’amministrazione di Settimo Vittone per questa iniziativa che ha dato dei risultati fantastici.
Quando scoprii queste pareti non c’era anima viva, a parte qualche arrampicatore del luogo. Ci passavo per lavoro, lì vicino corre la statale Ivrea-Aosta, un giorno decisi di andare a vedere e iniziammo ad aprire qualche via. Una di queste la chiamammo Diedromania, partiva con una placca di quinto, poi una bellissima fessura che portava ad un camino aereo di quinto più. Ricordo che lì in zona c’era una segheria, allora approfittavo della gentilezza del titolare per farmi tagliare dei cunei da usare nei fessuroni. Superate le fessure si usciva su una placca esposta, con granelle di quarzo molto utili per la progressione. Ad un certo punto una di queste si staccò, persi l’equilibrio necessario alla progressione, ma invece di gridare a Mauro di tenermi esclamai: «Chi mi sta spingendo contro la parete?».

Sentii sulle spalle una forza spingermi contro la roccia, una strana sensazione, come una folata d’aria che mi portava contro la parete. D’istinto mi tornò alla mente quel silenzio irreale sul bordo del precipizio sul Ciarforon. Ero lì, appeso, non avevo la presa nelle mani, si era appena rotta, ma non cadevo, i pensieri correvano veloci. Ho rivissuto il miracolo del Ciarforon, quel senso di leggerezza che mi aveva avvolto sulla cima anni prima, per la seconda volta non ero caduto. Poco dopo riuscii a riprendere una tacchetta, piantai un chiodo e terminai la via.

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Antonio Cocco

Antonio Cocco

Impiegato, alpinista dal 1976. Venticinque anni con il soccorso alpino biellese, tecnico di elisoccorso. Sposato, una figlia e nonno felice.


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