Racconto

LA PACE DI GOTTLIEB #3

Chi mai volete che pensasse al Natale in quei giorni di guerra, figli e nipoti lontani a spararsi addosso come si spara alla lepre, figli perduti in un paese che mai si è saputo dove fosse per davvero, né allora né mai.

testo di Andrea Nicolussi Golo

Recastello 1906 (Archivio Fotografico Guido Ferrari)
17/12/2022
7 min
Oggi io non posso sapere quali fossero gli infiniti pensieri e le mille preoccupazioni che assillavano la mente delle donne e degli uomini che abitavano il piccolo paese sulla cima della montagna in quel dicembre dell’anno di grazia, di poca grazia invero, del 1914.

Un pensiero però, sono certo li tormentava, quello per i ragazzi alla guerra e un altro, invece, ne sono altrettanto certo, faceva loro difetto: il pensiero del Natale. Chi mai volete che pensasse al Natale in quei giorni di guerra, figli e nipoti lontani a spararsi addosso come si spara alla lepre, figli perduti in un paese che mai si è saputo dove fosse per davvero, né allora né mai.

L’imperatore d’Austria e re d’Ungheria aveva chiamato alla guerra i giovani di quelle terre “per lavare il sangue di Sarajevo” aveva detto, ma sulle montagne lo sapevano bene che il sangue non si lava con altro sangue, ciononostante andarono alla guerra che all’Imperatore non si poteva disubbidire.

Laggiù, o lassù dov’era quel luogo di guerra, invece, i ragazzi in trincea, ci pensavano eccome al Natale che si stava avvicinando e più ci pensavano e più diventavano tristi e più diventavano tristi e più avevano solo voglia di tornarsene a casa dai loro cari, stare tutti assieme accanto al fuoco con quel poco di cibo che c’era, ma che aveva il sapore inarrivabile di casa; huam. E poi le campane di lontano e i canti in quella lingua antica, incomprensibile agli italiani quanto ai tedeschi. Quella stessa lingua che adesso i ragazzi in guerra usavano per scrivere alla famiglia o alla morosa, aggirando la censura, che non poteva che arrendersi a quel codice segreto in cui non sapeva raccapezzarsi. E i ragazzi scrivevano senza nascondere nulla di quanto orribile fosse la guerra e senza che nessuno coprisse le loro parole con l’inchiostro nero.

Gottlieb aveva allora vent’anni, più di ottanta quando mi raccontò la storia che ho trascritto qui di seguito.

Avevo una ragazza qui al paese, andavo già in casa e si parlava di matrimonio, ma io ero un gran birbante e un giorno mentre ero lì a filò, vidi il padre della ragazza addormentato accanto alla stufa sulla quale bolliva una grossa pentola di minestrone, dalla bocca gli penzolava la pipa ancora accesa, con un bastoncino detti un colpetto alla pipa e la feci cadere nel minestrone. La pipa arrivò proprio nel piatto del vecchio, che dopo averla rigirata per un po’ e compreso il fattaccio mi cacciò di casa e mi disse di non farmi mai più vedere. Così quando mi chiamarono soldato pensai che stare lontano per un po’ avrebbe fatto calmare le acque e sarei potuto tornare a “parlare” alla ragazza, certo mai avrei immaginato cosa mi aspettasse.

La polvere penetrava i polmoni e faceva tossire fino a sputare lo stomaco e poi il fango che ti toglieva le scarpe e dovevi scavare con le mani per ritrovarle. E le mani che diventavano fango anch’esse e poi tutti diventammo fango, i vivi e i morti: fango tra il fango eravamo.
E in quei giorni di dicembre il fango divenne ghiaccio, un ghiaccio giallastro come l’urina dei vecchi, un ghiaccio maligno sul quale non stavano in piedi neppure i corvi.

E l’assalto. Chi non è mai andato all’assalto non può neppure immaginare l’orrore. Ci avevano dato delle mazze con i chiodi e delle palle di ferro attaccate a delle catene, ma tanti di noi usavano anche il badile e la zappa con cui scavavamo le trincee, con quegli attrezzi medievali chi ci riusciva saltava dentro la trincea del nemico e andava avanti colpendo a destra e a sinistra finché qualcuno lo abbatteva, si moriva così, ammazzando cristiani come insetti, che brutta morte era quella, figliolo. E questo accadeva anche più volte al giorno, mentre le mitraglie seminavano grano di piombo.
E l’odore, l’odore della cordite e del sangue mescolati all’odore di quella grappa acida che buttavamo giù senza neppure sapere cosa fosse; l’odore dell’inferno deve essere come quell’odore.

Quel mattino uscimmo all’assalto, come sempre ognuno di noi cercava la prima buca buona per nascondersi, prima dai nostri gendarmi che ci pungolavano con le baionette perché uscissimo e ci avrebbero fucilato sul posto se non lo avessimo fatto e poi, solo poi, da quelli che avevamo di fronte.
Quel mattino, però, era la vigilia di Natale e mandarci all’assalto la vigilia di Natale era stata una grande carognata, la più grande che ci potevano fare, va bene la guerra, va bene l’Imperatore, va bene tutto, ma proprio la vigilia di Natale?

Io la mia buca l’ho trovata quasi subito, ero esperto di buche, mi ci sono infilato dentro e mi sono coperto con la terra che mi avrebbe protetto dalle schegge e dai proiettili che fischiavano tutto intorno. La buca era la ribellione di chi voleva vivere contro chi ci mandava a morire.

Sono rimasto ben nascosto mentre le ore passavano e la battaglia passava e il giorno passava e veniva sera.
E mentre veniva la sera e si avvicinava la notte dei miracoli, qualcun altro è ruzzolato giù nella mia buca, non ne distinguevo la faccia e neppure la divisa, poteva essere uno dei nostri e poteva non esserlo, lo sentivo respirare forte e non mi fidavo di chiedere nulla, poi sentii qualcosa di freddo e ruvido che mi grattava la nuca e quelle parole sibilate adatte all’inferno in cui eravamo caduti: “Rette di Fahne” salva la bandiera, erano quelle le parole. A grattarmi la collottola la canna di una pistola.

Io non so cosa fare, e allora rimango immobile.
La voce torna a graffiare più del metallo freddo: “Rette di Fahne”. Striscio e mi affaccio al bordo della buca, la bandiera del reggimento è lì nel fango venti passi davanti a me e venti passi davanti alla trincea degli altri. Ritorno dentro al mio precario ricovero e scrollo la testa, non voglio morire per una pezza infangata.
Il nuovo arrivato si toglie la mantellina e mi mostra il colletto della giacca, ci sono delle mostrine che nemmeno so cosa siano, forse di un colonello o magari anche di un generale, insomma uno di quelli che non si vedono mai in trincea.

“Rette di Fahne”. Questa volta la voce è quella degli ordini a cui non si può dire di no. Io torno ad arrampicarmi sul fianco della buca e metto di nuovo la testa fuori, una pallottola mi graffia l’elmetto sulla sinistra e io rotolo all’indietro. Il cecchino inglese o francese che ho di fronte mi ha individuato.

“Rette di Fahne”.

Come una lumaca timorosa mette fuori i corni per vedere, così io sfioro con il naso il bordo della buca, questa volta la pallottola incide l’elmetto sulla destra e io ritorno sottoterra.
“Rette di Fahne!”. È l’urlo di un uomo che ha perso il senno. Io conosco il galateo di guerra e lo conosce chi mi sta di fronte, un colpo a sinistra, uno a destra prima di mirare in centro agli occhi. Mi giro verso quell’ufficiale che non so neppure che grado abbia, mi avvicino così tanto che la visiera del mio elmetto cozza forte contro il suo e gli sussurro in un orecchio: “Retten Sie Ihr Leben, Herr Offizier”, si salvi la vita signor ufficiale! Prima che quel signore possa rispondermi mi arrampico dalla parte opposta della buca, verso le nostre linee, mi alzo in piedi, spalle al nemico cerco nelle tasche un avanzo di sigaretta, accendo e piano mi avvio verso i miei.

Nessuno spara.

Silenzio.

Nel silenzio del sole ormai al tramonto, dapprima un mormorio sommesso, poi una melodia ben conosciuta. In piedi sulla nostra trincea, l’amico Paul Bäumer intona Stille Nacht, altri lo seguono e salgono sopra il terrapieno. Io mi fermo, così all’aperto e mi giro verso le trincee degli altri e canto con tutta la voce che ho.

Nessuno spara.

La nostra trincea si illumina di mille candele, tutte le candele delle nostre tane sono accese. Ora che le ombre della notte hanno inghiottito il giorno, la nostra trincea è una coda di cometa appoggiata sulla terra intrisa di sangue.

Nessuno spara.

Dall’altra parte battono le mani, poi ancora silenzio e nel silenzio adesso cantano loro, in latino: “Adeste Fidelis laeti triumphantes, venite, venite in Bethlehem”. Poi escono anche loro dalle trincee. Ci incontriamo dove era caduta la bandiera del nostro reggimento, uno di loro la raccoglie e le dà due colpi per togliere il più grosso, poi la restituisce a uno dei nostri che lo ringrazia.
Ci scambiamo sigarette e cerchiamo di farci capire, molti di loro parlano tedesco, qualcuno di noi un po’ di francese, anch’io parlo un po’ di francese, così racconto la storia della pipa nel minestrone, “è per questo che sono qui” dico e tutti si mettono a ridere.
Non ho mai più dimenticato quelle ore strane, immobili, appese al cielo come un aquilone con la corda al contrario.

Prima della fine dell’anno 1914 ci hanno mandato via tutti da là, qualcuno è stato processato per il reato di “intesa con il nemico”, io me la sono cavata. L’ufficiale non l’ho più incontrato e anche se ci fossimo incontrati non l’avrei riconosciuto.
Con l’amico Paul Bäumer siamo stati assieme a lungo, quasi tutta la guerra, è caduto quando ce l’avevamo quasi fatta, ma questa è un’altra storia che altri hanno raccontato.
So che quelli che studiano la storia hanno chiamato quelle ore passate assieme noi e loro “la tregua di Natale”, ma era qualcosa di più grande di una tregua, era il modo naturale di stare assieme che tutti gli uomini sanno.

È vero Gottlieb, così hanno chiamato quelle ore “tregua di Natale” ma io l’ho sempre chiamata e continuo a chiamarla “la pace di Gottlieb”.

"Dietro la spalla stanca". Il Natale di Altitudini 2022.

Anche quest’anno per farvi gli auguri di Natale, abbiamo preparato un piccolo calendario dell’Avvento, segnato da quello che rende prezioso il nostro magazine, che ci condurrà al prossimo Natale.

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Palle di natale 2022_03
Andrea Nicolussi Golo

Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de "Il piccolo principe", nel 2018 la versione integrale di "Pinocchio" e nel 2021 "Il sergente nella neve". Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.


Il mio blog | Sono ospite di Altitudini, dove si raccontano storie di terre, di donne e di uomini a volte di animali.
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8 commenti:

  1. Marco Rossignoli Marco Rossignoli ha detto:

    Ciao Andrea, io un “buon Natale” lo azzardo.

    1. Andrea Andrea ha detto:

      Grazie Marco buon Natale anche a te

    2. Riccardo Pucher Prencis ha detto:

      Buon Natale. Sarebbe davvero bello che un giorno la ragionevolezza delle persone prevalesse sulle logiche di potere.

      1. Andrea Andrea ha detto:

        Buon Natale

  2. Luca ha detto:

    La guerra che follia! E che vergogna quegli omuncoli che dal salotto di casa hanno il coraggio di fare i guerrafondai. Quanto aveva ragione Messner a dire: io sono la mia patria e la mia bandiera è il mio fazzoletto.

    1. Andrea Andrea ha detto:

      Già…

  3. andrea gobetti ha detto:

    Un bel racconto in un momento dove c’è bisogno di riscoprire la follia della guerra e non ricascarci dentro. Bravo e buon Natale.

    1. Andrea Andrea ha detto:

      Grazie. Buon Natale anche a lei.

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