Saggio

50 anni di Alta Via 2 delle Dolomiti

Ad ogni passo che ti eleva sai quel che lasci nell’oscura valle ma non quel che ci aspetta al di là delle scintillanti vette, già lucenti nel sole.

testo di Diego Cason

Vette Feltrine, verso l'ultima tappa dell'Alta Via 2 (ph. Roberto De Pellegrin)
12/01/2020
10 min

Sono passati 50 anni da quando, nell’estate del 1969, i due feltrini Louis Pillon e Ivano Tisot camminarono per 180 chilometri nel cuore delle Dolomiti, da nord a sud, lungo un percorso tracciato dalla guida alpina bavarese Sigi Lechner, inaugurando l’Alta Via 2. Parliamo di una delle Alte Vie più apprezzate delle Dolomiti che si snoda in 13 tappe, con partenza da Bressanone e arrivo a Feltre, attraverso cinque magnifiche aree dolomitiche (il sottogruppo della Plóse e i gruppi del Pùtia, Odle, Pùez, Sella, Marmolada e nell’ultimo settore il gruppo delle Pale di San Martino e Alpi Feltrine).
In occasione dei 50 anni dell’Alta Via 2, venerdì 29 novembre 2019, il Cai di Feltre ha organizzato una serata per ricordare il passato e riflettere sul futuro di questo grandioso percorso. Al successo dell’evento, che ha visto la partecipazione di oltre 500 persone, hanno contribuito i tanti ospiti, ognuno dei quali ha saputo portare un tassello originale a un quadro d’insieme assai complesso. Tra i temi trattati: il futuro dell’Alta Via nei prossimi decenni, le strategie per preservare quest’area di grande valore naturalistico, le caratteristiche dei frequentatori delle Alte Vie, i cambiamenti climatici e l’evoluzione nel tempo dei rifugi e della loro clientela, il ruolo del Club Alpino.
Il testo che segue è parte dell’intervento del sociologo Diego Cason che vi proponiamo in un ampio saggio in cui Cason affronta i temi delle diversità e del futuro del turismo nelle tre province dolomitiche interessate dall’Alta Via 2.
— la redazione di altitudini.it

Lo scorso 29 novembre a Feltre, di fronte a 500 persone che gremivano l’auditorium, ho compreso che la mia intuizione sul significato dell’Alta Via 2 era giusta.

Quello che stavamo vivendo insieme era un anniversario. Da anniversarius, composto da annus-anno e da versarius-vertere o volgere che sta per rinnovare. Dare importanza al volgere dell’anno o degli anni, si intreccia con l’idea di “solenne” che ricorrere ogni anno. Un giorno che invita alla riflessione, al bilancio, al rito. Una cerimonia la cui radice etimologica rinvia al greco charmoné, gioia e allegria condivisa, un pubblico gaudio.

L’anniversario è fermarsi a considerare ciò che è stato, per rinnovarne il valore pregiato nel ricordo collettivo, sollevando lo sguardo ad orizzonti diversi da quelli quotidiani. Un anniversario celebra (celebrare significa “numeroso e frequentato da molti”, come un’alta via, appunto) un legame affettivo con persone, luoghi o eventi con i quali esiste una relazione privata o pubblica. Per farla breve una festa. In questo caso la festeggiata è l’Alta Via 2.

Si festeggia ciò che questi luoghi evocano.
Si festeggiano le crode, le valli, le creste, le cime? Non credo proprio. Si festeggia ciò che questi luoghi evocano. Ognuno che stava in sala, e molti altri che non son potuti entrare, ha percorso tutta o una parte dell’Alta Via che, come altre sulle Dolomiti e altrove, è densa di storie, di eventi, di emozioni e di sentimenti. Dentro la relazione speciale che, sempre, lega le persone ai luoghi, ai quali danno significati e dai quali ricevono senso. Tra le molte cose di cui siamo fatti, una parte di noi è l’esperienza che, in solitudine (ah mia prediletta!) o in compagnia, abbiamo vissuto sull’Alta Via. La montagna facilita ai consapevoli la frequenza del proprio e dell’altrui spirito.

L’andare, il ritmo, il respiro, il rumore del proprio cuore, il corpo che lavora e ti porta in alto, con un solido silenzio attorno, ti costringono al dialogo con quel che sei e quel che sai. Capita. Lo so, è capitato anche a voi. Anche salendo con altri si realizza questo miracolo; viene il momento, alla fine delle gaie chiacchiere e della leggerezza, che l’allegra compagnia porta con sé, nel quale il silenzio s’impone. Ognuno si inabissa nei propri pensieri. Si cammina, si sale, e il silenzio tra noi s’addensa e basta un gesto, un’occhiata o la vibrazione della corda per sapere, per capire. Ecco, in questo silente dialogo si condivide un’esperienza primaria, indispensabile per chi voglia sperimentare, un poco almeno, l’inebriante felicità della vita.

L’esistere è un privilegio di per sé stupefacente.
Si avverte, specialmente nei luoghi remoti e deserti, quale sia il nostro posto al mondo. Che è lo stesso occupato da una martora, un larice o un gracchio. Si comprende che è poco rilevante e quanto breve è la luce che ci è toccata in sorte. Troppo spesso dimentichiamo che l’esistere, andandocene in giro per queste magnifiche crode, è un privilegio di per sé stupefacente. Sulle creste o su pareti impegnative, come per pascoli coperti di fiori o di neve, si avverte con chiarezza qual è il dono che abbiamo ricevuto. E come sia pregiato e incalcolabile il suo valore.

Stare al mondo, liberati dal peso delle convenzioni, ci avvicina alla realtà delle cose, ci rimette in contatto con il nostro essere animale, riaccende i sensi, riportandoci in armonia con ciò che ci accoglie e circonda. E poi, a dirla tutta, ne accade anche un altro di miracolo. Se ti sai ascoltare e prendi il ritmo giusto (ognuno ha il suo), ad un certo punto la testa si svuota, i pensieri ti abbandonano. Il cervello, nel dondolio dell’incedere, si riposa e ti lascia andare dove le gambe e il fiato ti conducono. Questa vacanza da sé, questa benefica alienazione è salubre, fa tacere l’ego esigente e antropofago, lo rimette al posto suo.

Ivano Tisot, Luis Pilon e al centro il gestore del rifugio Puez Piero Costa , luglio 1969 (foto archivio Ivano Tisot)
La guida alpina bavarese Sigi Lechner

Si risente la nostra voce interiore, che troppo di frequente tace.
C’è un sano bisogno di spazio, di altezza, di distanza, di rarefazione e di semplicità. La montagna ne ha in abbondanza. E la regala. Chi, nella perfetta solitudine dell’inverno, ha attraversato gli altopiani gelati della Riviera di Manna sa di che parlo. E lo sa chi, alle prime tenui luci dell’alba, sbuca dall’Intaiada, alto sopra casera Cimonega, e passa come un’ombra leggera, senza disturbare i camosci accovacciati sopravvento. Stiamo giornate immersi in stimoli sonori, visivi, tattili, olfattivi, sommersi da cose, tirati per la giacca, invitati, sedotti, tentati, spinti, tirati a fare quel che altri desiderano che noi si faccia. Tutta questa giostra che gira, suona e luccica ci porta lontano da quel che siamo e vorremmo essere.

Man mano che si sale, prima attraverso i boschi, poi per le prime balze e poi per le “facili roccette”, si abbandona quel circo e si riprende contatto con la nostra intima natura. Lo sforzo diventa fluido, il corpo va, la mente galleggia e si sperimenta la libertà dell’animo nostro, che ci ritorna al fianco. Come un amico, un angelo custode, un “fravashi” persiano, un “ba” o “il doppio egizio”. Si risente la nostra voce interiore, che troppo di frequente tace, lasciandoci incerti, incrodati sui tetti spioventi della vita. Sulle cenge del Focobon, sulle creste del Pradidali, tra le buse delle Vette, nei circhi glaciali del Sella, sulle alte pareti delle Odle stanno dispersi, come ometti di pietra, i nostri sogni e desideri instabili, le nostre sconfitte e ritirate, la chiara, trascorsa e breve giovinezza. Perciò ci siamo ritrovati a celebrare l’anniversario dell’Alta Via 2.

Una fitta cortina di diseguaglianze, estraneità ed esclusione.
L’Alta Via 2, per almeno i quattro quinti, lungo la linea di un vecchio confine tra stati, insanguinato da due guerre. Un confine che, per molto tempo, è stato frequentatissimo. Da profughi, emigranti, pastori, cromere, contrabbandieri, partigiani, innamorati, allevatori, alpinisti, cacciatori, bracconieri e guardie forestali. Un confine che geograficamente non ci dovrebbe essere più. Ed invece è ancora lì immutabile, invisibile ed invalicabile. Non è più formato da muri, reticolati e cavalli di frisia, è formato da una fitta cortina di diseguaglianze, estraneità ed esclusione. Prima sui due versanti del confine le persone s’intendevano, condividevano la stessa vita, si frequentavano e parlavano la stessa lingua. Oggi no. Oggi la diseguaglianza ha scavato un solco. Da un lato sviluppo e crescita demografica, dall’altro stagnazione e spopolamento.

Le crode in alto sono, più o meno, uguali sui due versanti, ma tutto ciò che accade ai loro piedi no.

Gli otto comuni del Süd Tirol, posti lungo l’Alta Via 2, dal 1961 hanno visto crescere la loro popolazione del 61% (+13 mila residenti), i residenti nei quattro comuni trentini sono cresciuti del 18% (+1528 residenti), i residenti nei dodici comuni bellunesi hanno subito un calo del 20% (-9721 residenti). Gosaldo e Sovramonte hanno perduto il 78% e il 60% dei propri cittadini. Le crode in alto sono, più o meno, uguali sui due versanti, ma tutto ciò che accade ai loro piedi no. Ad esempio il turismo. La risorsa è la medesima ma non la capacità di utilizzarla.

Sempre in riferimento ai soli comuni dell’Alta Via 2, negli otto comuni del Süd Tirol ci sono 676 alberghi (con 25 mila letti), nei quattro comuni trentini ci sono 217 alberghi (con 13 mila letti), nei dodici comuni bellunesi ci sono 102 alberghi (con 6400 letti). In altre parole, per ogni comune bellunese in media ci sono 8,5 alberghi con 541 letti, in Trentino ce ne sono 54 con 3294 letti, in Süd Tirol 84 con 3198 letti.

Trento e Bolzano si governano da sé. Belluno è governata da Venezia.
I rifugi nei comuni dell’Alta Via 2 sono 15 con 612 letti in Süd Tirol, 20 con 444 letti in Trentino e 28 con 532 letti nel Bellunese. Trenta dei 63 rifugi totali stanno sull’Alta Via 2. Questa differenza nella distribuzione della capacità degli esercizi ricettivi turistici ha effetti sulla forza attrattiva dei comuni. I dodici comuni bellunesi hanno avuto, nel 2016, 222 mila arrivi, i quattro comuni trentini ne hanno avuto 232 mila, gli otto del Süd Tirol un milione. Gli arrivi medi per comune sono stati 18 mila nel Bellunese, 58 mila in quelli Trentino e 132 mila in Süd Tirol.

Trento e Bolzano hanno raggiunto il limite del troppo pieno e non sanno più dove mettere gli ospiti.

I dodici comuni bellunesi hanno avuto, nel 2016, un milione di presenze, i quattro comuni trentini ne hanno avuto tre milioni, gli otto del Süd Tirol quasi cinque milioni. In questo caso le presenze medie per comune sono state 84 mila nei comuni bellunesi, 764 mila in quelli trentini e 593 mila in quelli del Süd Tirol. La differente abilità nel proporre come meta turistica le Dolomiti è evidente ed ha tante ragioni. La più importante delle quali è che le due provincie di Trento e di Bolzano Süd Tirol sono autonome e si governano da sé, mentre Belluno è governata da Venezia.

Quali sono le prospettive future?
Non si può fare finta che tutto continui come prima. Queste cose di sicuro cambieranno:

1) Le temperature medie annue aumenteranno per effetto del riscaldamento globale. Di questo aumento le Alpi e le Dolomiti sono una delle prime vittime (Belluno ha il record di incremento della temperatura negli ultimi 10 anni tra le province italiane). Esse modificheranno radicalmente (in ogni caso) le condizioni climatiche lungo il percorso dell’Alta Via 2 con estati più calde e siccitose e con inverni con scarso innevamento. Ciò modificherà le residenze in quota (destinate a crescere). Se il mare Adriatico aumenterà di livello di 30 cm, come ormai è inevitabile, si produrranno migrazioni interne dalla costa all’interno con evidenti effetti sui territori posti più in quota.

2) Cambieranno le preferenze dei turisti. Aumenteranno i flussi in estate (si cercheranno luoghi più freschi) e forse subirà una contrazione quello invernale (lo sci alpino sarà sempre più difficile e pericoloso da praticare); si cercheranno sempre più quiete, relax, solitudine, ambienti con moderate tracce antropiche, luoghi di incontro con flora e fauna spontanee. Si privilegerà il contatto con le comunità che accolgono, si vorranno vivere esperienze e relazioni culturali significative e non folkloristiche. Questo sarebbe un bene ma dovremo fare i conti con due miliardi di potenziali visitatori e non più con 200 milioni di potenziali turisti. Ci saranno sempre più forti pressioni speculative sui territori alpini, gli unici rimasti integri.

Ci saranno pressioni anche da parte di Trento e Bolzano poiché hanno raggiunto il limite del troppo pieno e non sanno più dove mettere gli ospiti che attirano. Nel 2018 a Bolzano ci sono stati 7.292.99 arrivi e 32.400.662 presenze, a Trento 4.290198 arrivi e 17.776.030 presenze, a Belluno 972.354 arrivi e 3.806.806 presenze. Per ora la pressione turistica su questi esercizi si può dire elevata solo in luglio, agosto e settembre ma crescerà. Oggi i percorritori dell’Alta Via 2 censiti sono solo quelli cha la completano e non superano il 1500 l’anno. Sono molti di più quelli che non si registrano o che ne percorrono dei tratti più o meno lunghi, e ancora di più sono gli escursionisti che raggiungono rifugi con percorsi circolari in giornata.

La pressione già si sente al rifugio Genova, al Firenze, al Puez, al Boè, al Pian dei Fiacconi, al Fedaia, al Fuchiade, al Volpi, al Pedrotti, al Pradidali, al Cant del Gal. Negli altri molto meno e alcuni sono in difficoltà per lo scarso flusso.

Se valutiamo solo il periodo estivo gli arrivi sono 970.058 e le presenze sono 4.245.256. Se solo uno su cento di loro mette piede sull’Alta Via significa avere 9701 persone sui percorsi dell’Alta Via. Se li dividiamo per i 50 giorni buoni di stagione, otteniamo 194 turisti al giorno, che si sommano al flusso di escursionisti che può essere stimato in almeno 350 persone al giorno, il totale è di circa 550, trascurando tutti quelli che arrivano fuori stagione. Nei mesi estivi ci sono 42 mila presenze che, distribuite su 50 giornate, sono circa 850 notti trascorse nei rifugi. Dato che rappresenta un’occupazione dei rifugi dell’Alta Via 2, pari alla metà della capacità ricettiva massima di 1.588 ospiti al giorno.

Ma il flusso non è regolare e continuo, alcuni dormono in bivacco e, se serve, anche sotto le tavole del ristorante. Inoltre e c’è ancora chi si gode l’Alta Via dormendo in tendine o sotto le stelle. L’Alta Via 2 delle Leggende diventa in alcuni periodi spot, l’Alta Via degli incubi, soprattutto sulla variante della ferrata Tridentina, o al Boè, o al Pedrotti e al Pradidali. Ma in molti periodi dell’estate, specie quando piove, i flussi sono modesti.

Rifugio Rosetta 2581 m (ph. Roberto De Pellegrin)
Val Canali (ph. Roberto De Pellegrin)

3) Cambierà l’attenzione e la pressione sui patrimoni immobiliari. Già ora i prezzi delle abitazioni e dei terreni non rispondono più alle semplici regole della domanda e dell’offerta globali. I prezzi degli immobili nelle aree ad elevata capacità produttiva di valore aggiunto cresceranno ancora mentre quelli delle aree marginali diventano appetibili per i cittadini immigrati che ne faranno crescere valore e quotazioni.

4) Cambierà il valore e il peso delle terre per uso agricolo. Soprattutto quelle non sfruttate che, per effetto del cambiamento climatico, diventeranno molto più produttive e appetibili. Già oggi il differenziale dei prezzi al m2 dei terreni agricoli tra Treviso e Belluno mette a rischio la struttura proprietaria delle imprese agricole bellunesi. Per fare un esempio a Belluno 1 m2 di terreno a vigneto vale circa 80 euro, a Valdobbiadene ne vale cerca 420, nella zona del Cartizze arriva a 7-800 euro.

5) Cambierà la mobilità turistica. I flussi di traffico automobilistico privato dovranno diminuire per scelta o per forza, la produzione annua di CO2 prodotta anche dal traffico è insostenibile. Non serve fare nuove strade o autostrade, servono ferrovie, mobilità elettrica, ecc. Crescerà la pressione per nuovi trasporti a fune anche d’estate. Da un lato è un bene, dall’altro questo è un pericolo mortale per le alte quote, già oggi si pone il problema delle biciclette assistite che invadono i sentieri, dell’uso dei droni e in futuro tutto questo potrà diventare un problema difficile da gestire.

Il modello trentino e tirolese non è la strada da seguire.
Una cosa è certa. Se le Dolomiti bellunesi accettano supinamente il modello trentino e tirolese dello sviluppo montano del turismo per le Alte vie non c’è scampo. Intendiamoci, i due modelli hanno avuto un successo formidabile e hanno creato una grande ricchezza diffusa. Bravi. Ma credere che la strada sia quella di fare come loro e mettersi in concorrenza sarà una scelta suicida. Il ritardo nello sviluppo turistico dei versanti bellunesi dell’Alta Via 2 sarà in futuro la carta vincente.

L’Alta Via 2 corre indifferente al destino degli uomini e delle donne che l’hanno tanto amata.

Saranno luoghi del silenzio, della discrezione e della scarsa densità di attività umane ad attirare la parte più pregiata e meno dannosa e più esigente dei flussi turistici. Dovremo attrezzarci ad ospitarli in fondovalle e nei rifugi in quota ed impedire, ad ogni costo, che essi possano raggiungere i pregiati territori in alta quota con mezzi diversi dalle loro gambe. Se parto dal caos delle metropoli del mondo per visitare le Dolomiti e poi mi trovo nella stessa situazione che ho appena abbandonato, dentro ad un circo affollato e rumoroso allora ci sarà qualcuno che si chiederà se vale la pena spendere per avere quello che ha già sotto casa.

Le terre alte diventeranno appetibili anche a chi ora le disprezza.
Cosa accadrà? Se i residenti in quota nei comuni Bellunesi continueranno a diminuire come è accaduto negli ultimi 19 anni non potranno più difendere i loro interessi locali e i loro beni saranno oggetto di speculazione da parte di imprese non residenti. Se continueranno a diminuire i residenti in età attiva (ne mancano già 4 mila per i prossimi 10 anni) molte imprese locali non potranno più proseguire l’attività, impoverendo i comuni dove oggi producono occupazione e reddito. In assenza di residenti stabili il territorio montano non sarà più sottoposto a ordinaria e continua manutenzione con gli effetti che ognuno può immaginare.

Appare già evidente fin da ora che queste terre alte diventeranno appetibili anche per chi ora le disprezza (è sempre meglio vivere in montagna che sott’acqua). In assenza di comunità forti e coese, con un chiaro progetto di sviluppo futuro questo si tradurrà in una pure e semplice colonizzazione. Ciò significa che le diseguaglianze già ora evidenti aumenteranno ancora di più tra chi abita sui due versanti dell’antico confine, dove l’Alta Via 2 corre indifferente al destino degli uomini e delle donne che l’hanno tanto frequentata e tanto amata. Anche questa manifestazione di affettuosa riconoscenza per questa meravigliosa traversata dolomitica rischia di diventare nostalgia.

Noi sappiamo quanta fatica e quanta sollecitudine alpestre serve per mantenere questo percorso, quanta ne è servita ad erigere rifugi e bivacchi e quanta ne serve per mantenerli operativi oggi. Quando la frequentiamo vediamo i segni di questo laborioso e duro passato e ne siamo fieri. Un poco di questa fierezza, che appare smarrita, ci servirebbe per difendere le Dolomiti Bellunesi dal pericolo di diventare una merce a disposizione del migliore offerente. Ci servirebbe anche per difendere la magica, misteriosa ed arcana forza che queste crode ci hanno saputo regalare con la loro generosa, altissima e gratuita bellezza.

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Sul palco sono saliti a raccontare l’Alta Via 2: Ennio De Simoi presidente del Cai di Feltre, Ivano Tisot protagonista con Luis Pillon della prima traversata nel luglio 1969, Carlo Barbante docente all’Università di Venezia, Cesare Lasen membro del Comitato scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco, Ennio Vigne presidente del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, Diego Cason sociologo, Alessandro Tenca gestore del Rifugio Telegrafo sul Monte Baldo, Roberta Secco, Duilio Boninsegna con la moglie Pierina, Mara Iagher, Daniele Castellaz gestori dei rifugi Rosetta, Pradidali, Treviso e Boz, Renato Frigo presidente del Cai Veneto, Alessandro Bertelle, Walter De Bastiani, Ivan Giordano e Massimiliano Calcinoni
 ultra-trail runners.
In apertura della serata sono giunti i saluti di Peter Brunner sindaco di Bressanone e di Roberto De Martin past president generale Club Alpino Italiano.
Evento ideato e condotto da Lucio Dorz e Teddy Soppelsa.

Diego Cason

Diego Cason

Sociologo, si occupa di sociologia del turismo e della pianificazione territoriale.


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