Reportage

#65 IL VUOTO DA RIEMPIRE

testo e foto di Gianni Mittempergher  / Folgaria (TN)

31/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Il vuoto da riempire

di Gianni Mittempergher

In valle io ci vengo perché mi piacciono i posti senza pretese, quelli che sono esattamente così come li vedi, i luoghi che non fanno promesse e non si mettono in mostra.

Trovo che ci sia molto da scoprire, dove non c’è niente che sia stato valorizzato. Che poi qui è così ripido che i sogni di sviluppo rotolano sempre in fondo a tutto, finendo per essere presto dimenticati. Certe volte, specialmente quando vengo qui a incoraggiare la mia malinconia, passo dalla casa dell’Oreste. Adesso lui se ne sta al ricovero, fuma una cicca dietro l’altra e fissa la parete. Dipingeva, prima, scolpiva anche, era bravo.

La porta è scardinata e io mi inoltro nel suo passato. Dentro è un casino, la cucina è ingombra di roba: stoviglie ammucchiate nel lavandino, bottiglie disseminate sul pavimento, una scarpa spaiata sul tavolo, accanto al calendario del ’97, un paio di pantaloni buttati a cavalcioni di una sedia, un pettine sdentato, una radio scassata, un ciliegio intravisto dalla finestra con i vetri in frantumi. Fa strano stare qui dentro, mette inquietudine, mi provoca anche un certo disagio, una sorta di umido imbarazzo, così anche questa volta accorcio l’intrusione ed esco.

Faccio poche centinaia di metri e arrivo al rifugio di Marta. Lei mi racconta che il giorno in cui la tempesta si scatenò era una domenica e dopo aver salutato gli ultimi clienti aveva iniziato a fare le pulizie assieme ai suoi dipendenti. Era l’ultimo giorno di stagione, poi avrebbero chiuso per l’inverno. Cominciò a piovere la mattina, al principio piano, poi tutto prese rapidamente ad aumentare. Crebbe l’intensità della pioggia e presto furono gocce grosse come nocciole, il vento si fece impetuoso, impennando le nuvole, scaricando raffiche formidabili sul piazzale. Giù al ponte l’acqua rotolava i sassi e mandava un rumore come di frana.

Il livello del torrente si era alzato sopra la soglia di guardia, mettendo in apprensione i Vigili del Fuoco. Anche l’agitazione di Marta era cresciuta, così aveva detto ai ragazzi di chiudere in fretta le imposte e raccogliere al volo la propria roba. Dovevano far presto a passare dall’altra parte della valle per tornare a casa. Lei abita da sola e quando saltò la luce se la cavò con qualche candela e il frontalino, ma le venne la paura, il telefono non prendeva e non cenò, sentiva l’acqua picchiare sulla lamiera del tetto, schiaffeggiare i vetri delle finestre. Ogni tanto le pareva di avvertire il rumore che fa il legno quando si spezza. Non sa bene dire perché, ma ebbe l’impressione che quella furia ce l’avesse con lei, personalmente. Le sembrava ovvio che una simile violenza fosse concentrata in un punto preciso, proprio lì, dove si trovava lei. Si immaginava che la folata successiva sarebbe riuscita a infilarsi sotto le coperte per stanarla. Non pregava, scacciava ogni piccolo accenno di domanda e si concentrava sul respiro.

Il giorno dopo pioveva meno, il vento era calato, appena fuori dalla porta gli alberi erano schiantati sul muschio, alcuni tranciati di netto, la maggior parte con le radici divelte, all’aria.

Da qualche minuto è arrivato Pietro, mi invita a bere un caffè insieme. Lui è il boscaiolo che ha l’appalto per ripulire il bosco qui attorno dopo il passaggio di Vaia. Anni fa aveva degli operai, una ditta vera e propria, poi qualcosa è andato storto e ora lavora da solo. Pietro ha forse poco più di cinquant’anni, non glie l’ho mai chiesto, è alto e imponente, ha quella corporatura che è massiccia senza essere grossa, due occhi buoni, chiari, le mani grandi come badili. Tra di noi, tra quelli che frequentano questo posto, lo chiamiamo il Manona, ma lui non lo sa.

Indossa gli scarponi pesanti, di quelli con cui puoi lasciare a buon diritto le tue impronte sulla terra, i pantaloni antitaglio tenuti su con le bretelle, di solito una polo stretta sui bicipiti, non le camicie a quadri come gli altri. Resto sempre colpito dall’impressione di forza che dà, dalla grazia con cui la mette in pratica, mi fa pensare a certe canzoni di un gruppo punk, uno di quelli che non va per la maggiore. Non si è mai sposato, non ha messo su famiglia, vive con la madre. In primavera si è preso il Covid, l’ha passato anche a lei, mentre me lo racconta ha la voce rotta dal dispiacere di aver messo involontariamente a rischio la vita di chi gli ha dato la sua. La sua montagna di neve lui la tiene all’ombra. La cosa più strabiliante che so sul suo conto è che è goloso di dolci. Quando passa qui al rifugio, in pausa pranzo, prende poi sempre una fetta di strudel o di torta al grano saraceno. A casa se li fa lui, i dolci, impasta e inforna a tutto spiano, mi chiedo sempre come faccia con quelle mani.

L’altro giorno ero in giro per il bosco e sono passato a trovarlo. Stava affilando la catena della motosega e io mi sono fatto spiegare come si deve passare la lima. Siamo rimasti a parlare una mezz’oretta buona, lui continuava a lavorare, non smette mai, non ha tempo da perdere, sembra consistere tutto e solo in quello che fa: abbattere, tagliare, azionare il verricello, spostare i tronchi con la pinza montata sul braccio della ruspa, accatastarli in buon ordine. Mi sono scoperto a pensare che non avrebbe potuto fare altro che questo, nella vita, sembra uno di loro, un albero anche lui. Nessuna possibilità ulteriore, nessuna scelta alternativa, la sua persuasione è il sudore in cui dissipa la sua energia. Poi si è alzato, ha avviato la motosega, si è accanito contro un tronco enorme con la consueta gentilezza, e io mi sono sentito un po’ in colpa perché la sua stanchezza, il mal di schiena che lo accompagna quando a fine giornata sale in furgone, la testa svuotata dalla fatica quotidiana, tutte queste cose e i pensieri che la solitudine si incaponisce a sbattergli in faccia, ecco, in me si traducono in retorica, in vuoto e vano tentativo di capire un’esistenza che non è la mia.

C’era sì il Luca, per qualche settimana, che gli dava una mano, mi dice quando gli chiedo se non sia il caso di prendere qualcuno per aiutarlo in un lavoro così pesante, ma ha smesso perché sua madre aveva paura che si facesse male e lui non voleva essere la causa della sua preoccupazione. Luca, con quella timidezza che in paesi come questi è una rivincita, il salvacondotto degli introversi per riconoscersi tra di loro, e sottrarsi alla diffidenza con cui gli abitanti di qui guardano naturalmente ai chiacchieroni, a quelli troppo sicuri di sé. Luca che dà sempre una mano a chiunque, perché nel garage ha la falciatrice, un trattore ben più vecchio di lui, una miriade di attrezzi da cui si allontana in sella al suo trial per infilarsi in un sentiero.

Al bosco è capitato in una notte quello che al paese è successo negli ultimi trent’anni. In tanti se ne sono andati, sradicati dal progresso. Lo spopolamento è un uragano altrettanto micidiale, solo che avviene al rallentatore, provocando una calamità antropologica le cui proporzioni sono difficili da stimare e i cui effetti si propagano stancamente, nel tempo e nello spazio, come onde sismiche. Quello che ha fatto un giro di vento, la forza con cui la tempesta si è accanita sui rami, lo ha fatto lo sviluppo sulle braccia dei più giovani, travolgendone i destini e inchiodandoli alle presse, ai torni, alle scrivanie, agli sportelli. Non è stata solo la comodità, ci si è messa la mancanza di una prospettiva concreta. E l’illusione di un’emancipazione fasulla che ha tramato in maniera subdola, con le seduzioni a buon mercato delle luci della città e i ricatti belli e buoni del mercato del lavoro.

La sirena ha cantato e ora continua a scandire la fine e l’inizio dei turni. La metafora è di quelle scontate, è abusata e ovvia. Però è davvero andata così: c’è un parallelismo evidente tra la tabula rasa con cui Vaia ha messo fine all’ottobre del 2018 e il disboscamento della comunità che a fianco di quegli stessi alberi oggi prostrati ci viveva da secoli. Una corrispondenza simbolica che urta l’anima. Il tempo provoca sempre un mutamento, ma certi mutamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Un processo nascosto, inesorabile, fatale. Ci sei in mezzo, tutto sembra andare come al solito, non ci fai caso fino a quando non ti svegli e scopri di aver perso per strada le condizioni minime per non stare lì a sopravvivere soltanto. E decidi di lasciare il paese, sradicandoti seppure a malincuore.

Se ti aggiri per le frazioni della valle te ne accorgi dagli scarti. Nei gruppi di case sparsi sui pendii ci sono più edifici in rovina che abitanti, tetti sfondati, muri crollati. Nei cortili s’ammassa l’inutile previdenza che fu contadina. Pozzetti di cemento, matasse di fil di ferro, spezzoni di reti da pollaio, lamiere, cataste di tegole, teli di nylon, assi, travi e tutto un repertorio di rimasugli di legno ormai marci. Sono questi i vuoti che nessuno sgombera. Il principio è che tutto potrebbe servire, in un futuro che però non si realizzerà mai, tanto è oramai distante quel passato da cui quell’ammasso di roba messa da parte proviene. Adesso qui ci stanno per lo più i vecchi che non sono mai partiti, i pendolari che vanno e vengono ogni giorno dalla città, quei pochi così attaccati al suolo da cui sono spuntati che non c’è vento che tenga. C’è la scuola, una sola pluriclasse con meno di venti bambini, una bottega di alimentari per tutta la valle, tiene aperto solo al mattino e il pomeriggio del venerdì, con la pandemia ci si poteva stare in tre per volta, c’erano sempre lunghe code fuori, bisognava aspettare anche un’ora prima di entrare.

Il bar della Natalina chiude alle 8 di sera, i gratta e vinci scendono in lunghe file dietro al banco, in un angolo c’è una pila di elenchi telefonici che nessuno si prende la briga di buttare. La trattoria della Lucia è l’incrocio delle traiettorie di ciascuno, può capitare di trovarci due tavoli di ragazzi che vengono dal paese al di là del passo, nel vicentino, se ne stanno tra loro, bevono amari e limoncini a fine pasto, hanno un tono di voce più alto di quelli di qui. Ci si saluta, quando ci si incrocia in macchina, alzando un dito della mano che regge il volante. I cognomi coincidono con i toponimi e non sai mai se è stato il luogo ad attribuire un nome alla famiglia o viceversa. Spesso del resto si usano i soprannomi, per riferirsi a tizio o a caio. Alle scorse elezioni amministrative non si è presentata alcuna lista, adesso il Comune è retto da un commissario.

Una coppia giovane ha appeso le bandiere di preghiera tibetane al balcone, quando il pomeriggio tira una debole bava di vento gli auspici si mettono in cammino e vanno verso chi di dovere. Tutto si ripete ogni giorno allo stesso modo. Pietro, il Manona, aggiusta il pezzetto di mondo che gli è stato assegnato, Luca si prende cura della Maria, Marta continua a credere che si possa frequentare la montagna in un modo diverso da quello con cui altrove la consumano i turisti, Oreste accende le sue memorie una dietro l’altra e forse aspetta ancora qualcosa. Non chiudono un cerchio, loro, ma continuano ostinati a rimestare le braci di un fuoco che si affievolisce.

Io saluto, torno alla macchina, apro il bagagliaio e faccio salire Laika, mi metto al volante e penso che ci vorrà pazienza, è sicuro, ma prima o poi qualcuno comincerà e qualcun altro proseguirà e alla fine il bosco tornerà a piantarsi qui di nuovo.

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foto:
1. La casa dell’Oreste.
2. Le impronte di Pietro.
3. Gli scarti.

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Gianni Mittempergher

Gianni Mittempergher

Mi chiamo Gianni Mittempergher, abito nella casa in cui hanno vissuto i miei nonni e che ho ristrutturato dieci anni fa. Ho un piccolo gregge di capre e gestisco un esercizio rurale in val di Terragnolo. Mi piace leggere e andare in montagna.


Il mio blog | Non ho un blog/pagina digitale, eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. Mi piace altitudini per la varietà degli sguardi sulla montagna, i suoi ambienti, le sue storie che riesce a proporre, mantenendo una qualità delle proposte e uno stile sempre molto buoni, distinguendosi per originalità e cura dei testi (che ho ritrovato in Arcipelago Altitudini/storie di montagna).
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