Reportage

Chiudi in macchina lo stress e cammina

Daniele e Ginetta da 36 anni sono i gestori del rifugio Bruno Boz, un rifugio autentico dal sapore antico nel cuore delle Alpi Feltrine.

testo di Teddy Soppelsa

29/07/2018
5 min

La prima ad accorgersi del mio arrivo è Nèva, il border collie di Daniele e Ginetta. La stagione è appena iniziata e non ci sono molti escursionisti in giro, anche se le prenotazioni non mancano.

«Da quando l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, abbiamo visto crescere il passaggio di stranieri un po’ da tutto il mondo: israeliani non mancano mai, ma spesso sono coreani, neozelandesi, canadesi, americani e anche brasiliani. Arrivano dopo giorni di cammino lungo l’Alta Via n.2 o l’Alta Via Europa 2 che parte da Insbruck» mi dice Daniele. «Invece sono calati gli italiani e i tedeschi che avevano hanno fatto la fortuna delle alte vie» Considero questo aspetto cosmopolita del rifugio come un fatto interessante, ma anche una stranezza della globalizzazione: luoghi rimasti per secoli al margine diventano improvvisamente centro, ma rimangono sempre terra di confine per le lingue che si parlano.

Ginetta ritorna in cucina a preparare l’impasto per le torte. Domenica è in programma la Selvarega, una ultra trail di 26 km che parte dalla val Canzoi e si prevede l’arrivo di molta gente. «Con il cambiamento climatico è cambiata anche la vita qui al rifugio» mi dice. «Le stagioni si sono allungate e siamo spesso aperti anche fuori stagione. Inoltre è abbastanza frequente vedere persone che arrivano qui per la cena e rientrano a valle di notte con la frontale» Da trentasei anni lei e suo marito gestiscono il Boz, nato nel 1970 come bivacco da un adattamento della precedente casera Neva. L’edificio è di proprietà del Comune di Mezzano dato in comodato d’uso al CAI Feltre.

Questa è la nostra vera casa

«E’ stata la passione per la montagna e l’entusiasmo giovanile che ci ha fatto scegliere questa vita» dice Daniele. «Io e Ginetta ci siamo conosciuti proprio qui al rifugio, verso la fine degli anni ’70, abbiamo lascito entrambi il mitico posto fisso per fare questo lavoro. La nostra residenza è a Feltre dove ritorniamo a riposare dopo la stagione qui in rifugio, però in effetti la nostra casa è questa qui… In tanti anni abbiamo instaurato un rapporto di amicizia con le persone…». Daniele si blocca, ha un groppo in gola e gli occhi lucidi, allora interviene Ginetta. «Lo so, su questa cosa qui Daniele si commuove. Eravamo giovanissimi e tutti i parenti erano contro la nostra scelta di vita. I primi anni sono stati difficili: l’illuminazione era a gas, l’acqua spesso non arrivava e non c’era la teleferica, il menù era limitato e anche i servizi, sempre con una sincera ospitalità, come fossimo una sola famiglia. Avevamo tanto entusiasmo e molto più tempo per noi. Oggi invece è difficile trovare un momento per noi. Qui siamo 24 ore su 24 senza un momento di privacy, sempre a disposizione delle persone che entrano e anche quando andiamo a dormire la camera la condividiamo con i nostri collaboratori con i quali c’è sempre stato un rapporto di amicizia, prima che di lavoro».

La nostra residenza è a Feltre, però la nostra vera casa è questa qui.
ph. Federico Ravassard
Il rifugio Bruno Boz nella conca di Neva (ph. Roberto De Pellegrin)

Chiudete i telefoni e mettetevi a parlare

Gli spazi ridotti all’interno del rifugio, in particolare alla sera o se fuori piove, obbligano tutti a scambiare una parola con il proprio vicino di tavolo e a condividere le proprie esperienze. Una circostanza molto “social” che non richiede connessioni Wi-Fi. «La tecnologia è indispensabile, ma qui in rifugio dovrebbe essere vietata» mi dice Ginetta con un piglio che non ammette repliche. «Vi voglio raccontare questa storia» mi dice Daniele. «Una sera sono arrivati undici svedesi e poco dopo quattro neozelandesi, eravamo qui da soli, io e Ginetta, noi parliamo solo francese e tedesco, l’inglese no. Mi sono detto, guarda un po’ i poli opposti della Terra si incontrano qui al rifugio Boz, ma ora cosa facciamo? Per fortuna tra loro c’era un ragazzo che conosceva il francese e allora le cose sono filate via lisce. Ad un certo punto tutti si sono messi a smanettare sui telefonini, così Ginetta è uscita dalla cucina e in perfetto dialetto Feltrino gli ha detto di chiuderli e di mettersi a parlare tra loro. Incredibilmente tutti hanno capito e nessuno ha più aperto il telefono».

Chiudi in macchina lo stress e cammina

Il rifugio Boz negli anni è riuscito a conservare l’autenticità di un vero rifugio alpino, semplice e accogliente. «Chi è cambiato, sono le persone che arrivano qui» prosegue Daniele. «Un tempo il rifugio era un punto di partenza verso altri luoghi, per escursioni o arrampicate, ora è un punto di arrivo, soprattutto per mangiare. Così dai semplici piatti dei primi anni, siamo passati ad una cucina più ricca, che richiede però maggior impegno».
L’autenticità di un rifugio si mantiene anche rinunciando a qualcosa di non strettamente necessario, sottraendo più che aggiungendo, magari con il soccorso di leggi che tutelano il valore ambientale dei luoghi. Proprio quello che mi dice Daniele: «Dopo la rottura della teleferica, invece di sostituirla, alcuni dirigenti del CAI stavano progettando di far proseguire fin qui la strada che arriva a casera Nèva di Mezzo. La strada però avrebbe dovuto fermarsi fino al confine con la provincia di Trento, ad un centinaio di metri dal rifugio, qui siamo dentro il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e l’Ente non avrebbe mai autorizzato l’apertura di una strada, anche se per un breve tratto. E allora avrei dovuto trasportare a mano, per gli ultimi cento metri, i viveri e i materiali per il rifugio. Non ne valeva la pena e così è stata ripristinata la teleferica».
Penso anch’io che questa sia stata la scelta giusta, così le auto rimangono ben lontane dal rifugio, nessuno può ottenere speciali permessi di transito e anche il motto di Daniele “Chiudi in macchina lo stress e cammina” ha più sapore.

Un ambiente gradevole e famigliare

Prima di scendere a valle chiedo a Daniele e Ginetta di dirmi i motivi del successo del loro rifugio? «Siamo partiti con nulla e negli anni abbiamo cercato di dare il meglio di noi.  Ma il successo non è solo merito nostro, va diviso con il CAI Feltre e il Parco, senza dimenticare i tanti amici che ci aiutano a creare un ambiente gradevole e famigliare e anche quest’anno ci siamo scaldati con la legna che hanno tagliato per noi».


Il rifugio Bruno Boz (1718 m) si trova nell’area sud-occidentale del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, nel gruppo del Cimonega, al confine tra la provincia di Belluno e il Trentino – www.rifugioboz.it

Il rifugio Boz con il Sass de Mura (ph. Federico Ravassard)
Teddy Soppelsa

Teddy Soppelsa

Fondatore del magazine altitudini.it, scrive di montagna e alpinismo sulla carta e sul web. Ama la montagna, le storie di chi ci vive, il regno vegetale e animale che l’anima. Ama camminare sui sentieri fuori traccia, in estete e in inverno, meglio in compagnia.


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