Intervista

La mia Silk Road Mountain Race #1

A 18 anni Eric Scaggiante ha deciso che era ora di mettersi alla prova. Si è iscritto alla gara di bikepacking più dura al mondo e ha pedalato per 11 giorni, 1700 Km e 27.000 metri di dislivello. Questo è il racconto di una grande avventura in bicicletta nelle montagne del Kyrgyzstan.

testo di Teddy Soppelsa, foto di Nadia Moro

19/09/2019
8 min
La Silk Road Mountain Race è una durissima gara di bikepacking senza supporto esterno, forse la più dura al mondo, che si svolge nelle remote valli del Kyrgyzstan. In questa gara l’orologio non si ferma mai e non ci sono premi. Si può partecipare da soli o in coppia e arrivare alla fine è già un successo.

La seconda edizione si è appena conclusa, i concorrenti sono partiti il 17 agosto ed avevano a disposizione fino al 31 agosto per portare a termine il percorso di 1700 km e 27.000 metri di dislivello. Al via si sono presentati 147 atleti provenienti da 27 nazioni. Solo 70 hanno terminato la gara, tra cui 46 solitari, 10 coppie e 4 singoli separati (singoli partiti in coppia).

Il percorso da affrontare era quanto di più impegnativo si potesse immaginare. Duro è dire poco visto che sono partiti da Bishkek, capitale del Kirghizistan, per poi lanciarsi verso le montagne in una estenuante corsa senza supporto. Infatti chi partecipa può contare solo sulla traccia del suo gps e per tutto il resto dove arrangiarsi e affrontare ogni tipo di terreno: single track, vecchie strade sovietiche cadute in rovina, salite impegnative (con passi oltre i 4000 metri), discese ripide su pietraie, guadi, frane, cascate, caldo, freddo, neve, fango, pochissimo asfalto e molti chilometri da fare a piedi, tutto in un’unica soluzione.
Insomma qualcosa per veri duri, uomini e donne non fa differenza visto che al secondo posto è arrivata l’americana Lael Wilcox (un tempo fenomenale di 7 giorni, 15 ore e 23 minuti, preceduta dallo slovacco Jakub Sliacan con 7 giorni, 6 ore e 46 minuti). Ogni partecipante doveva passare per tre punti di controllo dove riceveva un timbro per poi dirigersi verso l’ultimo check al traguardo posto a Cholpon Ata, sulla spiaggia a nord del lago Issyk-Kul e finalmente tracannarsi una fila di birre o gustare il tanto desiderato gelato.

Francisco Montoya Ramirez che ha tagliato il traguardo al sesto posto e l’anno scorso è arrivato quinto, ha dichiarato: «Quest’anno è stato dieci volte più difficile dell’anno scorso. Incredibile lo sforzo!» La corsa mette a dura prova muscoli, tendini, nervi e legamenti, il fisico e la mente; per non parlare della pelle con piaghe alle mani, sul sedere ed eruzioni da sudore. Aggiungete poi gli effetti da privazione del sonno e capite come questa gara sia un’avventura di livello estremo, dove il successo va ben oltre il posto in classifica, qualunque esso sia.

Sappiamo che ogni partecipante alla Silk Road ha una storia da raccontare, unica e avvincente. Noi siamo andati ad intervistare i primi due italiani giunti al traguardo: Luca Petrinka (8° posto: 9 giorni, 14 ore e 10 minuti) e Eric Scaggiante (19° posto: 11 giorni, 5 ore e 49 minuti). Con 19 anni compiuti proprio in Kyrgyzstan, Eric era il più giovane di tutta la compagnia; Luca invece di anni ne ha 39, si è messo a pedalare seriamente solo dal 2016 ma vanta una lunga esperienza di sport outdoor. Oltre alla passione per la bici li accomuna la provenienza Alto Adriatica (Luca è di Trieste e Eric di Spinea in provincia di Venezia) e un carattere forte e tenace, da veri campioni.
Di seguito l’intervista ad Eric e nella prossima puntata pubblicheremo quella a Luca.

∼ Eric, si dice che la Silk Road sia la gara di bikepacking più difficile al mondo. Hai appena compiuto 19 anni e questa è la tua prima corsa ad alto livello, hai deciso di fare tutto da solo e di confrontarti con i grandi dell’ultracycling, anche con dei professionisti. Perché?
Quest’anno volevo fosse un anno di maturità, non solo scolastica ma anche ciclistica. Ogni anno cerco sempre di andare incontro a pedalate più complicate rispetto l’anno prima, ma fino ad ora non avevo mai fatto nulla che mi avesse davvero gratificato o che mi avesse spaventato o portato al limite. Inizialmente avevo il pallino della Trans Continental Race che anni prima tanto mi aveva fatto appassionare al mondo del ultracycling unsupported. Visto che la mia domanda di iscrizione era stata rifiutata, come quella di tanti altri per via di nuovi metodi di selezione, ho pensato ad altro. La prima edizione della Silk Road Mountain Race, l’anno scorso, mi aveva suscitato meraviglia, curiosità e ammetto anche paura. Mai avrei pensato di ritrovarmi in Kyrgyzstan esattamente un anno dopo. Aveva tutti gli elementi che ultimamente prediligo: alta montagna, clima difficile, territori difficili, desolazione, tanti ambienti diversi ma tutti affascinanti, poco asfalto, uno spirito selvaggio, era una gara e non solo una lunga pedalata. Ammetto che pure il numero dei ritirati della prima edizione mi ha intrigato, erano partiti in 100 e arrivati in 30. Tutto questo in Kyrgyzstan, terra di nomadi ancora oggi, il più piccolo e sconosciuto degli “stan”, in pochi sanno della sua esistenza e delle sue montagne, la catena del Tian-Shan, tra le più antiche del mondo. Insomma la Silk Road Mountain Race aveva tutto ciò che cercavo, era la gara perfetta.

∼ Qual’è stato l’aspetto più difficile con cui hai dovuto fare i conti durante la corsa?
Senza dubbio sono state le condizioni delle strade, tutte, sterrate e asfaltate. In 1700 km ogni strada aveva sempre qualcosa che ti rendeva difficile pedalare con regolarità e tranquillità, niente a che vedere con le nostre strade e sentieri gravel. In Kyrgyzstan le strade asfaltate sono molto poche, per lo più ci sono grandi strisce polverose di terra e ghiaia grossolana. Il centro di queste piste è costellato da buche e sassi grossi come palle da tennis, mentre ai lati e sino al bordo della carreggiata si creano, a causa dell’azione del vento e delle auto, una lunga serie di ondulazioni molto pronunciate e dalla lunghezza d’onda di circa 10 cm. In inglese si chiamano washboards e pedalarci sopra a volte è praticamente impossibile, perciò si cerca di stare su una striscia di terra che sia la più liscia possibile all’esterno della strada, altre volte bisogna per forza correrci sopra per chilometri sopportando le vibrazioni. Se non era per le washboard, era per il vento o per arcipelaghi di buche lunghi chilometri. Insomma il Kyrgyzstan è costellato da pessime strade in luoghi magnifici.

∼ Cosa pensavi di poter fare (o di fare meglio) e invece non sei riuscito a fare?
Ho fatto tanti errori, alcuni dei quali sentivo già che li avrei commessi. Da giovane intrepido sono partito subito troppo forte, non tanto forte in quanto a velocità – il primo giorno mi sentivo le gambe assolutamente vuote – quanto a ore in sella. Nelle prime 60 ore di gara ho dormito poco più di 3 ore, evidentemente mi sono fatto prendere dalla foga, senza badare ai piani che mi ero fatto, cioè dormire almeno 5 ore ogni giornata. Scelta che ho pagato a caro prezzo nei giorni successivi. Altro errore ha riguardato il materiale elettronico, nonostante avessi prestato grande attenzione mi sono ritrovato al CP2 senza batterie o energia per il Garmin, ritrovandomi a fare 130 km senza traccia sino a Naryn dove ho potuto rimediare un po’ di batterie. Ma l’errore più grande è stato sicuramente il primo, il fisico ha subito una stangata brutale e me l’ha fatta pagare. La prossima volta dovrò essere più resiliente.

∼ Che aspettative avevi e qual’era la tua strategia di gara?
Come ho detto a tanti amici prima di partire, il mio obiettivo principale era di finirla dando il 100%. È stata la mia prima vera esperienza del genere, ho scelto una delle gare più difficili, quindi non mi sentivo di avere chissà che pretese. La mia strategia era di non strafare e di essere quanto più costante e regolare durante la giornata e, come dicevo prima, non ci sono riuscito del tutto. Quello che conta di più per me è sempre la gara contro me stesso, prima di tutto devo arrivare alla fine e devo cercare di arrivarci avendo dato il 100%. Solo così riesco ad essere soddisfatto. Questa volta mi sono ritrovato a dare tutto me stesso ogni giorno, soprattutto negli ultimi tre o quattro giorni ero costantemente oltre i miei limiti e per questo sono felice di ciò che ho fatto, ma sono consapevole che avrei potuto gestire diversamente alcune cose che avrebbero fatto la differenza.

∼ La giornata che sei arrivato CP3, al km 1127, credo fosse il sesto giorno, è stata forse la giornata più difficile della tua carriera. Cosa è successo?
La giornata più difficile non è stata tanto quella in cui sono arrivato al CP3, ma la giornata prima, il quinto giorno. Durante la quarta giornata ero ripartito la mattina da CP2 dopo essere stato là per 15 ore in cerca di ricaricare la powerbank (caricabatterie portatile, ndr), cosa che non ha avuto esito positivo. Quel giorno ho raggiunto Naryn dove ho comprato le famose batterie, ho cercato di recuperare un po’ di ore perse durante la lunga sosta pedalando fino a tarda notte e spingendo abbastanza forte sui pedali per tutta la giornata, mi sentivo bene e avevo molto da mangiare. All’inzio del quinto giorno, dopo aver dormito diverse ore e aver mangiato a sufficienza, capisco che qualcosa non va, mi sentivo scarico. A questo si è aggiunta una terribile valle in salita, percorsa da un sentiero di terra battuta fatto a gobbe che mi avrebbe portato fino a Kokor Pass, facevo davvero fatica a dare un ritmo alla mia pedalata, mi sentivo sempre più provato tanto che pedalavo 50 minuti e poi mi fermavo. E’ stata una giornata molto breve dato che non ho pedalato più di 10 ore, ma apparentemente interminabile. Verso le 18 ho piantato la tenda e ho dormito. Evidentemente il poco sonno dei primi giorni, assieme al grosso sforzo della quarta giornata, si stavano facendo sentire molto. E ritorniamo all’errore nella gestione delle energie.

∼ Ci sono stati altri momenti difficili?
Dal CP3 il tracciato cambiava radicalmente. Da lì in poi ogni chilometro sarebbe stato più difficile di quello precedente. Per darti una idea, tra il CP3 e l’arrivo ci saranno stati almeno 50-60 chilometri di portage obbligato. Sempre dal CP3 sono cominciate una serie di problemi fisici il tendine d’Achille sinistro si è infiammato, alcune piaghe sono diventate molto fastidiose e questi dolori facevano si che cominciassi a pedalare in posizioni innaturali che mi hanno causato dolori sempre più forti alle ginocchia. Problemi che sono riuscito a contenere e risolvere spostando la sella e stringendo i denti. Spesso dopo grandi salite fatte spingendo la bici tra neve e sassi, come nel caso di Tong Pass (4013 m), le discese erano tutto fuorché un momento in cui tirare il fiato, i massi nel sentiero e le tante frane costringevano a decine di chilometri di portage piuttosto probanti fisicamente e mentalmente. Quando mi sono ritrovato a ripercorrere al contrario e quindi in discesa la valle che tanto mi aveva segnato, un vento fortissimo non mi faceva oltrepassare i 10 chilometri orari, di nuovo, in quella maledetta seppur idilliaca valle, stavo avendo un esaurimento nervoso. Se poi prendiamo le salite e le discese di Shamsi Pass e Kok-Ayrik (l’ultimo passo), si parla sempre di lunghi portage tra frane e torrenti. Insomma ogni giorno dal CP3 in poi è sempre stato il giorno più duro.

∼ E invece quali sono state le parti del percorso che hai preferito?
Incredibile è stata la discesa immensa di Kokor Pass. Una strada di terra enorme che scende tra montagne ancora più mastodontiche percorsa da grossi camion. Kagety Pass è surreale, sembra la porta agli inferi, tutto roccia vulcanica, nuvole e neve. Da Kok-Ayrik, l’ultimo passo, si poteva vedere Issyk-Kul che stava a 2000 metri e 20 km più in là. Salire a Mels Pass è come fare un viaggio tra le Alpi e le Atlas del Marocco: prima vedi terra rossa e cammelli, poi giri un tornante e hai prati verdi con grandi pini. Penso che ogni chilometro avesse qualcosa di speciale, mi ha stupito la varietà di ambienti e scenari completamente diversi in cui siamo capitati.

∼ Raccontaci qualcosa dei tuoi compagni di gara con i quali sei stato più a contatto?
Prima della gara ho alloggiato in un piccolo Hotel con otto-nove stanze e tutte erano occupate da partecipanti. Li ho conosciuto diversi amici belgi, alcuni dei quali ho ritrovato spesso lungo il tracciato durante i primi giorni di gara. Durante la gara ci si incrociava di tanto in tanto con altri bikers, ci si salutava e ci si domandava come stesse andando ma niente di più. Ai check point invece si sprecavano un po’ di parole in più. Ma i rapporti si sono consolidati solo durante i giorni passati al residence, dopo le grandi fatiche. Io e i due Lechuga (la prima coppia all’arrivo) abbiamo dato inizio ad un rito serale, al quale si sono aggiunti molti altri di giorno in giorno. La mattina andavamo a comprare vaschette di gelato e alla sera ci riunivamo a mangiarlo svuotando bottiglie di vodka ogni volta. Ho avuto modo di fare un sacco di nuove amicizie con persone da tutto il mondo.

∼ E lungo la strada che incontri hai fatto?
Beh gli incontri con i locali sono stati sempre piacevoli. Al di fuori di Bishkek, nelle montagne la vita è molto semplice. La vita nomade è estremamente presente tra le lande desolate e per i Kyrghizi è molto importante questa cultura, è un vero patrimonio nazionale. I nomadi sono estremamente ospitali, non gli interessano nemmeno i soldi, hanno i loro capi di bestiame, vivono nelle yurte e si spostano a cavallo o con vecchie auto, Audi o Lada sono le predilette. Appena ti vedono vengono a salutarti in sella al loro cavallo, ci si stringe la mano e ci si prova a capire a gesti. Se poi si accetta l’ospitalità si finisce nella yurta, questa specie di grande tenda circolare fatta di pelli tappeti e corde sostenuta da una struttura in legno. Agli ospiti viene offerto il Chai, te con pagnotte e dolciumi vari. Se ci si ferma a dormire ci sono dei materassi e delle coperte riservate solo agli ospiti e niente è mai puzzolente. Altro incontro interessante è stato quello con una famiglia di canadesi impegnati in una ciclovacanza, ci siamo incontrati due giorni diversi condividendo anche una yurta. Infine gli animali. Il Kyrgyzstan è terra di uomini e animali, ovunque è pieno di mucche, cavalli e capre lasciate libere, oppure grandi greggi di pecore. Spesso mi sono ritrovato a pedalare affiancato da branchi di cavalli che correvano con me o che semplicemente si spaventavano finendo per tagliarmi la strada. Il fischio delle marmotte si udiva ovunque ed era seguito dalla vista di una palla di pelo cicciotta e marrone che correva dentro la tana. I falchi planavano su picchi rocciosi e le volpi si vedevano schive in lontananza. Di tanto in tanto si trovava qualche cammello, ottima bestia da soma. E in fine i cani, randagi e pastori. I cani sono dei gran lavoratori, hanno una vera anima, non hanno nulla a che vedere con i nostri “compagni” di vita, in loro si vede una vera e propria identità, là sono solo creature parte della famiglia e con un ruolo ben preciso. I cani si muovono con fare autoritario e professionale, contengono il gregge e dirigono il pascolo, assistono il pastore e proteggono il territorio. Ma quei cani così tanto rispettabili sanno essere dei veri bastardi. La prima notte sono stato inseguito da almeno quindici cani. Appena sentono un tuo rumore, ti vedono o sentono il tuo odore, scattano e sbucano dall’erba sul sentiero, ti si mettono alle spalle e cominciano a rincorrerti abbaiando con tutta la loro forza, mostrano i denti e con gli occhi fissi sulle caviglie che cercano di mordere. Con tutta la freddezza possibile mi limitavo a scattare sui pedali, a voltarmi, guardandoli dritti nel muso e ad urlandogli con la loro stessa cattiveria, a volte si fermavano, altre continuavano a seguirmi per centinaia di metri finché non uscivo dal loro territorio. Una volta, uno di un gruppo di cinque cani, mi ha strisciato una caviglia con un canino.

∼ Nelle tante ore che ti sei trovato a rimanere da solo, quali erano i tuoi pensieri?
Quando sono solo i pensieri sono sempre gli stessi, pensavo a cosa mi aspettasse durante la giornata, ai passi da fare, alle città da raggiungere, alle lunghezze delle salite e delle discese. Poi mi perdevo a guardare cosa avevo attorno e pensavo quanto fosse tutto incredibile. Pensavo a come sono riuscito ad arrivare fin qui e a come solo un anno fa mai avrei pensato di partecipare a questa gara, perché era troppo per me. Nei momenti più difficili pensavo poco, stavo in silenzio e magari ad un tratto, in mezzo alle montagne, tiravo un urlo per sfogarmi (forse qualcuno mi avrà anche sentito), poi pensavo che bastava solo pedalare o camminare e mi tranquillizzavo. Un pensiero fisso è stato immaginare il momento dell’arrivo, fantasticavo su come sarebbe stato quell’istante in cui finalmente avrei realizzato un sogno e una parte di me. A ritirarmi non ci ho mai pensato, finché non fossero scaduti quei 14 giorni sarei andato avanti.

∼ Qual’era il tuo equipaggiamento per la notte e come ti sei alimentato e dissetato.
Per dormire avevo: tenda Camp Minima 1SL, materassino Sea to Summit, sacco piuma Camp ED400 e un sacco bivacco. Dormivo solitamente con giacche e piumino indossabile a seconda del freddo. Per quanto riguarda cibo e acqua ho deciso di lasciare a casa il fornello, mi sono portato dietro una bella scorta di barrette +watt dagli elevati valori nutrizionali e per strada, appena mi capitava, facevo scorta di altro cibo o mangiavo da qualche parte. Per l’acqua avevo una capienza di 3 litri e mezzo tra camelback e una borraccia, l’acqua di torrente era presente per 3/4 del tracciato, spesso dall’aspetto invitante e pulito, certo filtrare e sterilizzare con le pastiglie erano sempre procedure consigliate. Di tanto in tanto capitava di trovare dei piccoli minimarket, là compravo acqua sigillata, coca-cola e cibo, gli snickers andavano per la maggiore tra i partecipanti.

∼ Parlaci della tua bici e come hai distribuito l’equipaggiamento?
Ho fatto questi 1700 km in sella della mia 3T Exploro montata con Maxxis Ikon da 27.5 x 2.2 all’anteriore, Maxxis crossmark II 27.5 per 2.1 al posteriore; guarnitura¹ Ingrid da 170 con corona da 32; cassetta Ingrid 10-42; cambio comandi e freni Sram Force. Per quanto riguarda il bikepacking, davanti avevo delle Butterfly Guns più la borsa, tutto di VapCycling, ottime in quanto si possono usare anche come appendici. Sulla borsa anteriore, dato che è impermeabile, ho messo il sacco piuma e alcuni vestiti che non dovevano mai bagnarsi. Il resto delle borse è tutta opera di Miss Grape. Nella borsa a telaio, fatta su misura, ho messo la camelback, l’elettronica dentro una busta impermeabile, alcuni attrezzi, alcune barrette, il kit di primo soccorso, una camera d’aria, parte del vestiario (guanti e manicotti e giacchetta antivento). Nella cluster da 13L sottosella avevo la tenda, pantaloni anti pioggia, copri scarpe, giacca antipioggia, altre barrette e un secondo paio di guanti per il freddo più rigido. Nella borsa Bud, tra pipa e manubrio, avevo la zona bagno (creme, spazzolino e dentifricio, salviettine), ma anche lo spazzolino per la catena e l’olio per la catena. La borsa Node sul tubo orizzontale era adibita a barrette e cibo in generale. Infine sullo zainetto avevo un piumino da 500 gr e c’era spazio per cibo extra e bottiglie di coca cola.

∼ C’è qualcosa che non ti sei portato e invece avresti voluto avere con te?
Per quanto riguarda il vestiario non avevo niente di troppo e niente di meno, era tutto perfetto. Avevo un jersey e un Bib shorts di PedalEd della linea Odyssey che ho indossato per tutti gli undici giorni, un paio di calzini PedalEd, guanti Odyssey PedalEd con copertura impermeabile, guanti termici PedalEd, giacca a maniche lunghe Tokaido Alpha Jacket di PedalEd anti vento e in polartec all’interno (è il mio capo preferito), manicotti Arm warmer e gambali Leg warmer PedalEd, pantalone antipioggia Endura, guscio in gore-tex Arcteryx, piumino La Sportiva, scarpe Mavic Crossmax da enduro. A livello meccanico sono stato molto contento della guarnitura e della cassetta Ingrid Components, la mia 3T Exploro con ruote da 27.5 si è comportata molto bene nonostante il tracciato si prestasse molto più adatto ad una MTB front. Invece non mi è servito, ma avrei voluto averlo, il freno anteriore che dal primo pomeriggio è stato fuori uso.
(¹) La guarnitura in una bici sportiva è il complesso formato dalle pedivelle e dalle corone anteriori, montate sul movimento centrale del telaio.

∼Cosa hai usato per ricaricare i tuoi dispositivi elettronici?
Per le ricariche avevo una powerbank da 25000 mAh e delle batterie stylo AAA e AA. Avevo delle batterie ricaricabili che potevo ricaricare attraverso la powerbank. Ma viste le problematiche è tutto un po’ da rivedere.

∼ Per la manutenzione della bici cosa ti sei portato?
Avevo uno spazzolino e olio per la pulizia della catena, durante la strada ho comprato anche un WD40 per sgrassare. Dopo di che avevo tre camere d’aria, pezze adesive park tool (davvero ottime), un po’ di gorilla (nastro adesivo), spago cerato, falsa maglia, coltellino svizzero con pinza, fil di ferro, fascette e un multi tool.

∼ Come ti sei allenato per arrivare a questa corsa?
Diciamo che l’allenamento è cominciato da quando ho iniziato a pedalare. Ho sempre pedalato perché mi andava di farlo, durante questi anni ho modificato il mio pedalare perché volevo fare qualcosa di nuovo. Poi ho scoperto questa corsa e ho capito che era conforme a cui mi stavo orientando negli ultimi tempi, ossia i boschi e i sentieri smossi. Dopo aver preso la decisione di partecipare non ho fatto nulla di tanto diverso da quel che faccio solitamente, anzi quest’anno credo di aver fatto meno chilometri dell’anno scorso (per via della scuola e del lavoro part-time nei weekend). Sapevo che avrei avuto poco cibo, quindi qualche volta stavo via un paio di giorni senza far affidamento a rifugi o altro, mangiando solo quello che mi portavo dietro. Ho corso un po’ a piedi, 45 o 60 minuti alla settimana, giusto per rafforzare un po’ certi muscoli che tornano utili nei lunghi portage e un po’ per il fiato. Sceglievo le ore più torride o i giorni in cui avevo meno voglia di correre, così da mettere alla prova anche la testa e la sete. Allo stesso modo sono andato in bici quando il tempo era meno clemente, per testare il vestiario o facendo di tanto in tanto sessioni da diverse ore a ritmi non troppo elevati, ma senza acqua così da cercare di essere più preparato psicologicamente nel caso in cui fossi rimasto in Kyrgyzstan senza acqua. Ammetto che è stato tutto utile. Poi per il resto sono sempre stato un ciclista abbastanza randagio e risoluto, se c’è da salire salgo, se c’è da scendere scendo e se c’è da camminare cammino.

∼ Sono rimasto colpito dal risultato dell’americana Lael Wilcox, arrivata seconda con una prestazione sportiva eccezionale, ti sei fatto un’idea di che tipo è?
Lael posso dire che è una donna cazzuta che sa andare bene in bici e sa fare bene il suo lavoro per quanto riguarda l’immagine e la comunicazione. Con lei ci ho parlato e mi ha raccontato un po’ della sua storia e di com’è finita a fare queste gare. Non sta a me raccontarvi la sua di storia, ma il segreto è sempre uno ed uno solo: fare perché si vuole e non perché si deve. Ho avuto anche modo di poter apprezzare parte della sua vita privata, al di fuori della bicicletta e vi assicuro che è una persona assolutamente come tutti noi, ma a tal proposito non ho mai avuto alcun dubbio.

∼ Durante la corsa eri da solo, ma immagino che tante siano le persone che ti sono state vicino nella preparazione. C’è qualcuno che vorresti ringraziare più di altri?
Devo ringraziare tante persone per quello che sono riuscito a fare. Ma in particolar modo la mia mamma e il mio papà, loro passano le pene dell’inferno da quando mi sono messo a pedalare in un certo modo e sono lo sponsor numero uno, sempre e comunque. Sono fortunato ad avere dei genitori così, se loro non avessero la fiducia che hanno in me probabilmente non avrei fatto nulla di quello che ho combinato fino ad ora. Dopo la famiglia ci sono davvero tante altre persone, a partire dalla confraternita Scavezzon Bicicclette e per finire con agli amici più stretti che, pur non avendo nulla a che vedere con la bici, mi hanno seguito con tanta enfasi. Ad ogni modo chi mi ha aiutato sa quanto io gli sia grato.

∼ Cosa farai ora, dopo questa esperienza?
Il primo pensiero che mi è balenato poco dopo l’arrivo è stato cosa farò la prossima volta? E con farò intendo dove pedalare e a che evento partecipare. La Silk Road è stato un bel sasso che mi sono levato dalla scarpa, ma non so ancora quale sarà il prossimo che voglio levarmi. Ora, a settembre, cominceranno altre avventure di carattere lavorativo, quindi anch’io comincerò a preoccuparmi di come passare le ferie e cose del genere.

∼ Cosa ti ha insegnato questa esperienza?
E’ stata l’ulteriore e definitiva conferma che organizzarsi e far pianificazioni, anche minime, alla fine non serve quasi a nulla. Mi ha insegnato che studiare la traccia mesi prima è stato utile a livello mentale e organizzativo durante la corsa. Mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, perché quella terra sconti non ne fa a nessuno. Mi ha insegnato quanto sia importante pedalare, camminare e fare qualsiasi cosa sempre con calma e lucidità senza badare al ticchettio dell’orologio. Ma soprattutto mi ha portato ogni giorno ad oltrepassare i miei limiti, mi ha fatto conoscere lati di me con cui ancora non avevo avuto ancora a che fare e questo è quello che cercavo.

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Eric è riconoscente a tutte le aziende che lo hanno supportato fornendogli materiali e prodotti, senza di esse tutto sarebbe stato molto più complicato, grazie a: PEdAL ED, 3T, Miss Grape, VapCycling, Ingrid Components, +watt.
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www.silkroadmountainrace.cc

Teddy Soppelsa

Teddy Soppelsa

Fondatore del magazine altitudini.it, scrive di montagna e alpinismo sulla carta e sul web. Ama la montagna, le storie di chi ci vive, il regno vegetale e animale che l’anima. Ama camminare sui sentieri fuori traccia, in estete e in inverno, meglio in compagnia.


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