Racconto

DI CHI E’ LA MONTAGNA? #11

Manolo ha settanta e più anni e la sua vita è un’avventura. Il suo non è un soprannome. Suo padre, ingegnere, andò in Argentina subito dopo la seconda guerra mondiale e lì oltre al lavoro trovò l’amore.

testo e foto di Davide Torri

12/08/2021
4 min
Ci sono dei luoghi che sono delle miniere di storie incredibili, lì c’è della gente che nasconde dietro un paio di mani-come-pale sensibilità da santi laici.

Se hai pazienza, e talvolta una buona bottiglia riesce a essere presente al momento giusto, puoi ascoltare qualcosa che può diventare un piccolo racconto. Come questo.

#11 – Alta Valsesia
L’altro Manolo e la Dad

È domenica mattina, Manolo sta chino, martellando una grossa pietra che dovrà entrare tra altre per chiudere un breve tratto di sentiero appena dietro la sua casa, in una delle frazioni più assolate dell’Alta Valsesia. Ha movimenti che si accostano uno all’altro con eleganza. La sua è un’arte antica quanto difficile e il cielo lo ringrazia con un azzurro limpido. Al rintocco delle dodici ci sediamo nel giardino di un comune amico.
Manolo ci raggiunge poco dopo. Ha pulito le mani alla fontana, gli occhiali nella camicia di flanella e sistemandosi il vecchio berretto, si siede con noi. Il richiamo di un rosè del Garda e la voglia di riposarsi un poco lo rendono loquace.

Manolo ha settanta e più anni e la sua vita è un’avventura. Il suo non è un soprannome. Suo padre, ingegnere, andò in Argentina subito dopo la seconda guerra mondiale e lì oltre al lavoro, «Un doppio lavoro, da segretario comunale e da costruttore di capannoni», trovò l’amore. Manolo, Manolito è nato a Buenos Aires.
Lui laggiù e i suoi fratelli in Valsesia quando, fatta un poco di fortuna nella pampas, la famiglia ritornò e riprese a gestire l’albergo del nonno sistemando un poco meglio le stanze e la vecchia cucina.
Un albergo grande in un periodo dove le vacanze, quelle per tutti, quelle della Fiat e della Michelin, riempivano ogni stanza di alpinisti ciabattoni. Tempo per guardare i figli non ce n’era molto. Si lavorava il doppio di quando si stava nell’altro emisfero.

«In estate si spariva dalla vista del papà e della mamma e via, liberi e con poche regole. Tornare a casa prima del buio e non farsi male». E in autunno, quando l’albergo, il paese, la valle si svuotava delle voci troppo alte, delle cinquecento con i cuscini ad uncinetto sulla cappelliera, dei passi affrettati nelle strette vie ciottolate, ecco, allora si andava a scuola.

I più piccoli, con le loro braghette sopra le ginocchia alle elementari, «Quasi nessuno andava oltre, parecchi ci rimanevano di piú che dopo la quinta c’era anche la sesta e quelli sì che erano dei bulli: ti prendevano la penna e facendola cadere sul pavimento la infilzavano come una piccola spada nel legno. Eh, poi non ci riuscivi più a scrivere». Quelli della sesta erano proprio asini, prima di tutto ne erano convinte le maestre che ribadivano il concetto con sberle da rintronare, appunto, anche un asino di quelli a quattro zampe.

Manolo con la madre e il padre al ritorno dall’Argentina
Manolo con fratello, sorella e sua madre

Le elementari, bene o male, «Le facevi in paese ma se volevi iscriverti all’avviamento dovevi scendere in pianura» e nessuno lo faceva perché a casa, oltre alla scuola avevi la stalla da pulire e le vacche da mungere, il nonno da guardare e la neve che chiudeva le strade a fine ottobre e le riapriva a maggio.
E così, prima della Ministra Pentastellata, prima dei faccioni pixelati, prima del “mi senti? sei collegato?” la Didattica a Distanza, con il suo acronimo ridicolo, comparve in tanti valli alpine. Cinquant’anni prima.

«La prima stava al piano terra e, l’anno dopo, la seconda di sopra. La televisione mandava lezioni, con un maestro serio, in giacca e cravatta rigorosamente grigia, che poi era il solo colore possibile visto che i programmi erano in bianco e nero, mezz’ora alle otto e poi, dopo mezz’ora di pausa si faceva una seconda lezione». Nella mezz’ora di pausa c’era una maestra «ma non sono sicuro che fosse proprio una maestra, c’era la figlia di G. che era appena più grande di noi a spiegare quello che avevamo visto poco prima in tele». Qualsiasi fosse la disciplina affrontata. In un gramelot di italiano, dialetto piemontese e antica lingua Walser. In mezzo c’era anche la merenda. Pagava lo Stato ma «Non è che ci dessero un granché. Pane e fruttino di gelatina che portavano a casa per i fratelli più piccoli». La scuola in televisione funzionò abbastanza bene, anche per i criteri di allora, fintanto che non si dovette aprire la terza classe. «Era diventato un circo, non si riusciva più a gestire l’organizzazione degli orari e avendo soppresso anche la sesta (elementare ndr) gli asini avevano cominciato a rendere vano il lavoro delle maestrine e così nella primavera di quell’anno ci dissero che avremmo frequentato le scuole della bassa Valle».

Però, anche se la neve si era sciolta rimanevano le vacche da mungere, le stalle da pulire, l’orto da far crescere, e il nonno che certo non ringiovaniva. E a scuola non ci andava nessuno.
Nessuno no perché Manolo, invece, venne iscritto per concludere il triennio, dai Salesiani. A ottanta chilometri da casa. «Scappai dopo una settimana e arrivai a casa da mio padre che era quasi notte. Non tornai più dai Salesiani».

Manolo divenne un bravissimo e ricercato artigiano, maestro di sci, andando in giro per l’Italia, l’India, gli Stati Uniti e in mille altri posti e, alla fine, è qua che è tornato, dietro la piccola chiesa in pietra a sistemare uno stretto sentiero. Quello della vita.

Davide Torri

Davide Torri

Insegno a scuola (chi non sa fare nulla, insegna), ed insegno pure scienze motorie (e chi non sa insegnare, insegna ginnastica). Sarà per questo che sono obbligato alla curiosità. L'ho indirizzata verso le cose più visibili che ho davanti agli occhi: le montagne. E così mi sono accorto che, molto piccole, come formiche, sulle montagne ci stanno le persone. Forti e fragili.
Collaboro da anni con altitudini.it e pubblico lì sopra i miei racconti.


Il mio blog | Scrivo su altitudini.it da molto tempo. Mi piace starci perché, nonostante sia virtuale, è un luogo dove la concretezza delle persone e delle montagne è sempre lì: da toccare.
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